“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh

di Francesco Ruzzier

Verso la fine di aprile Madison Wallace, una bambina americana di 5 anni, lanciò su Facebook, attraverso il profilo della mamma, un commovente appello per ritrovare il suo cane Buddy, scappato di casa pochi giorni prima. Un tentativo innocente e disperato che però riuscì a mobilitare l’intera città di Akron, in Ohio, portando al miracoloso ritrovamento dell’amico a 4 zampe, nonostante fosse privo di collare e microchip. Una storia che ha fatto il giro del web e strappato più di qualche lacrima attraverso i social, ma che soprattutto racconta in maniera evidente di come internet possa funzionare da inarrestabile megafono, permettendo anche ad una bambina di 5 anni di mobilitare una città per ritrovare un cane. Una cosa impensabile fino a pochissimi anni fa, ma che oggi è semplicemente un dato di fatto: grazie alla rete il singolo individuo ha, potenzialmente, un potere nelle mani che una volta era esclusiva delle istituzioni; oggi, grazie alla rete, il singolo individuo ha, potenzialmente, il potere di sfidare le istituzioni, talvolta anche di scavalcarle o sostituirle.

In un certo senso, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh parla anche di questo. La storia è quella di Mildred Hayes, una donna audace che, dopo mesi trascorsi senza che il colpevole dell’omicidio della figlia sia stato trovato, noleggia tre cartelloni pubblicitari lungo la strada che porta in città, sui quali piazza un controverso messaggio diretto allo stimato capo della polizia locale. Un gesto estremo che, ovviamente, porterà a conseguenze ancora più estreme che stravolgeranno la città. L’azione di un singolo, quindi, capace di sfidare le istituzioni, di scavalcarle, di sostituirle. Ed è chiaro che in un film ambientato in una piccola città della provincia americana, in un contesto sociale che fondamentalmente è molto vicino a quello dei vecchi film western e in una storia che a quei vecchi film potrebbe appartenerci benissimo, il discorso su internet, sulla rete e sui social network non viene neanche lontanamente sfiorato. Eppure, guardando il film di McDonagh, guardando Frances McDormand mettere in scacco la polizia e acquisire, con un solo gesto, un potere maggiore di un’autorità, è quanto meno legittimo pensare a Madison Wallace e al suo cane. Pensare quindi a come, oggi, un individuo possa scavalcare la mediazione di un’istituzione per raggiungere da solo, con un solo gesto, i propri obiettivi.

Grazie ad uno straordinario lavoro di sceneggiatura, passando per gli incroci e gli scontri tra i personaggi, attraversando un’iperbole di violenza da cui non sembra esserci scampo, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri mette in scena le conseguenze catastrofiche che l’onnipotenza della singola persona può avere, sottolineando come nessuno di noi sia ancora preparato a poter gestire un simile peso. McDonagh scaraventa in tal senso responsabilità insostenibili sulla propria protagonista, lasciandola completamente in balia del fato e di eventi per lei fuori controllo, ma regalandole una tenacia tale da permetterle di perseverare la propria crociata. Ed ecco che, quando l’unica soluzione possibile alla vicenda sembra essere il collasso dell’intera città, il regista/sceneggiatore indica, attraverso i propri personaggi, una possibile soluzione al conflitto: solamente passando per una presa di coscienza collettiva di questo potenziale nuovo potere dell’individuo e delle responsabilità che esso comporta sarà possibile arrivare ad un punto di equilibrio ed evitare il collasso della comunità. Perché la violenza genera violenza, il rancore porta all’autodistruzione, ma uscire dalla spirale è possibile. Alla fin fine, basta un solo gesto d’affetto: “I don’t know if I really want do it”.

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