Terza Pagina – #2

“Io, Maurice & la divertenza”: il racconto di Giulio Debelli

porto vecchio di Trieste - foto di Stefano Tieri

Il mio amico Maurice era un ragazzo divertente.
Era giovane e di bell’aspetto, di mestiere faceva il cuoco e la cosa che più mi incuriosiva era la sua scanzonata ignoranza, costantemente impegnata a boxare con l’intelligenza viva che immeritatamente possedeva. I duellanti, di solito, finivano al tappeto una volta per uno.
Poco tempo fa, credo fosse Settembre, stavo raccontando a Maurice (ovviamente su sua richiesta) le mie esperienze londinesi. Il ragazzo voleva il pepe e quindi faceva domande specifiche in modo da far deviare il mio racconto sul sesso.
«Sei mai stato con una negra?»
«Certo, molte volte, due delle mie fidanzate erano ragazze di colore. Sono persone molto solari e molto divertenti, sono quasi sempre felici e spesso sono anche molto
religiose… beh, immagino che questo dipenda molto dalle loro origini… non
ne sono sicuro, posso solo dirti che le donne in questione erano entrambe così.»
«È vero che hanno un odore diverso?»
«Mah… non saprei»
«Mi hanno detto che hanno un odore diverso!»
«Non lo so, ogni volta che baciavo Sarah, una stupenda meticcia di origini jamaicane,
venivo avvolto da un profumo di agrumi, come se mi stessi trovando in un aranceto; proveniva dai suoi capelli. Era molto bello, eccitante e rilassante allo stesso tempo»
«No no, io intendevo l’odore della loro figa!»
«Lo so cosa intendevi ragazzo, ho omesso la risposta di proposito.»
«E perché scusa?»
«Perché non lo so, non ricordo o forse perché non te lo voglio dire… voi gente ordinaria, sempre a cercare le risposte dai marinai e dai vecchi. Ma chi sono io, un prete?! Guarda non ne so un cazzo di queste cose. Non ho tutte le risposte! E poi, scusa, perché chiedere risposte quando puoi cercarle. Indaga, cazzo! Verifica! Provaci almeno… Cristo santo, hai la gioventù a tua disposizione!»
Così Maurice, il ventenne più divertente che io abbia mai conosciuto, abbassò lo sguardo per pochi istanti. Poco dopo i suoi occhi ripresero a fissarmi, nuovamente vivi e sempre più divertiti.
«Parlare con te mi piace molto» mi disse.
Rabbonito sbuffai: «Non ricordo più l’odore della sua fica, Maurice. Ero sempre ubriaco e poi, amico mio, tu mi chiedi di raccontarti storie di 15 anni fa… sono solo vecchie storie che puzzano di muffa e polvere… sono stantie»
«Stan-chè?»
«Oh cazzo, stantie. Storie stantie! Significa che sono ferme in un tempo passato. Ho quarant’anni bello, sono in lista d’attesa per l’impotenza!»
Ridacchiando mi disse: «Beh, io non sarò mai impotente, vedrai!»
«Ma davvero, bambino, e che cosa ti da la convinzione che ciò che affermi sia vero?»
Allora scoppiò a ridere di brutto. Poi, facendo spallucce: «Finché avrò la lingua e le dita…»
Sghignazzammo un po’ e lo salutai. Era tardi e avevo un appuntamento nella notte.
Ecco questo è Maurice, il mio nipote finto.

Camminando tra i vicoli oscenamente lerci della città vecchia mi resi conto che soltanto due persone avevano il dono di mettermi di buon umore, solo lui e Denise. Appena quei due entravano nel mio campo visivo il mio umore migliorava notevolmente. Avevano il raro dono della “divertenza”.
In quei giorni ero praticamente sempre ubriaco e non legavo affatto con i miei coetanei: questi quarantenni stronzi, sconfitti dalla vita, sempre in lotta con i loro mutui o con le rate delle loro preziose automobili del cazzo. Vestono casual nel tentativo di ingannare l’età matura, non li ho mai capiti, io lo so che mi vesto come un idiota ma a me piace e lo faccio apposta. Mi piace quando mi giudicano fuori luogo e fuori moda o quando dicono: “Hey, hai visto quello? Porta ancora i jeans scampanati come negli anni novanta!”… che poi sarebbero gli anni settanta ma lasciamo perdere. Cazzoni, non ho bisogno di sentirmi alla moda… me la faccio da solo la mia tendenza.

Comunque, stavo dicendo che in quel periodo di spritz e gin lemon andavo spesso a trovare Maurice nel ristorante in cui “rubava la paga”. Lì mettevo in scena il nostro giochetto preferito. Entrando rubavo una lunga tovaglia bianca, me la avvolgevo intorno le spalle a mo’ di tunica e, a braccia aperte in stile predicatore-visionario, raggiungevo la cucina dove con voce Gassmaniana esordivo circa così: “che la pace sia con te, o mio giovane amico! Con te che hai il dono della divertenza!”. E poi giù a ridere come due cretini. Bevevo fino a tardi e alcune notti aspettavo il suo agognato fine turno. Era sempre felice quando mi vedeva e così sparavamo cazzate allucinanti passeggiando lungo le rive per poi andare in testa al grande molo a fumare qualche canna e bere fino all’alba il vino che rubava al ristorante.

I suoi sogni e le sue paure erano identici ai miei. L’uomo e il ragazzo avevano origini diverse e una diversa educazione, i loro vestiti e il modo di portare i capelli… ma tutto questo scompariva quando ci si raccontava delle proprie paure e dei propri sogni. Quelli erano sempre gli stessi. L’uomo sconfitto ascoltava il ragazzo e cercava di spiegare dove e perché aveva sbagliato, dove aveva iniziato a perdere la guerra. Voleva parargli il culo e metterlo in guardia ma Maurice non aveva i mezzi per poter usare a proprio vantaggio la mia esperienza. Fra qualche anno, ne ero quasi certo, Maurice sarebbe diventato come me e questo mi faceva rabbia. Volevo aiutarlo ma non ce l’avrei mai fatta. Impossibile. Troppo amore per la vita. Troppa divertenza.

Maurice mi manca molto. Non è morto, intendiamoci, sono io che ho cambiato città. Sono partito, quel posto mi stava ammazzando di noia. A parte Maurice era una città di dormienti, di ex benestanti, di ex esseri umani. Oggi mi sono alzato presto e ho preso l’autobus per andare al lavoro. Dalla verde periferia piena di giardini alberati al centro città… down town “la grigia”. BAM! Le porte della corriera si spalancarono di scatto presentandomi al marciapiede. Sono sceso a stento, la sbornia della seratina di ieri evidentemente aveva lasciato il segno! Sulla strada mi ha subito avvinghiato il tanfo terrificante della metropoli: un misto di merda di cane e smog. Dio ci ha scorreggiato addosso lasciandoci l’eco delle urla della sua merda oppressa. Perfetto. Ho sempre amato London.

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