Trieste capitale europea della conoscenza

Intervista a Stefano Fantoni

 

di Silvia D’Autilia

In una gremita aula del Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam” (ICTP), Martedì 11 luglio alle ore 15.00, il professor Stefano Fantoni ha annunciato l’esito della selezione di Esof 2020, l’Euroscience Open Forum, la più importante manifestazione paneuropea che ogni biennio apre e ospita dibattiti tra scienza, tecnologia, società e politica. Questo il testo del verdetto:

EuroScience and the ESOF Supervisory Board are proud to announce that the EuroScience Open Forum 2020 will be hosted from 4 to 10 July 2020 in Trieste, Italy […] Trieste has seen the development of important international and national research institutes for research, technology transfer and the dissemination of science, bringing to the city a concentration of research workers among the highest in the world. As a Central European city, Trieste will work to make ESOF 2020 an example of strengthening links with Central and Eastern European scientists, businesses, politicians and citizens.

Lo scorso 29 giugno, assieme agli altri rappresentanti della delegazione italiana, Fantoni, Presidente della FIT (Fondazione Internazionale Trieste), si era recato a Strasburgo per sostenere la candidatura della città giuliana di fronte ai commissari di EuroScience. L’ultimo round della sfida vedeva Trieste competere con l’accoppiata olandese Leida-L’Aia, ma la Commissione, anticipando addirittura i tempi della selezione, non ha avuto dubbi e ha premiato il progetto triestino di una città della conoscenza sensibile soprattutto all’Europa centro-orientale. Le due città olandesi tuttavia non vedranno svanire i loro sforzi, giacché i Commissari hanno comunicato di voler tenere buona la loro candidatura per Esof 2022.

Professor Fantoni, lei è presidente della Fit, la Federazione che ha progettato e sostenuto la candidatura di Trieste per Esof 2020. Ma quali motivazioni l’hanno spinta a spendersi così tanto per questa causa?

Sicuramente si tratta di due motivazioni: una che può riassumersi nella continuità col lavoro di Paolo Budinich e l’altra che riguarda l’obiettivo e il sogno di creare finalmente a Trieste uno Science Center. Nel mio impegno per Esof 2020, dunque, c’è una componente sentimentale molto forte. Ho sempre preso il posto di Budinich nelle varie mansioni che ha ricoperto e lui aveva il sogno dello Science Center a Trieste, sogno che però non è riuscito a vedere realizzato. Con Budinich e Vittorio Silvestrini avevamo scritto un progetto, poi Silvestrini lo ha portato a Napoli, ma doveva essere realizzato in via gemellare anche qui a Trieste, se non fosse naufragato per ragioni politiche.

Malgrado i miei spostamenti, Trieste mi ha sempre dato tante soddisfazioni. Com’è nella mission della Fit, il senso di Esof 2020 vuole essere quello di trasferire conoscenze scientifiche e tecnologiche su larga scala e qui a Trieste questo impegno può trovare fondamento. Il primo Presidente della Fit è stato Paolo Budinich, poi gli sono succeduto io, ma nel 2012, quando sono diventato Presidente dell’Anvur a Roma, ho lasciato il testimone al professor Andrea Vacchi, e ora sono ritornato io al timone. Oggi questa candidatura per me rappresenta una scommessa importantissima.

Nella progettazione della candidatura ha incontrato ostacoli con le altre istituzioni?

No. Intanto devo precisare che i 70 membri della squadra messa in piedi sono stati scelti da me individualmente. Una volta chiamati uno per uno hanno risposto sì immediatamente. Dopodiché sono stati costituiti quattro gruppi o commissioni: uno si occuperà di comunicazione science to science, un altro science to citizen, science to business e science to policy. Infine ci sarà un quinto gruppo incaricato della copertura mediatica dell’evento. Ogni aspetto andrà curato nel massimo dettaglio. Fare scienza e soprattutto comunicare la scienza sono due attività che hanno reso grande Trieste e negli anni della mia direzione alla Sissa ho cercato il più possibile di valorizzare questa risorsa.

Parliamo proprio della Sissa, l’istituto di perfezionamento in studi avanzati fortemente voluto da Budinich a Trieste. Lei è stato Direttore del Laboratorio interdisciplinare della Scuola dal 1991 al 2000 e della Scuola stessa dal 2004 al 2010, incarichi durante i quali si è molto preoccupato di costruire una cultura della divulgazione scientifica…

La Sissa è un istituto di formazione di altissimo livello internazionale e tra le sue eccellenze può vantare proprio la divulgazione della scienza. Il Master in Comunicazione della Scienza Franco Prattico è stato il primo in Italia a formare giornalisticamente laureati, tant’è che nel 2001 ho ricevuto dall’UNESCO il premio Kalinga con il quale, al di là dell’attività giornalistica, si riconosceva il valore di una Scuola in Science Journalism che fornisse formazione giornalistica postlaurea ad altissimi livelli. Contando più di 230 diplomati, il master da oltre 20 anni ormai propone una didattica in grado di rispondere dei cambiamenti della scienza, delle sue esigenze ed evoluzioni, fornendo agli studenti competenze imprenditoriali d’eccellenza.

La comunicazione della scienza mi ha sempre interessato e quando sono arrivato alla Sissa ho trovato un terreno favorevole, la possibilità di fare e fare bene, in modo originale e diverso. Nel periodo in cui ero Direttore del Laboratorio interdisciplinare, ad esempio, è stata avviata anche la nascita della sezione di Neuroscienze. Abbiamo iniziato a chiamare nomi di chiara fama e pian piano i gruppi di lavoro si sono ampliati a un livello tale che oggi la ricerca neuroscientifica e la sua divulgazione rappresentano dei veri fiori all’occhiello.

Dopo l’esperienza a Roma, come Presidente dell’Anvur, sono tornato qui a Trieste e ora dirigo questa Fondazione, che la divulgazione scientifica ce l’aveva nel sangue fin dalla sua nascita, tant’è che quello che è oggi l’Immaginario Scientifico – il museo della scienza interattivo e sperimentale nato dalla mostra Trouver Trieste allestita a Parigi nel 1985 – un tempo si trovava qui. Budinich aveva molto a cuore la presenza dell’Immaginario scientifico all’interno della Fondazione, poi per ragioni confuse ha iniziato a essere gestito da una Cooperativa. Certo Budinich ha lavorato per la nascita dell’Immaginario, ma a onor del vero bisogna dire, come già le accennavo, che il suo più grande sogno era vedere uno Science Center a Trieste.

Quindi se la sente, con uno sguardo a lungo termine, di pensare che Esof 2020, nella sua collocazione all’interno di Porto Vecchio, possa sfociare nella realizzazione di uno Science Center permanente?

Certo. Nella mia testa è già così. Esof 2020 dovrà inaugurare questo Science Center, sfruttando i magazzini 26, 27, 28 e le due Stazioni idrodinamica ed elettrica. Le due stazioni sono già pronte, il magazzino 26 è già stato ristrutturato esternamente, mentre internamente c’è solo una parte ristrutturata. Tuttavia non pensiamo per Esof 2020 a delle ristrutturazioni murarie, ma a degli allestimenti, che poi potranno essere sgomberati. Il Science Center invece sì avrà bisogno di strutture murarie: sarà utilizzato almeno un 1/3 del magazzino 26, parliamo di circa 10.000 mq. Pensiamo a una realtà fortemente dinamica, che si rivolga alle università, ai docenti, ai ricercatori e agli studenti. Da un punto di vista geografico sarà sensibile a un’area che dal Triveneto arriva sino ai paesi dell’est Europa. Ecco, in questo senso deve rappresentare un’eredità di Esof 2020, un istituto che sappia restituire ai visitatori il valore di quel “Sistema Trieste”, fortemente voluto da Paolo Budinich, e che fa di Trieste una delle città europee con la più alta concentrazione di ricercatori e istituzioni scientifiche.

A proposito di Paolo Budinich. In fisica si definisce “operatore di creazione” un fattore che è determinante per la creazione di qualcosa che prima non c’era all’interno di un sistema. Il padre del Sistema Trieste è stato spesso definito così. Un visionario, un marinaio, un avventuriero, instancabilmente animato dal bisogno di riscattare Trieste dalle tensioni diplomatiche e dalla cortina di ferro seguita al secondo conflitto mondiale. Con l’aiuto di Abdus Salam prima mette in piedi l’ICTP nel 1964, poi programma e ottiene nel 1978 la realizzazione di una Scuola di Studi Avanzati, l’attuale SISSA, che avrebbe dovuto confermare la visione di apertura, internazionalismo e dialogo tra i popoli che Budinich aveva della scienza. Quanto in Esof 2020 terrete conto di questo aspetto?

Tantissimo. Fin dal motto Freedom for Science, Science for Freedom abbiamo voluto evidenziare questo elemento. Però i tempi sono già diversi rispetto a 40 anni fa e quando oggi si parla di libertà della scienza non si può che pensare a come si muovono le società, ai ritmi frenetici della tecnologia e del progresso. Il mondo è cambiato e una manifestazione come questa non può che guardare al futuro, tenersi al passo coi tempi: ne va del valore della scienza stessa, che non può in alcun modo essere ancellare rispetto all’innovazione. Oggi la tecnologia influenza così tanto le generazioni che la velocità biologica in confronto è quasi ferma. È infinitamente più lento il tempo di una digestione rispetto all’invio di una mail. L’evoluzione darwiniana ha tempi biologici molto precisi; ogni giorno invece siamo sopraffatti da comunicazioni, linguaggi multimediali, bisogni tecnologici. In questo strano rapporto bisogna fare molta attenzione, occorre fare di tutto affinché la scienza, che è l’anima di ogni nostro progresso, non rimanga eccessivamente indietro. A ben guardare, queste necessità di fermarsi a riflettere e sperimentare, strettamente legate al metodo scientifico, sono l’unica occasione di dialogo e scambio tra i popoli, un pretesto d’inclusione finalizzato allo sviluppo dei vari paesi.

Con Esof 2020 cercheremo di fare proprio questo: sfruttare la collocazione geografica di Trieste, terra di confine e incontro tra culture, popoli e religioni diverse, per dimostrare quanto la scienza possa rappresentare un valido motivo d’inclusione sociale. Per questo intendo creare fin da subito un istituto che possa permetterci di essere costantemente in contatto con i vari paesi dell’Europa centro-orientale, in modo da organizzare incontri e programmare per tempo un evento che dovrà restituire alla scienza il suo giusto spessore interattivo e democratico.

Quanto pensa che oggi a livello di micro e macroinformazione la scienza sia davvero libera?

Onestamente non tantissimo. Anche se bisogna fare delle specifiche. Se parliamo di ricerca, la ricerca è sicuramente libera, perché ha processi scientifici fatti di creatività, confronto e scambio, seppur all’interno di certi frameworks. Però non si può negare che esistono delle mode e i ricercatori, i giovani o si allineano o non fanno carriera. Quindi implicitamente possiamo dire che la ricerca, di base, si presenta come libera, ma deve fare i conti con una non-libertà di fondo della scienza, che procede per paradigmi di pensiero. Poi per fortuna ogni tanto si verificano delle rotture, arrivano dei geni che interrompono queste continuità. L’ultimo grande genio è stato Einstein.

Rimaniamo su Einstein in chiusura. È celebre la sua frase: “è più facile distruggere un atomo che un pregiudizio”. Eppure le gambe della scienza, sotto un certo punto di vista, devono essere pregiudizievoli: è il cammino stesso della scienza fatto di superamenti, di “slittamenti di paradigma”, diceva un filosofo della scienza come Thomas Kuhn.

Certo, ma non solo. La scienza cammina sempre sulle spalle dei giganti, ha delle regole e queste regole sono proprio i suoi pregiudizi. Mi spiego meglio. La scienza deve avere delle priorità, degli elementi che contano di più e altri di meno. Le faccio un esempio che faceva Daniele Amati. Immagini una cartina geografica: vedrà che i fiumi sono rimarcati, così come i laghi e le città. La cartina insomma è piena di pregiudizi, perché l’uomo evidenzia ciò che gli interessa evidenziare. Se così non fosse si vedrebbe una sola immagine: il mondo. Invece facciamo sempre delle scelte nei processi scientifici: le priorità della scienza hanno sì una loro logica, ma pur sempre pregiudizievole. Con questo non intendo dire che non ci sia riscontro sperimentale, ma che abbiamo bisogno di procedere un po’ brechtianamente, a forza di dubbi. Naturalmente non si tratta del dubbio che lascia in sospeso, ma di quell’atteggiamento che poi fa scattare la scelta. Ad esempio, le onde gravitazionali le abbiamo intuite, ma poi le abbiamo dovute vedere. C’è sempre un riscontro. Gli scienziati vogliono sempre comprovare le loro ipotesi, ma le loro sono sempre ipotesi e intuizioni legate al modo particolare di vedere il mondo che l’uomo ha. Con questi compromessi procede il sapere.

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