Shall we shale, Mr. President?

di Giulia Massolino

still-gasland

Fracking e shale gas: la manna dal sottosuolo (ma non nel mio giardino) 

In quest’epoca storica chi ha in pugno l’energia, ha in pugno il mondo. Per questo, negli Stati Uniti si sta parlando di “fracking revolution”. Il fatto che il gas naturale sia una rivoluzione è ormai fuori da ogni dubbio. E, come ogni rivoluzione, porterà le sue vittorie e le sue sconfitte. Se ne è parlato anche all’interno della manifestazione Trieste Next, il cui tema quest’anno era appunto un provocatorio “EnergEthic”.

Con il termine fracking (idrofratturazione) ci si riferisce ad un processo che consiste nell’iniettare ad alta pressione acqua, sabbia ed agenti chimici nel suolo, attraverso pozzi orizzontali scavati ad una profondità di alcuni chilometri, con lo scopo di fratturare le rocce e far sì che rilascino il gas naturale (shale gas) in esse intrappolato. Questa procedura è stata ideata attorno al 1960, ma è al 2011 che risalgono le esplorazioni estensive su tutto il territorio americano alla ricerca di idrocarburi, ed è lì che è esploso il fenomeno. In effetti, il fracking non sarebbe potuto nascere in nessun altro Paese per due motivi: in America il proprietario di un terreno esercita diritti di proprietà anche su tutto ciò che vi è al di sotto (detiene i diritti minerari) e solo negli USA vi è un mercato capitalistico con attori che possano e vogliano investire ingenti quantità di denaro in un’attività tanto rischiosa. Questa fortuita combinazione di fattori ha fatto sì che all’improvviso venissero scavati migliaia di pozzi sul suolo americano, creando (si stima) 3 milioni di posti di lavoro e facendo sì che l’America, in pochi anni, rubasse il posto di maggior produttore di gas naturale alla Russia e stia per raggiungere l’Arabia Saudita come primo esportatore mondiale di idrocarburi.

In tutti gli altri Paesi i diritti minerari dei giacimenti al di sotto dei terreni sono virtualmente detenuti, o strettamente controllati, dai governi. Per fortuna. Sarebbe da chiedersi, infatti, quali informazioni abbiano ricevuto i proprietari terrieri che hanno ceduto i diritti minerari del proprio terreno alle compagnie di fracking riguardo ai possibili rischi. Una libera scelta si basa indispensabilmente sulla completezza di informazioni disponibili oltre che sulla loro comprensibilità. Anche nel caso in cui, dunque, i proprietari siano stati adeguatamente informati, ipotizzando un livello di istruzione medio, sarebbero davvero riusciti a comprenderne le conseguenze? Tra queste sono contemplate: il possibile inquinamento degli acquiferi (e di conseguenza dell’acqua nelle case), la perdita di gas e sostanze chimiche in forma gassosa, il continuo passaggio dei camion a servizio dei pozzi, l’utilizzo di abnormi quantità di acqua. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dunque non è scontato provare compassione per chi abbia deciso di “vendere la terra al diavolo” in cambio di un ingente ritorno economico. Ma l’aria e l’acqua non conoscono i confini di proprietà. Anche i vicini di chi avesse accettato si ritroverebbero a subirne tutti i disagi e, peraltro, senza averne ricavato un cent.

Le compagnie che si occupano di fracking, ovviamente, negano che le procedure possano inquinare le falde acquifere, poiché i pozzi sono scavati a profondità di gran lunga superiori. A onor del vero, se le operazioni di estrazione fossero eseguite correttamente, non si dovrebbero presentare perdite di sostanze inquinanti negli strati più superficiali del terreno, ed esistono tecniche per ridurre le esalazioni di gas. Ma la differenza tra teoria e pratica è più grande in pratica che in teoria: molte famiglie lamentano di non poter più aprire i rubinetti di casa o di essersi dovute trasferire a causa dell’inquinamento dell’aria (senza, ovviamente, esser riuscite a vendere la propria casa). In Italia va anche messa in conto l’elevata sismicità del territorio, sul quale le operazioni di fracking potrebbero provocare terremoti catastrofici (secondo alcune fonti avrebbero innescato il terremoto in Emilia). Se è vero, infatti, che i terremoti sono fenomeni naturali che l’uomo non può causare, è altrettanto vero che, per dirla con una metafora, a pestare la coda al can che dorme ci si rende responsabili della sua reazione.

Stanno nascendo sempre più movimenti contro il fracking in Europa e nel mondo. L’Unione Europea per ora lascia la decisione agli Stati; In Italia è in fase di approvazione alla Camera un emendamento (D.L. 133/2014) che lo vieta. All’interno della manifestazione Trieste Next (26-28 ottobre 2014), alcuni studenti di giurisprudenza hanno messo in scena una diatriba legale riguardante il fracking. Il processo è stato affrontato dal punti di vista di tre diversi sistemi giuridici, ipotizzando così di trovarsi innanzi ad un tribunale italiano, ad uno francese ed infine ad uno americano. In tutti e tre casi, la compagnia di fracking è stata condannata (nel caso degli Stati Uniti, è stato il pubblico presente in sala, in qualità di giuria a puntare i pollici verso il basso).

Essere sollevati da questi risultati mentre si continua a guidare la propria auto è, tuttavia, un atteggiamento ipocrita, almeno tanto quanto lo è la disparità di attenzione rivolta al fracking (USA ed UE) rispetto allo sfruttamento dei pozzi di idrocarburi (Africa e Russia). Si chiama “Not in my back yard syndrome”. Siamo disposti a tutto per preservare il nostro stile di vita, purché le conseguenze siano abbastanza lontane dall’essere ignorate. Ora che si sono affacciate al mondo occidentale, ecco fioccare le proteste. Se è vero che tutto ciò che accade in America approda in Europa dopo una generazione, c’è solo da augurarsi che nel mentre si siano riuscite a sviluppare delle tecniche per rendere questa procedura meno dannosa, e siano aumentate l’efficienza e la diffusione di fonti rinnovabili. Presto potrebbe toccare al nostro, di giardino.

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