Maulpoix, traduzione a quattro mani

jmm2Traduzione a quattro mani di un estratto da Locturnes di J.-M.Maulpoix, pubblicato in Lettres nouvelles di Maurice Nadeau nel 1978.

Il fait nuit depuis trois jours, lune noire. Le monde est redevenu cette phrase dilatée qu’aucune genèse ne ponctue. Tous les vivants s’étiolent, ballants et démunis. Les objets prennent de l’embonpoint, ils se minéralisent. Les étoiles fatiguent : bientôt on n’y verra plus.

Au marché noir un cheveu blond s’est vendu à prix d’or”.

Giacomo Stellini:

È notte da tre giorni. Luna nera. Il mondo è ridiventato quella frase dilatata che nessuna genesi punteggia. Tutti gli esseri viventi s’indeboliscono, molli e deprivati. Gli oggetti ingrassano, si mineralizzano. Le stelle si sforzano: presto, non ne vedremo più.

Al mercato nero un capello biondo è venduto a peso d’oro”.

Amalia Degrassi:

È notte da tre giorni, luna nera. Il mondo è ridiventato questa frase dilatata che nessuna genesi punteggia. Tutti i vivi infiacchiscono, barcollanti e debilitati. Gli oggetti diventano pingui, si mineralizzano. Le stelle fanno fatica: presto non ne vedremo più.

Al mercato nero un capello biondo è stato venduto a prezzo d’oro”.

G.S.:

In un appunto sulla traduzione poetica, Sergio Solmi definisce il “cattivo traduttore” come colui che «finisce col sopraffare con la sua interpretazione quella specie di vaga fotografia che la traduzione è chiamata a rendere». Solmi si riferisce alla traduzione “in serie”, a cui contrappone il caso in cui il testo in lingua straniera diventa parte del mondo del traduttore, egli lo fa suo e lo ritrasmette come un testo nuovo. Il traduttore si fa un’idea del testo, e questa idea influisce sulle sue scelte lessicali e formali.

A.D.:

E la tua visione qual è? Dalla traduzione che leggo, in soluzioni come si sforzano, nel cambio della punteggiatura e soprattutto nella scelta della parola molli, intendo che aspiri alla seconda, ma rischi di cadere nella prima opzione. Traballare e barcollare ciondoloni (possibili traduzioni di baller) suggeriscono un’idea di mollezza, ma la tua è una reinterpretazione che ha dell’arbitrario. Anche l’aggiunta di “esseri” inserisce un lemma laddove l’autore non lo vuole. In francese esiste la locuzione êtres vivants, e ha lo stesso significato italiano. Quindi la tua scelta, che aggiunge del materiale sintattico, toglie o stravolge il materiale semantico della frase. Che sia la paura di un’ipotraduzione (undertranslation)? Secondo Lorenza Rega, un testo letterario ammirato dal traduttore può provocare una sorta di soggezione per cui la parola straniera sembra comunicare qualcosa di ancora più incisivo rispetto alla parola corrispondente nella propria lingua. Quindi con il timore di sottovalutare il testo si rischia di stravolgere l’opera più di quanto si creda.

G.S.:

Il rischio c’è, eccome, di cadere in una traduzione pretenziosa. D’altra parte ogni interpretazione è, in un certo senso, arbitraria: quello che colgo nel testo originario, e che voglio rendere nella mia lingua, è un sentimento che nasce dalla mia condizione, dalla mia esperienza, da tutto il corollario di situazioni che caratterizzano la ricezione di un’opera artistica. In questo senso ha ragione Solmi quando accosta la traduzione all’imitazione. Nello specifico del testo di Maulpoix, vi ho letto un senso di ineluttabilità, e di eterno presente (il mondo come una frase «q’aucune génese ne ponctue») esteso indifferentemente ad ogni cosa, viva o inerte: «esseri viventi» copre questa estensione meglio del semplice «vivi», che può essere inteso per i soli umani. Per questo motivo (una situazione senza tempo, immota, mineralizzata come gli oggetti della prosa) ho scelto di usare il presente anche nell’ultima frase. C’è però un altro rischio, che vedo nella tua versione: cercare il termine “corretto” a tutti i costi, perdendo di vista il rapporto della forma rispetto al senso: per esempio, «pingui», un termine non proprio di uso comune, per «prendre l’embonpoint», che è come dire “mettere la pancia”.

A.D.:

La scelta del presente nell’ultima frase la posso condividere, anche perché il presente accompagna tutto il testo e lo colloca, come giustamente dici, in un ambito temporale “sospeso”. Ribadisco invece che in francese “esseri viventi” esiste, e comprende la sfumatura che intendi. In questo caso quindi il tuo è un appunto sul lavoro del poeta, una nota di biasimo per non aver usato la parola “giusta”, che tu aggiungi. Eppure le traduzione dovrebbe rispettare, ove possibile, il gusto e gli intenti dell’autore: la sua intenzione era un’altra. E anche se effettivamente Maulpoix non si fosse espresso al meglio, e la scelta della parola vivants sviasse dal concetto che si palesa nella frase dopo, questo non dovrebbe riguardare il traduttore: non è suo compito migliorare l’opera, perché significherebbe comunque stravolgerla.
Riguardo a
prendre l’embonpoint, più che un errore di troppo zelo, il mio può essere stato un errore e basta. Credo che nessuno dei nostri termini sia adeguato: la locuzione non è infatti né rara come “diventare pingui”, né colloquiale come “mettere su pancia”, né comune come “ingrassare” (per cui ci sono altri termini francesi corrispondenti). Il significato originario del termine è positivo (in buona salute), mentre ora indica una persona in sovrappeso. Potrebbe essere tradotto con “ben in carne”, “abbondante”, per trasmettere quest’accezione un tempo positiva, ma il verbo relativo sarebbe comunque una forzatura (motivo per cui non ho scelto il raro impinguire).

(Il discorso potrebbe proseguire ancora per pagine e pagine, puntualizzando ogni termine o virgola del testo tradotto. Il traduttore cerca di orientarsi al meglio nella benjaminiana «foresta del linguaggio», e questo piccolo assaggio delle molteplici questioni che tale attività comporta vorrebbe trasmettere due cose: da un lato, la “nobiltà” del lavoro traduttivo quando non è solo tecnica ma vera ricerca letteraria e linguistica; dall’altro, l’impossibilità di una traduzione che sappia rendere appieno la ricchezza e l’unicità che sono proprie di ogni lingua).

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