Stato di violenza

 

di Davide Pittioni
g8

 

Genova è un trauma che riemerge continuamente nella nostra coscienza. Basta una frase, un piccolo passo in avanti dei processi, un episodio quasi insignificante, perché torni alla ribalta. Troppo fragile la rimozione, troppo intensa la forza che manifesta. Una violenza che non si riesce in nessun modo a racchiudere nella casistica, nel tradizionale cesto delle male marce. Paiono semplicemente goffe le affermazioni del poliziotto, presente durante l’irruzione alla scuola Diaz, che commenta pressapoco: “non mi accorsi di niente, la giustizia farà il suo corso”. Goffe se paragonate ad altre e più inquietanti testimonianze: “pensai ad un colpo di stato”, affermò un giornalista presente; “una sospensione dei diritti umani”, la solita e inascoltata Amnesty International. In fondo, sembra un caso evidente di “terrore”, perpetrato da quello stesso potere che di lì a qualche mese sarebbe andato a caccia di terroristi in Afghanistan. Guerra del terrore, guerra al terrore.

Terrore che è prima di tutto un effetto di violenza. Non di una violenza soggettiva, come nel caso di un raptus individuale che si sfoga all’esterno. Si può certamente parlare di sadismo, ci fu a Genova, come in chissà quanti altri casi. Ma oltre quello – che a leggerlo oggi sembra solo una pallida giustificazione di una politica costretta a riscrivere al massimo la superficie delle cose – sembra mostrarsi qualcosa di più strutturale. Come scrive Žižek in Violence: “la violenza soggettiva è solo la porzione più visibile di una triade che include anche due tipi di violenza oggettiva”. La “violenza simbolica”, incorporata nel linguaggio e nelle sue forme, e la “violenza sistemica”, legata al funzionamento stesso di un sistema economico e politico: forme invisibili, che permeano in profondità il tessuto sociale in cui siamo avvolti. Forme che si nascondono dietro un “livello zero di non violenza”, punto dal quale è possibile giudicare la violenza “soggettiva”, come uno squarcio della normalità. Ma sotto la prima scorza, alla fine, si intravede un continuo rimescolamento dei termini, un’attività incessante che ridefinisce gli stessi livelli di visibilità della violenza. Un po’ come nelle letture che si continuano a dare di quei giorni a Genova, in un lotta per l’egemonia culturale su quell’evento. Il corteo, ad esempio, è immediatamente quello scatto di Giuliani con un estintore, quindi la legittimazione – e la legittima difesa – del suo omicidio. Altro non è dato vedere. Anche se cosa si mostra non è fissato una volte per tutte.

Il “gioco” sta appunto nel rappresentare il contesto come l’effetto di un atto di violenza visibile. Altro esempio interessante è la Val di Susa, messa sotto i riflettori solo nel momento in cui irrompe un fatto violento: che sia un compressore bruciato, un corteo, uno scontro con la polizia, tutto il contesto resta comunque fuori fuoco. La violenza è solo la perturbazione di una normalità. Uno stato di cose, che da un’altra prospettiva, è ancora violenza: è militarizzazione, apparato repressivo, divieto. L’equazione resta però complessa: le due violenze – visibile e invisibile – cortocircuitano e si ridefiniscono a vicenda. Il punto è poi di nuovo riaddomesticarle, riportarle ad uno stato di cose che richiuda lo spazio aperto dalla sospensione di un diritto. Quel poliziotto è insomma solo una mela marcia. E il resto riprende a funzionare.

Il riferimento alla “polizia” non è casuale. È un’istituzione esemplare, di cui Walter Benjamin, in un saggio densissimo intitolato Sulla critica della violenza, si serve per descrivere l’ambiguità della “violenza mitica”. Il mito, secondo Benjamin, è il luogo di manifestazione della “violenza che pone e conserva il diritto”, che poi è la stessa connaturata ad ogni potere giuridico. Diritto, come anche la legge, che è prima di tutto “forza”, enforcement, cioè applicabilità del suo comando, seconda quanto nota Derrida in Forza di legge. C’è allora una precisa e problematica funzione in quella sfera dove risiede la “legittimità” dell’uso della forza. Qui, la violenza che istituisce e quella che conserva il diritto sono la stessa cosa: in una “presenza spettrale, perché inafferrabile e diffusa per ogni dove, nella vita degli Stati civilizzati”. Così quello che a prima a vista sembra un organo derivato e sempre governato da una legge che gli sta sopra, si scopre avere un carattere intimamente legato alla possibilità stessa del diritto, di ogni diritto. C’è un prima della legge, un’origine continuamente ripetuta nel corso del suo funzionamento. Nel mito di Niobe, fa notare ancora Benjamin, la punizione di Apollo e Artemide non è una vera punizione, perché non c’è trasgressione di una norma. Non c’è proprio norma, almeno non scritta, e quindi nemmeno infrazione. C’è piuttosto un gioco di destino e sfida, di orgoglio e alla fine castigo. In questo momento fondativo si presenta appunto la violenza che istituisce la possibilità della colpa e del diritto: la violenza mitica “pone limiti e confini”, “è violenza sanguinosa sulla nuda vita in nome della violenza”. È in qualche modo violenza esemplare.

Nel castigo c’è quindi una violenza che si sottrae al calcolo, alla stessa sequenza della causa e dell’effetto. Una sospensione incommensurabile ad un prima e un dopo. Se si riguarda a Genova, soffermandosi sugli eccessi di quella terrificante “violenza sanguinosa”, si avverte un senso di spaesamento, come se si assistesse a un rito insensato. Inspiegabile nella sua manifestazione spudorata e rappresentabile solo in secondo momento, come digerita dall’istituzione di un nuovo diritto, e con esso di nuovi rapporti di forza, nuovi scenari. “Creazione di diritto è creazione di potere, e in tanto un atto di immediata manifestazione di violenza”.

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