“The House That Jack Built” di Lars von Trier

di Francesco Ruzzier

È ormai da qualche tempo che il cinema di Lars von Trier altro non è che la messa in scena per immagini della mente contorta del regista danese; una sorta di flusso di coscienza visivo, in cui riflessioni, riferimenti pittorici, influenze cinematografiche, citazioni letterarie e deliri di onnipotenza si alternano senza soluzione di continuità, definendo in modo piuttosto chiaro una certa idea di mondo. Ed è quindi forse un po’ inutile continuare cimentarsi in classifiche, provando a stabilire su quale dei suoi film sia quello più provocatorio, estremo, sopra le righe: von Trier, perlomeno da Antichrist, è questa cosa qui; è il suo modo di fare cinema, il suo modo di vedere e descrivere la vita. Si definisce così anche lui stesso. Partendo perciò da questo presupposto, ossia che ogni suo film sia una sorta seduta psicanalitica – uno specchio cinematografico su cui viene riflesso, distorto ed espanso un suo pensiero – si può tranquillamente affermare che The House That Jack Built è, in quest’ottica, il film più vontrieriano di sempre.

Il Jack che dà il titolo al film è un alter ego di von Trier; ed è uno spietato serial killer. Bombardati da ossessioni, manie e perversioni, gli spettatori assistono ad una sequela di confessioni, con cui il protagonista racconta i momenti più significativi degli ultimi 12 anni della sua “carriera”. Un’autocelebrazione che vuole esporre senza alcun tipo di modestia le proprie opere d’arte, i propri capolavori. E da un regista da sempre orientato al voler scandalizzare il proprio pubblico, non appare strano che si trovi assolutamente a proprio agio a dipingersi come un assassino che gode nel torturare fisicamente e psicologicamente le proprie vittime.

Ognuno dei 5 capitoli attorno a cui è costruito il film raffigura in questo senso una nuova perversione e una diversa tipologia di vittima, che a loro volta rimandano alle ossessioni e alle categorie di pubblico che hanno caratterizzato, vissuto e criticato gli ultimi film di von Trier.

Con l’avanzare degli eventi, con l’accumularsi dei minuti, delle immagini, dei collegamenti mentali e degli stimoli visivi, la casa di Jack inizia a prendere forma. E non potrebbe essere niente di diverso da un incubo ad occhi aperti, fatto di carne, sangue e morte. Una casa che si fa portale dell’inferno sulla terra, che diventa l’unico luogo in cui una simile mente e una simile idea di mondo può lasciarsi andare. E alla fine di un viaggio quasi dantesco attraverso una selva oscura piena di trappole mortali, sorge spontaneo un dubbio: qual è il senso di tutto questo? Perché continuiamo a riservare così tanta attenzione, così tanto tempo, a osservare la messa in scena dell’ego smisurato di un pazzo scatenato come Lars von Trier? Probabilmente perché chiunque provi a stare al gioco, a non alzarsi per abbandonare la sala anzitempo, continua a cadere nelle sue trappole senza rendersene conto. Esattamente come le vittime di Jack, gli spettatori tornano a farsi torturare, uccidere ed imbalsamare ad ogni nuovo film, mentre dietro la macchina da presa, il regista danese, prima che di se stesso, ride di tutto il mondo.

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