Terza pagina #9. I “pasti nudi” della macchina culturale

I “pasti nudi” della macchina culturale

di Andrea Muni

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La via d’uscita è la via d’entrata
(W. S. Borroughs, Il pasto nudo).

Ogni volta che entro in libreria sono colto da un senso di nausea. Mi aggiro tra gli scaffali pieni di libri freschi di stampa e mi viene da vomitare. Sì, i libri stipati negli scaffali come ebrei al campo mi generano lo stesso disagio, lo stesso disgusto, delle pile di casse d’acqua minerale alte quindici metri degli Ipermercati. Sento che mi crolleranno addosso, tutti. Lo so. Sento le parole di plastica che mi sommergono, infinite gocce, molecole di un grande oceano di carta, di scarti, di tutto quello che la gente non è riuscita a tenere per sé. Se Svevo aveva ragione, nel dire che – in ultima istanza – la scrittura è una forma di igiene, allora i luoghi “sacri” che contengono i prodotti di queste operazioni “culturali” non sono forse altro che enormi scarichi, dedali infiniti di fogne.

Mi angosciano tutte quelle persone fatte di parole, che non conosco e che incombono, nascoste, da dietro (o da dentro) i libri. Sono così vicine che posso sentirle sussurrare fuori dalla pagine, fuori di me, come se il mio cervello fosse geneticamente e irrimediabilmente sintonizzato sulle basse frequenze di Radio Capitalismo… i loro sussurri mi tormentano mentre cammino in silenzio tra gli scaffali… “com-pra-mi”, “sce-gli me”. Non è nemmeno questione di consumismo, siamo a uno stadio completamente differente, ne va della mia identità.

Sono già al terzo fermo per vandalismo, la terza libreria ridotta a macelleria di carta in sole due settimane. Non giudicatemi, il mio manifesto sul luddismo culturale vi spiegherà tutto un giorno. Il fatto è solo che non riesco ad accettare che possa essere vero… non può essere vero che tutti – tutti noi che diciamo – abbiamo davvero così tanto da dire. Cosa li spinge, cosa mi spinge, a dire? Cosa li porta, cosa ci porta, a riempire ognuno la sua brava piccola paginetta di infinito, ognuno la sua piccola squama di vanità, di “verità”, il suo piccolo pezzo di specchio rotto, ognuno la sua narcisistica arteria di un dio che, pur essendo morto, ha avuto almeno la malevola decenza di incartarsi per noi.

Il mio analista ha detto che la cosa non fa una piega, che va tutto bene, che – anche se non è sano – è normale che io mi senta così. Io sono allergico alla cultura in generale, ho letto dieci romanzi nella vita, le attività “culturali” che mi soddisfano di più sono bere e scopare e il mio narcisismo è talmente sfrenato che riesco a leggere con vero entusiasmo, e senza preconcetti, soltanto me stesso.

Eppure io lo so, lo sento… c’è dell’altro. La macchina culturale, mi dico… deve essere la macchina a farmi vomitare, forse va troppo veloce, prende tutte le curve in bomba… non so se sia il disboscamento delle foreste, inevitabile controindicazione dell’inesauribile produzione intellettuale di Massimo Recalcati – un male necessario; o magari il fatto che ogni volta che leggo qualcosa spero che non sia più interessante di quello che potrei mai dire o scrivere io; o forse è Amazon, o il fatto che l’editoria è ormai uno dei più importanti luoghi di riciclaggio di denaro sporco; o il fatto che devi pagare per scrivere un libro, o venire pagato per scrivere le cose che vogliono gli altri, o forse che per vendere un libro – come per scriverlo, come per ottenere qualsiasi cosa nella vita – devi essere l’amico, moroso, cugino di qualcuno che è più in alto di te (tranne se scrivi su Charta Sporca ovviamente, li ci scrivi solo se sei proprio senza speranze).

La macchina culturale si nutre, mangiacaga, è attaccata alla nostra voglia di dire e fare. E come mangia, … e come ci caga… ci digerisce. Posso vedermi entrare nella sua bocca, vedere tutti i miei buoni propositi critici venire masticati, diventare bolo, entrare nel suo tubo ed essere cagati per riempire la pagine vuote (di giornali, di libri, del web). La macchina si ingrassa del mio desiderio di dire più di quel che mi urge dire, di fare più di quello che saprei fare. La sua energia è la mia ambizione, la sua forza è nell’impellente bisogno quasi-fisiologico che ho di dire cose in un certo contesto, sotto una certa autorità, con un certo “credito”, cose che mi rendano “qualcuno che le dice”. La mia voglia di “essere qualcuno che dice” è il carburante della macchina, lei si nutre di me (perché forse io mi risolvo in questo desiderio)… al punto tale che per parlarne male, per cercare di uscirne, di infettarla a mio modo, non posso evitare di parlarti da dentro il suo stomaco, da dentro la tua testa.

Ieri ho raccontato al mio analista di un sogno che ho fatto. C’era Hitler che bruciava i libri in piazza, come in quella mitica scena di “Indiana Jones e l’ultima crociata” in cui Adolf firma l’autografo a Indiana (che gli capita davanti per sbaglio con il libricino su cui è disegnata la mappa per il Sacro Graal). Insomma, Adolf è a cavallo del panda del WWF, ma a un certo punto, turbato, smonta dal panda parandoglisi davanti e specchiandosi nei suoi profondissimi occhi ungulati. Per due interminabili secondi i due si guardano, poi si abbracciano e si baciano appassionatamente. Il dottore mi ha spiegato (per fortuna!) che il senso di questo sogno è che in cuor mio io desidero profondamente una moratoria decennale sulla pubblicazione di libri – di qualsiasi genere. Credo, in effetti, che sarebbe veramente un grande atto di eco-civiltà.

Ma io posso davvero dire “da fuori”? Non devo piuttosto, visto che non c’è nessun fuori, diventare un virus, una tenia, una malattia della macchina? Non devo forse fare come il vecchio Bill Burroughs, che ha scritto libri oggi considerati grandi classici della letteratura, ma che quando li apri non sono altro che i vaneggiamenti allucinati, psicotici e biliosi di un tossico pervertito che ha sparato in faccia alla moglie credendosi Guglielmo Tell?

Devo trovare un modo per entrare, sì, un modo. Un modo di risalire il suo esofago pieno di malafede, dopo aver preso casa nel suo stomaco, nelle sue viscere, come un organismo parassita che si nutre del corpo finché non lo distrugge morendo con esso. Non è una vera scelta, se guardi bene, perché l’attimo mitico in cui ti immagini di esserci entrato, nella macchina, in realtà non è mai esistito, ti precede. È fatto di tutte le micro esperienze in cui – magari quando eri ancora bambino – sentivi parlare del Premio Nobel, di tutte le volte che hai sentito dire “lui è uno importante, ha scritto molti libri”, di quando hai saputo che esiste un Ordine dei giornalisti (e che ordine!).

Poi è arrivato internet e hai capito che, anche se non sei nessuno, potevi fare l’opinion maker dal divano di casa per quei quattro farabutti dei tuoi compari, e allora via ancora più dentro, ancora più comodo nello stomaco della bestia, sempre più tronfio, sempre più fiero, sempre più attento a chiarire – mentre lo fai – che non stai sputando sentenze su ogni cosa, a caso, per il solo piacere di produrre qualche solleticante e gradevole contrazione addominale alla macchina.

Il soggetto non deve capire che i maltrattamenti costituiscono un attacco premeditato alla sua identità personale da parte di un nemico antiumano. Deve essere indotto a pensare che merita le terapie cui viene sottoposto… che in lui c’è qualcosa di spaventosamente sbagliato (senza mai specificare che cosa).
(W. Burroughs, Il pasto nudo)

Come il Deleuziano di Rappresentanza che legge l’Anitedipo per far arrabbiare il papà e non riesce a guardarsi in faccia quando la mamma gli dice che sta sbagliando tutto nella vita, ma scrive “Basta con queste fregnacce di ‘scopa la mamma e uccidi il babbo’, sono tutte balle capitaliste, io sono uno schizzo vero, io porto l’immaginazione al potere”, mentre nel frattempo scartabella call for papars che spera lo renderanno un po’ più “filosofo” di com’è oggi e sente l’alito caldo della macchina che lo stuzzica e ringrazia per aver ancora una volta scambiato l’entrata per l’uscita.

E se provassi a farla vomitare? Se invece di credermi l’ultimo eremita di una resistenza che non esiste mi rendessi conto che ci sono nato, nella macchina, che la sono, e che piuttosto che “starne fuori”, o provare a uscire, dovrei pervertire il suo circuito digestivo uscendole dalla bocca, come le parole “virus intestinale”, per poi entrarle endoscopicamente da dietro? Quanto mi fa orrore sapere che sono il suo ingranaggio, che lo sono ogni volta che mi muovo; sapere che le parole che penso sono le sue viscere e che ogni volta che schiaccio tasti che corrispondono a lettere sulla tastiera fecondo la sua sterminata progenie? Un orrore talmente grande che preferisco illudermi di esserne fuori, che preferisco credere di entrarci solo quando scrivo, quando dico, quando mi illudo di essere quell’avatar di me stesso che si chiama “qualcuno che dice”.

Ma le parole sono ancora gli strumenti principali di controllo. Le proposte sono parole. Le credenze sono parole. Gli ordini sono parole. Nessuna macchina del controllo finora escogitata può operare senza parole e qualsiasi macchina del controllo che tenterà di farlo – affidandosi ad una forza esterna o a un controllo fisico della mente – incontrerà ben presto i limiti del controllo.
(W. Burroughs, La macchina morbida)

Sì Bill, ci restano solo le parole, quelle di cui è fatta la macchina, quelle che seguono un ordine, che sono come la grande ragnatela elettrica disegnata sull’elefante universale che Allen (Ginsberg) vedeva nella sua poesia Acido lisergico, che sono come la droga, una doppia lama di schiavitù e libertà. Ma io non sono te, né Allen, voi siete stati i primi, avete vissuto in un tempo talmente embrionale e ormai lontano, in cui tutto – agli albori del neoliberalismo, del dopoguerra e del vero sogno americano – profumava di nuovo e poteva ancora succedere.

Stamattina mi sono svegliato e ho visto il fondo della macchina, erano le parole di Allen, le parole che tanto mi hanno toccato da ragazzo, e che pure ho letto su libri venduti a ventitdue euro al chilo. Nella pancia della macchina ci sono io, un ingranaggio, un lamento… dice:

Moloch! Solitudine! Sporco! Bruttezza! Ashcan e dollari irraggiungibili!
Bambini che urlano nei sottoscala! Ragazzi che gemono negli eserciti!
Vecchi che piangono nei parchi!
Moloch! Moloch! Incubo di Moloch! Moloch il senza amore! Moloch
Mentale! Moloch il grande giudicatore di uomini!
Moloch il carcere incomprensibile!
Moloch prigione senz’anima, ossa in croce e Congresso di dolori!
Moloch i cui edifici sono sentenze!
Moloch la vasta pietra della guerra! Moloch i governi stupefatti!
Moloch la cui mente è puro meccanismo!
Moloch il cui sangue è denaro che corre! Moloch le cui dita sono dieci eserciti!
Moloch il cui petto è una dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio è una tomba fumante!
Moloch i cui occhi sono mille finestre schermate!
Moloch i cui grattacieli si ergono nelle lunghe strade come innumerevoli Geova!
Moloch le cui fabbriche sognano e stridono nella nebbia!
Moloch i cui fumaioli e antenne coronano la città!
Moloch il cui amore è infinito olio e pietra!
Moloch la cui anima è elettricità e banche!
Moloch la cui povertà è lo spettro del genio!
Moloch il cui destino è una nuvola di idrogeno asessuato! Moloch il cui nome è la Mente!
Moloch nel quale siedo solitario! Moloch nel quale sogno Angeli!
Pazzia nel Moloch! Bocchinaro nel Moloch! Senzamore e senzauomo nel Moloch!
Moloch che è penetrato presto nella mia anima!
Moloch nel quale sono coscienza senza corpo!
Moloch che mi ha terrorizzato via dalla mia estasi naturale!
Moloch che io abbandono! Svegliati Moloch!
Luce che urla dal cielo!

 

(A. Ginsberg, Urlo II, Moloch)

Cosa fareste, voi, Bill e Allen, adesso? Entrando con me in una libreria o apprestandovi ad essere, di nuovo, ancora, parole nella macchina? Cosa fareste sapendo di non essere più così speciali, così “oltre”, ma di essere diventati gente come ce n’è a milioni, sapendo che i tossici sono oggi milioni e milioni e lavorano otto ore al giorno, al panificio o davanti a un computer, che gli omosessuali si sposano, che la maggior parte degli emarginati è gente che non soltanto non può, ma in primo luogo non vuole, dire? Gente che inconsciamente lotta nella macchina come un rene atrofizzato, sempre in bilico tra ridere e tacere…

Cambiamenti radicali! al fiume! capriole e crocifissioni! via con la corrente!
Esaltazioni! Epifanie! Disperazioni! Suicidi e grida di animali di dieci anni!
Menti! Nuovi amori! Generazione ribelle! giù sugli scogli del Tempo!
La benedetta risata autentica nel fiume! L’hanno vista tutti! gli occhi selvatici!
Le benedette grida!
Hanno dato l’addio! Sono saltati dal tetto! nella solitudine! facendo ciao!
portando fiori! Giù nel fiume! Nella strada!
(A. Ginsberg, Urlo II, Moloch)

Forse Bill, tu e Allen, avete fatto cantare, intuire, sospettare vagamente, l’esistenza di un mondo che, pur essendone governato, non entra mai nella macchina se non sotto forma di “oggetto”: i malati, i folli, le “checche”, i drogati, la gente che lavora e che proprio non ci pensa alla macchina. Forse mi direste che l’unica differenza tra voi e loro, tra voi e noi, è che voi l’avete fatto, voi ci avete provato davvero ad iniettare le parole della vita nella macchina. Ma non so se credervi…

Quello che so è che ora capisco, ora lo vedo… l’odio che provo per la macchina è l’odio che provo per me stesso, la nausea per le librerie è la nausea che ho del mio nome, di quella parola speciale, il nome proprio, che mi illude grammaticalmente, fin dalla culla e nella tomba, che qualcosa sia mio, che non sarò solo una vita organica, biologica. Quel nome che mi illude di essere qualcosa dietro di lui, che mi lusinga generando in me l’idea di avere una mia soggettività, un “destino”, un valore irriducibile e al contempo deducibile dalle mie parole,… quelle parole che non posso accettare di essere e che – quando le incontro dal di fuori – non capisco, non riconosco, non posso vedere che come le viscere stesse della macchina.

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