Solo Rumore – # 5

di Francesco Baldo

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Quando nel 2006 Nas pubblicò il disco ‘Hip Hop is Dead’ pensai subito a due cose: che il titolo era davvero figo e che era una grande verità. A metà della scorsa decade infatti era in continua proliferazione il circuito dell’hip hop meno liricista e più giocherellone del Dirty South, il cosiddetto ‘crunk’, la cui comparsa allo stesso tempo aveva drammaticamente ridotto la qualità dei testi e aumentato il livello di ignoranza dell’universo rap. Un titolo che quindi indicava una perdita del potere pastorale dei rapper, della capacità di penetrare la corteccia cerebrale con rime efficaci e creative, di manipolare una lingua comune per trasformarla in un linguaggio battagliero, tutto in favore di un mondo più glitterato e commerciale, esasperazione della mondanità sfarzosa che anche il gangsta rap celebrava già da anni. Seguì un terremoto, come ovvio, in un mondo bellicoso ed emotivamente esasperato come quello della black music. Ma, non me ne voglia Nas, l’hip hop non è mai morto, probabilmente non lo sarà mai: il movimento con la doppia H è un grande, vorace, immenso macrofago, che fagocita qualunque tipo di contesto musicale e artistico per riproporlo con caratteri rinnovati e peculiari. Non ci sarà mai un collasso così totale di stimoli da poter impedire un suo ennesimo sviluppo: semmai sta all’ascoltatore accettarlo e metabolizzarlo o rifiutarlo come un corpo estraneo. Proprio come un monumentale Giano bifronte, ciascuno di noi può stimarlo per la sua capacità di rinnovarsi radicalmente ogni 4-5 anni, scaricando da qualche parte una muta serpentesca fatta di beats e versi ormai fuori luogo, o odiarlo, ritenendolo solo uno specchio che riflette male idee provenienti da qualche altro contesto musicale. Insomma, è difficile rimanere indifferenti, non esiste un giusto mezzo, una visione neutrale: ma la linfa vitale del rap è costante. Il pregio del rinnovamento perenne è tangibile non solo in termini artistici e concettuali, ma proprio visivamente: chi non si rinnova non esiste più. Le generazioni di rapper hanno una velocità di ricambio molto spedita e, tranne qualche nome veramente grosso, è difficile cavalcare l’onda per più di una decina d’anni. Basta guardare il declino di un dinosauro come 50 Cent: in 10 anni è passato da 16 milioni di copie vendute a meno di 500 mila. Ecco, Eminem è sempre uguale e tiene botta, ma perché forte della base solida di ragazzetti bianchi incazzosi che negli anni non è mai diminuita. Ma i troni si stanno liberando, e nuovi re approcciano la scena. Il primo di questi è senza dubbio Kendrick Lamar, probabilmente il migliore sulla scena ora, forte di una capacità di scrittura che ha avuto pochi eguali nel passato e che rimanda alla qualità aurifera del rap anni ’90. Uno che non è mai sceso dalla vetta è di sicuro Kanye West, che della mutevolezza dei propri dischi ne ha fatto un’arte: sono infatti pochissime le analogie tra il calore old school dei primi lavori e lo scarno minimalismo elettronico del suo ultimo LP Yeezus, così fuori da ogni logica di genere da essere a stento considerabile come rap, semmai come una forma di avanguardia musicale, dove l’unico fil rouge sembra essere una rabbia mal stemperata che cavalca una serie di beats oscuri. Una delle etichette che sta attraversando un ottimo periodo di forma è l’Hellfyre Club, per la quale sono usciti gli ultimissimi lavori di milo e Open Mike Eagle, dove un flow morbido incontra basi palesemente elettroniche, condite da testi con innovativi riferimenti culturali, quali citazioni filosofiche e patogenesi di malattie autoimmuni. Tra i collettivi più prolifici quello più di rilievo è quello degli Odd Future, capitato dal giovane Tyler The Creator e supportato da alcuni dei migliori rapper emergenti, quali Earl Sweatshirt, Left Brain e Hodgy Beats: una sorta di Wu Tang Clan fissato per lo skate, le droghe e Jackass, che fa dell’ironia oscura e del politicamente scorretto il suo cavallo di battaglia. E poi ci sono Mac Miller, Run The Jewels, Young Fathers, Mick Jenkins, Clipping… Insomma, se qualcuno è morto, forse non è l’hip hop, ma lo stesso Nas.

Puoi ascoltare la rubrica su spotify o su youtube.

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