Terza pagina #12. Julian Zhara, “Bretella rossa”

Bretella Rossa

Mi presti un’opinione? La riporto
tra un anno la riporto, prometto,
un volto per le mie nocche! – hanno sete,
una mascella instabile, un viso un po’ storto,
basta poco, davvero poco,
per la mia arte: un supporto
da plasmare, tempo nemmeno un minuto,
è pronto
per la post-produzione,
un intervento esterno, di un altro artista
in divisa bianca o ciano che ritorna
il corpo allo stadio precedente
ma dentro no, dentro agisco io ancora;
ho innescato un’opera che evolve
da sola
procede
nel farsi per chissà quanto – la vita?
Come faccio a spiegarlo alla polizia?

Devo mentire, comunicare le intenzioni,
reiterare i risultati, ridurre la ricezione
alla portata del verbale,
non posso, non posso,
manca nella loro forma mentis
il movente – la prassi dell’artista,
non posso in coscienza incolpare
nemmeno il supporto,
che so vivere e soffrire
proprio come me.

D’altronde è altro che mi muove mentre creo,
come faccio, come faccio
a spiegare alla pattuglia che
anche quando guardo
fuori dai finestrini dell’auto di servizio,
io lavoro?

(poi non è altro che carne umana ammassata male,
magari ordinata secondo una gerarchia
che funzionale
è inservibile ad altro uso –
artistico per l’occasione
e sarebbe dove la mia colpa?)

L’opera d’arte serve
l’artista soltanto,
il pubblico dei self-service
cosa può capirne, davvero.

La biografia: vorrei una biografia
per ogni strada lasciata orfana di orme,
per ogni frase finita in settima,
per ogni fuori fuoco sacrificato,
per ogni sforzo spermatico finito
in cellulosa, in uno schermo di lattice,
di pelle umana.

Ha rovinato più la biografia dei grandi, la scrittura dei minori,
di quanto la scrittura, la biografia dei grandi autori.

Questa libertà che vigila
tra quattro mura, sei per la precisione,
credo funzionerà per poco ancora perché
mi confina l’azione
alla fantasia soltanto,
ormai se sogno, o dimentico o sogno poco,
la stanza-cranio si fa mondo-porco
in un battito di mani, un applauso staccato
dalla platea, in differita,
vi immaginate il libro opporsi
alla mano del poeta,
sbuffare fuori tutto lo scritto
e stare bianco e candido,
come una puttana che si fa suora,
si traveste a vita,
per farsi scopare dal Dio solo, alla fine,
ritornare bambina che si scopre
con le dita,
scopre le fessure essere porte,
indica la luna mediata dal lampadario –
luna condannata a stare in alto
per colpa dei poeti,
quando anche la più piccola
pozzanghera d’acqua sporca
ne mima l’immagine molto meglio
di qualsiasi verso.

Adesso se posso, e posso, gratto
fuori la mia arte che si fa prurito,
il corpo tradisce la nevrosi,
il corpo sa bene cosa,
mi faccio supporto io stesso, ho deciso,
riepilogo la mia arte in me,
so, non godrò il prodotto
finale
se lo godrà la polizia – pazienza,
un ultimo sforzo e risolvo
la fame, il prurito, risolvo
la vita.
 
 

*

Julian Zhara, poeta, performer, organizzatore di eventi culturali, è nato a Durazzo (Albania) nel 1986. Si trasferisce in Italia nel 1999. Ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, 2009). Presente tra i finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013). Dal 2012 lavora col compositore Ilich Molin. Nel 2014 partecipa con un progetto di spoken music a Generation Y, evento sulla poesia ultima, a cura di Ivan Schiavone, al MAXXI. Sempre con lo stesso progetto, è presente all’omonimo documentario andato in onda su Rai 5. Cura assieme a Blare Out, il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno.
Nel 2016 gli viene assegnata una menzione speciale al Premio Internazionale di Poesia Alfonso Gatto. Sue poesie sono presenti in blog e riviste specializzate. Vive lavora e scrive, a Venezia.

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