Singin’ the voodoo: Melissa Laveaux in concerto

di Giuseppe Nava

La programmazione 2018 del Teatro Miela, nelle serate Miela Music Live, continua a offrire interessanti proposte musicali. Lo scorso venerdì il teatro ha ospitato la prima delle tre date italiane di Melissa Laveaux, cantante e chitarrista canadese di origine haitiana, la cui musica si fonda su un originale mix di influenze e sonorità, collocandola nelle zone ibride dell’ambito indie rock. Infatti, se l’esordio Camphor & Copper (2008) presentava canzoni lievi dal taglio folk e blues, acustiche e minimali, il successivo Dying is a Wild Night (2013) virava su arrangiamenti più elaborati ed elettronici, e un umore più cupo. Con il nuovo Radyo Siwèl, uscito in aprile sempre per l’etichetta parigina No Format!, Laveaux scombina di nuovo le carte, immergendosi nella storia e nella cultura di Haiti con una personale rivisitazione di canzoni tradizionali creole.

Melissa, alla voce e chitarra, accompagnata da basso e batteria, ripropone in concerto le canzoni del nuovo album in una versione un po’ più rockettara rispetto agli arrangiamenti soft del disco, senza per questo perdere nulla dei caratteristici groove e ritmi dei pezzi originali. La stessa sua voce, quasi infantile a volte ma con una qualità ruvida e inquieta, dal vivo sembra guadagnare in potenza.

Radyo Siwèl costituisce un viaggio alla riscoperta delle proprie origini, e Melissa Laveaux ci tiene a spiegarne temi e motivi. Introduce ogni pezzo raccontando le leggende haitiane che ne sono alla base, si rammarica di non saper parlare italiano, per farsi capire prova anche con lo spagnolo. Il pubblico scopre dunque che le canzoni di Radyo Siwèl nascono come canzoni di protesta contro l’occupazione americana di Haiti, durata dal 1915 al 1934. Una protesta per lo più ironica, una presa in giro dell’occupante americano che cerca di sradicare la cultura tradizionale dell’isola, spaventato com’è dalle storie che circolano sul voodoo. Il quale, precisa la cantante, non è solo zombie, ma è una religione positiva, che per esempio non reprime e condanna la sessualità ma anzi la favorisce.

È curioso come canzoni dal mood caraibico, per certi versi spensierato, trasmettano al tempo stesso un messaggio politico forte; ma questo passa presto in secondo piano. Il pubblico si lascia sempre più coinvolgere dall’energia di Melissa e alla fine del concerto saranno in molti a ballare sotto al palco. Canzoni dai toni più marcatamente esotici si alternano a pezzi più rock; la sensuale Nan fon bwa, la sbarazzina Tolalito, la trascinante Kouzen, o ancora il blues tribale di Nibo o quello moderno di Postman, sono alcuni dei momenti di una serata sempre sulla cresta, senza cali.

Per mandare il pubblico “a dormire”, come dice scherzando, Laveaux chiude il concerto prima con un pezzo solo chitarra e voce che si trasforma in una sincopata cover di Hallelujah di Cohen; e poi con la splendida versione a cappella di Old Fashioned Morphine di Jolie Holland, in cui la cantante sfodera tutta la sua voce e la sua personalità, mentre il pubblico l’accompagna battendo le mani a tempo.

Melissa Laveaux non delude le aspettative, e si dimostra anzi un’artista intelligente e ironica, oltre che suo agio nella dimensione live. Mescolando tradizione e modernità in modo non banale, ci ricorda come la musica – anche quella “leggera” – possa farsi veicolo di protesta, ribellione e rivendicazione della propria identità.

(grazie ad Alina Tomasella per la collaborazione)

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