Storia dei “Freaks” – Fenomeni da baraccone

#storiadellaschiavitù

di Ivan Buttazzoni

Il termine “freak”, fenomeno, è usato per indicare gli umani fisicamente anormali: nani, giganti, fratelli siamesi, ermafroditi, donne barbute e scheletri viventi. Queste pregevolissime persone hanno alle loro spalle una storia individuale e collettiva di emarginazione, segregazione, esclusione e pesante sfruttamento. Da sempre sono gli schiavi e i perseguitati preferiti della società dei “belli” e dei “normali”. I freaks che ancora lavorano nelle fiere e nei circhi, preferiscono farsi chiamare “artisti”.

“I freaks sono un’aristocrazia”, diceva la fotografa Diane Arbus. Un’aristocrazia nera e maledetta, condannata alla sofferenza, alla spettacolarizzazione e allo sfruttamento spietato. L’episodio del freak show ottocentesco, erede distorto delle fiere medievali e rinascimentali, è stata per lungo tempo l’eclatante vetrina in cui questi “diversi” venivano esposti per un pubblico di “normali” affamati di curiosità ed esotismi d’ogni genere.
I “normali” borghesi, dediti fin da allora alla cura ossessiva e al culto della loro immagine sociale, psichica, estetica e corporea, alla vista dei freaks ridevano, sbeffeggiavano, provocavano e offendevano i loro schiavi estetici e sociali.
La bruttezza e la deformità inducono quasi “naturalmente” l’altro alla sopraffazione: si tratta di una legge troppo umana che i freaks di tutto il pianeta hanno ormai imparato ad accettare. Il “senso comune” e il “buon senso” vogliono segretamente che il diverso sia sottomesso, normalizzato: questa è la pulsione dominante, il non-detto che struttura in profondità il “mondo nuovo” della morale borghese.

Sulla scena per certi versi triviale del freak show possiamo spiare così l’insaziato desiderio borghese di sottomettere, di umiliare la diversità. E se guardiamo ancora meglio, possiamo scorgere in filigrana anche come questo desiderio di sottomissione e addomesticameno riesca a malapena a coprire la fobia di poter essere contagiati dalla diversità.

L’Altro, il freak, assume in quest’ottica un valore esemplare. Nel freak show ottocentesco egli ci appare come il rovescio della nuova “normalità” dell’essere umano. Il freak (come il selvaggio) può perciò essere isolato in una gabbia, scientificamente osservato e deriso o, peggio ancora, venire trasformato in un mostro di fronte al quale fare sfoggio della propria pietà. Questo è il ventaglio di emozioni piccolo borghesi scatenate dal Freak show ottocentesco: un divertissment, un rito che – attraverso la caricatura di tutto ciò che era Altro da sè – serviva alla nuova classe in ascesa per immaginarsi (e imporsi) come metro universale di tutte le cose. Memorabilmente sintomatici sono a questo proposito il racconto di Baudelarie (nello Spleen di Parigi) sulla “bestia” in gabbia esposta in una fiera, e quelli appena più tardi di Kafka (“Un digiunatore” e “Una relazione per un’Accademia”).

Il freak show del Signor Barnum
L’Ottocento post-napoleonico fu un’epoca in cui i canoni estetici che distinguevano le  “persone per bene” dagli indesiderati erano codificati in modo rigido ed universalizzante. L’età Vittoriana era ben consapevole dell’etica e dell’estetica delle persone ritenute accettabili: era un tempo in cui non si faceva problemi a etichettare tutto ciò che trascendeva tali canoni come “mostruosità”. La mostruosità, espulsa con fervore dagli ambienti sociali altolocati, ritorna però sintomaticamente sublimata nel gusto letterario e nei passatempi tipici dell’epoca. Nell’immaginario ottocentesco infatti, curiosamente, i mostri sono ovunque: mostri che fanno ridere, arrabbiare, sorprendere, che suscitano disgusto e rimprovero, ma soprattutto… Mostri che spaventano: da Frankenstein a Dracula, solo per citare i più famosi.
Questa fascinazione/repulsione tipicamente ottocentesca per il freak produrrà delle situazioni paradossali. Se infatti la regina Vittoria riceverà addirittura P. T. Barnum, l’impresario circense dei freak show più famosi, e il suo nano prediletto Tom Thumb, nello stesso periodo la Venere Ottentotta (altra celebre freak) sarà studiata, umiliata e costretta a una vita servile di malattia e prostituzione, solo perché diversa.

Esseri “strani” sono sempre esistiti in tutte le epoche, e sempre esisteranno, per pagare con le lacrime, col sangue e con la schiavitù la loro diversità. Ma se il freak show fu la suprema umiliazione e ridicolizzazione collettiva dell’universo freak – segnando per sempre la fine del mistero e della magia che dalla notte dei tempi emanavano da queste persone “speciali” – esso fu anche la piattaforma concettuale per la nascita e il rilancio di una nuova “coscienza collettiva” e di un nuovo orgoglio freak.

Il comizio
Fu così che il 6 gennaio 1898, i membri di una compagnia in torunée del Circo Barnum e Bailey tennero a Londra un comizio di protesta. Indetto da Miss Annie Jones, La donna barbuta, il comizio fu presieduto da Sol Stone, La calcolatrice umana. Ne stese il verbale, con i piedi, la Meraviglia senza braccia.
P. T. Barnum, nella sua autobiografia, parlando dei suoi prodigi, non li definisce freaks ma “curiosità”, accomunandoli ad attrazioni animali e a frodi specificamente concepite. In quanto sub-umano il freak è equiparato da Barnum (e dal senso comune) all’animale: lo schiavo per antonomasia fin dalla notte dei tempi. Il freak – come lo schiavo – è l’essere liminale, a suo modo metafisico e inquietante, che si colloca sulla soglia enigmatica tra uomo e animale. Così gli ipertricotici furono definiti “faccia di cane” e Joseph Merrick divenne l’Uomo Elefante. L’abbinamento a una specie animale era infatti una negazione di dignità, ma anche un’ apposita e artificiosa aggiunta di inquietante mistero. Ne La bottega dell’antiquario, lo scrittore Charles Dickens esprime i vertici cui era arrivato l’interesse per i freaks nel XIX secolo. I diversi, infatti, non hanno mai smesso di sedurre i buoni borghesi, sempre attanagliati dai loro “feticismi” (per le merci e non) e dai lor appetiti proibiti. Se il deforme Merrick, alias Elephant Man, fece breccia nel cuore di una nota attrice, altrettanto eclatante fu il fascino erotico esercitato per lungo tempo dai nani, fino ai divieti vittoriani di “incrocio carnale” fra le specie. Abraham Lincoln e Mark Twain sono solo alcuni dei molti personaggi celebri del tempo che svilupparono un interesse morboso per i nani.

Amici e nemici dei freaks. Il XX secolo.
Da schiavi di corte mediavali, divenuti poi bizzarre curiosità nell’Ottocento, i freaks nel Novecento si preparano a diventare le vittime dell’eugenetica nazista, dei fascismi e della repressione sanguinaria del diverso, messa in atto dallo stalinismo.
L’esibizione dei freaks fu così vietata nella Germania nazionalsocialista e in Unione Sovietica. Ciò accadde non tanto per una riscossa di una qualche percezione della loro dignità umana, quanto piuttosto per l’inasprirsi dell’intolleranza che ormai, a destra come a sinistra, non ammetteva più l’esistenza del diverso, neanche come schiavo, neanche come essere “inferiore” da additare.  Non sarà per caso, purtroppo, se i nani e tutte le altre “vite indegne di essere vissute” finiranno in massa nelle camere a gas e nei campi di sterminio.

Volgendo lo sguardo ai giorni nostri – nonostante l’apparente inclusività e il moralismo della società contemporanea – mi pare che l’anormalità susciti oggi più che mai ancora orrore e paura. Direi però che lo fa in un modo nuovo, diverso: svuotato di ogni meraviglia. Un modo che risente del paradigma segreto e dei valori più bui della società borghese, quelli che hanno dato corpo ai fascismi e i nazismi del XX secolo. Se infatti l’orrore degli stermini nazisti è superato, non lo è l’idea che la diversità sia una minaccia, un qualcosa che necessita di essere normalizzato, rieducato, curato (e, ove questo non sia possibile, nascosto agli occhi del mondo).

 Il discorso sulla storia e l’identità dei freaks non può che suscitare polemiche, scoperchiare vespai, infrangere in modo spudorato vasi di Pandora che manifestano tutto il Male, autentico quotidiano e “banale”, da cui è costituita la coscienza umana. L’esclusione più o meno violenta dei diversi (fisici o psichici), è lo strumento psicologico e istituzionale attraverso cui la società capitalista mette a tacere tutti i “sintomi umani” della propria follia, della propria insopportabile, irreparabile deformità. La follia di questa società, della nostra, è la paura dell’Altro. Una paura che, come tutte, serve per non ammettere a se stessi un desiderio di cui ci si vergogna. Nel caso specifico, un desiderio sadico-anale di appropriazione, di controllo, di sottomissione e umiliazione di tutto ciò che resiste volontariamente o involontariamente alla classificazione, alla normalizzazione.

La società del XXI secolo non ha liberato i freaks, li ha fatti scomparire del tutto dalla scena del teatro dell’immagine. Sappiamo bene come l’esclusione dalla scena pubblica e mediatica al giorno d’oggi suoni come una effettiva condanna capitale, laddove senza spettacolo non vi è vita possibile. Il freak, oggi più che mai, è un sottomesso, un affronto intollerabile alla società globale: un corpo estraneo, rimosso, represso, non rappresentato, mantenuto nella segregazione e nel silenzio fino alla morte naturale… Indegno persino che si rida, o che ci si spaventi, di lui.

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