“Se utopia dev’essere…” Feyerabend e la Scienza

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di Cristiano Carchidi

Paul Karl Feyerabend appartiene certamente a quella schiera di intellettuali “scomodi” di cui non è solo difficile parlare ma, a volte, addirittura pericoloso; un pensatore che non è possibile inquadrare in una veduta di sorvolo, ma sempre e solo per lampi, illuminazioni, prospettive. Il genio, del resto, squarcia le forme esistenti creandone sempre di nuove.

La parte riservata a Feyerabend nel grande gioco dell’oca della tradizione della filosofia occidentale non ha manifestato finora che un barlume dell’enorme portata sovversiva della sua riflessione epistemologica. La radicalità del pensatore austriaco è del resto intrinsecamente anarchica rispetto a qualsiasi comodo tentativo d’incasellamento e parcellizzazione.

La sua opera principale, Contro il metodo, preannuncia già dal titolo tutta la forza distruttrice del personaggio. Non c’è di che stupirsi che ancora oggi un simile lavoro (e il suo autore, il quale, ricordiamolo di sfuggita, era un filosofo della scienza e non un oscuro irrazionalista) vengano osteggiati – per non dire censurati – con tutte le forze da quell’establishment filosofico-scientifico il cui principale interesse è l’auto-conservazione. Non stupirà di certo che un pensiero così radicale faccia tremare ogni potere stabilito, e quindi specificamente il potere politico-culturale che contemporaneamente sorregge, ed è sorretto, dal discorso scientifico.

Se in Contro il metodo Feyerabend si era prodotto in una critica dissacrante della scienza e del suo supposto metodo universale, nelle sue opere successive l’epistemologo si è piuttosto impegnato a estendere la propria critica radicale del paradigma scientifico a quegli ambiti della nostra cultura che ne sono stati apparentemente meno colonizzati. Feyerabend ha differito così, lungo il corso degli anni, la propria ricerca – e il fuoco della sua critica – dalla scienza al complesso della nostra cultura, evidenziando in maniera sempre più netta lo strapotere che la sicenza e la razionalità scientifica vi avrebbero esponenzialmente assunto (uno strapotere che, a parer suo, sarebbe stato con la “forza”, e senza “diritto”).

Una delle opere immediatamente successive a Contro il metodo è un “simpatico” testo intitolato La scienza in una società libera. Si tratta di un testo che forse non casualmente è quasi impossibile trovare in circolazione, e che – amaramente – fa parte di quel grande dimenticatoio in cui confluisce buona parte dei libri che oggi non è più possibile condannare al rogo. La fulmineità come caratteristica del genio cui ho accennato in apertura, emerge ad esempio, e in tutta la sua portata “negativa”, anche dall’assoluta disomogeneità di quest’opera. È anche per questa ragione che cercherò di illustrare e descrivere quello che mi sembra il nerbo dell’argomentazione dell’autore, trascurando volutamente la complessa struttura che ha impresso all’opera.

Come enuncia lo stesso titolo, questo libretto contiene una riflessione sul ruolo che la scienza svolge oggi nella nostra società, e una contro-riflessione su quale invece dovrebbe essere il ruolo occupato dalla scienza in una società che Feyerabend definisce “libera”. Il testo si configura anche (e soprattutto) come un attacco frontale alla razionalità dominante. L’autore si prefigge infatti uno scopo fondamentale, che mette in risalto sin dalla prefazione: in questo piccolo libro si tratterebbe niente meno che di provare a “rimuovere gli ostacoli che intellettuali e specialisti creano per tradizioni diverse dalla loro e preparare la rimozione degli specialisti stessi (scienziati) dai centri vitali della società”.

Dopo aver attaccato frontalmente l’ottusità e la violenza del metodo scientifico, incapace a suo parere di relazionarsi con altre “realtà” e altre forme di rapporto con la verità, Feyerabend decide di ricentrare la propria critica della scienza su di un livello prettamente politico-sociale, si pone in una contrapposizione altrettanto radicale nei confronti dei membri di tale comunità: inizia così la sua critica agli scienziati.

Allargando il concetto di scienza a quello di razionalità, nel senso logico del termine, Feyerabend si accorge infatti rapidamente che nella società contemporanea il ruolo occupato dalla specializzazione, e da coloro che la rappresentano (intellettuali ed esperti) è non solo predominante, ma addirittura egemone rispetto a qualsiasi altra pratica o di razionalità non-scientifiche.
La scienza in una società libera si divide in due parti, tenute precariamente insieme da un unico obiettivo: “mostrare che la razionalità è una tradizione tra le altre e non uno standard cui ogni altra possibile razionalità debba conformarsi”.

La prima parte si rivolge alla scienza, la seconda si estende alla società nella sua interezza. In entrambe il problema teorico è il rapporto ambiguo tra Ragione e Pratica. Feyerabend attacca da entrambi le parti sia coloro che considerano predominante la Ragione, sia coloro i quali considerano dominante la Pratica, cercando di trovare un punto di intersezione reciproca e di dimostrare come non si dia l’una senza l’altra. L’idealismo, di qualsiasi natura, tende sempre a considerare la pratica come un semplice derivato di una ragione, potente e preveggente, che riduce la pratica a mero strumento; Il “pragmatismo”, d’altronde, attribuendo specularmente alla pratica un ruolo egemone, riduce invece la ragione ad un ruolo di totale subordinazione. Da questa impasse emergono storicamente due posizioni che possono essere esemplificate con quella dell’“osservatore” e del “partecipante”.

L’“osservatore” crede, hegelianamente, di poter comprendere la realtà e di poterla quindi modificare con lo stesso “atto di pensiero”, si crede cioè capace di produrre dei mondi ideali “veri” (la cui realizzazione materiale toccherà poi ai “partecipanti”). Al contrario, il “partecipante” non può evitare di sentirsi l’unico reale protagonista in scena del gioco da cui emergerà una nuova realtà che (almeno così spera) sarà migliore della precedente. Questa opposizione si ripercuote in tutte le epoche sotto forme differenti, e può essere rintracciata per la prima volta, nella storia della nostra cultura, già nella filosofia antica. Da una parte il platonismo che ha fatto dell’Idea il comune denominatore di ogni realtà agita o pensata; dalla parte opposta i sofisti che, precorrendo per certi versi il pragmatismo americano del ventesimo secolo, ritenevano di poter insegnare a vivere con semplici consigli, riducendo le capacità astrattive (quali logica e matematica) a meri mezzi da utilizzare in vista di fini esclusivamente pratici.

Tra queste due vie, così distanti e così incomplete, Feyerabend cerca ne La scienza in una società libera di dimostrare come ce ne sia una terza che, a suo parere, sarebbe più vicina alla situazione reale. Per Feyerabend infatti ciò che all’origine confonde le carte e rende il problema apparentemente insolubile è proprio la pretesa divisione tra Ragione e Pratica: porre dialetticamente queste due attività l’una agli antipodi dell’altra è l’errore che si nasconde dietro a entrambi i movimenti.

L’interazione si dà da sé in quanto, dice Feyerabend, la ragione stessa non è altro che una pratica, certamente un po’ speciale, ma pur sempre una pratica. Si pone così fine ad una divisione di lunga data e si pone al centro del problema un terzo elemento: il singolo che, misto di ragione e pratica, compie l’azione stessa in maniera reale, mai oggettiva, e comunque sempre parziale. La Ragione non è un’entità universale che condiziona e dirige le varie tradizioni, ma è piuttosto essa stessa una “tradizione” come tutte le altre, e come tale non può che ricoprire storicamente, nella nostra cultura, una posizione egemone (come vale per qualsiasi altra tradizione).

Solo al livello di questa interazione si può comprendere come ogni tipo di tradizione non sia altro che un insieme di pratiche di cui alcune fattuali, altre analitiche, ma che solo nel loro insieme possono costituire una qualche realtà. Eliminata dunque la possibile superiorità dell’osservatore o del partecipante, e considerate le tradizioni cui essi fanno capo come equivalenti, Feyerabend giunge alla conclusione tremendamente radicale per cui “non esiste una tradizione che sia buona o cattiva, ogni tradizione semplicemente è”. Ogni tradizione, secondo il pensatore austriaco, è per sua essenza ingiudicabile, e ogni giudizio (solitamente denigratorio) che su di essa viene solitamente espresso proviene da una tradizione diversa che vuole a sua volta affermare se stessa a discapito dell’altra. Se la ragione non è altro che una tradizione, cade ogni possibilità di giudizio su una qualsiasi tradizione, poiché essa ed i suoi standard possono essere compresi solo da chi è un partecipante attivo di tale processo.

L’osservatore stesso perde in questa concezione il suo ruolo dominante in quanto il suo osservare, la sua “teoria”, non è altro che una pratica dotata di precisi standard all’interno di una (o di un’altra) tradizione. Ogni sedicente giudizio oggettivo non è altro che un giudizio soggettivo dato da un partecipante ad una determinata tradizione. Questo ragionamento, quanto mai pratico, porta direttamente ad un’unica conclusione che è molto simile al relativismo di Protagora, non a caso intrinsecamente avverso ad ogni tradizione platonica-socratica esistita, esistente o di là da venire.

L’uomo è misura di tutte le cose nel senso relativistico del suo essere incessantemente legato a dei valori da cui non può in nessun modo scindersi e in base ai quali è costretto dalla sua stessa costituzione a giudicare. Risulta perciò assolutamente impossibile sostenere che una tradizione sia migliore dell’altra se non per un giudizio assolutamente arbitrario.

Attraverso questo ragionare, capace di una logica stringente e non a caso a forti tinte wittgensteiniane, Feyerabend giunge all’esposizione della sua tesi finale: “La Società Libera, in cui ogni tradizione ha lo stesso valore di ogni altra e di cui solo ed unicamente i partecipanti ad essa possono essere giudici e conduttori”.

Una tale società libera, però, non potrà certo essere imposta, per non andar contro alle sue stesse “regole”, ma emergerà spontaneamente. Il filosofo nemico della Scienza conclude così il proprio manifesto: “In una società libera la scienza sarà divisa dalla società. Essa non sarà altro che una tradizione tra le altre”.

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