“Tutto può frantumarsi”: L’incesto di Christine Angot

di Ilaria Moretti

“Non ho il diritto di citare nomi, l’avvocato me l’ha proibito, né nomi né iniziali”. Christine Angot è lapidaria. Feroce. Ha una narrazione senza respiro: le frasi sono spezzettate, si sfasciano alla lettura. È un racconto a singhiozzo, dal titolo inaccettabile. 

Christine Angot pubblica L’incesto a quarant’anni, nel 1999, Edizioni Stock, Parigi. Ha già una carriera da scrittrice – o da scrittore, come direbbe lei, contro la sessuazione della grammatica. Scrive da quando ha quindici anni: Non dirmi che sono brava, perché potrei fare una follia, abbandonare tutto soltanto per questo, scrivere. Ha otto libri alle spalle e in loro frasi, incisi, dove l’avventura – l’avventura indicibile – ritorna a brandelli. Poi, nel 1999, esce un libro: è uno shock. 

“Ho toccato il fondo, con la struttura mentale che ho, incestuosa, mischio le cose, tutto ciò ha dei vantaggi, le connessioni che altri non fanno, ma il troppo è troppo.” È proprio perché si è toccato il limite, sfiorata la catastrofe dopo una relazione omosessuale con MCA, che Christine, eterosessuale convinta, madre di Léonore, sceglie di dire. Di spiegare il perché della sua follia, delle crisi di pianto e di rabbia, del sabotare tutto nonostante l’amore – impossibile – per il corpo di un’altra donna. Ha sabotato il Natale, il regalo che MCA le ha fatto durante un viaggio a Roma. Ha sabotato i ristoranti, le giornate di sole e le strade “nere di gente”. Ha sabotato perché altro non è, a detta sua, che una pazza, un cane, una “nullità, un niente, il minimo di un essere umano […], un minuscolo scrittore”. Con un incesto nel proprio passato “non riesco a sentirmi qualcosa, un corpo, una vita, il luogo dove vivo, le angosce, le grida, le lacrime”. L’incesto riemerge a quarant’anni. Ritorna alla testa e nella gola per distrugge le vacanze natalizie, le passeggiate a tarda notte, le letture pubbliche che lei, Christine Angot, personaggio e scrittrice, compie nei teatri di Francia. 

Raccontare è impossibile, il linguaggio non può contenere, eppure, sembra dirci Angot, la scrittura placa. Non redime: non cancella né passato, né agonia. Permane il sentimento di colpevolezza e immondizia, eppure è un balsamo che aiuta a canalizzare l’orrore. L’incesto del libro è presente dalle prime righe come una devianza, una modalità dello stare al mondo, una marque, dice Christine, una stigmate incisa nella carne, una virgola – quelle virgole, verghe, che lei non riesce a mettere, che mette male, che sono forme di potere, falliche, affilate – ma non è mai nominato per intero, mai raccontato. La descrizione arriva a fine volume, quando la storia d’amore con MCA è finita, dopo che è stata sabotata, soffocata, e a Christine non resta che la parola, la scrittura, una penna e dei fogli per cercare di spiegare. Perché, ci confida, prima o poi tutti gli scrittori sono obbligati alla verità. Al racconto della tara. E forse, dall’Incesto in poi, non si potrà fare altro che scomodare il passato, rigettandosi nella pagina per ciò che si è: una nullità, un cane in cerca del padrone, un’incapace. 

L’incesto è l’incontro tardivo con il padre, a quattordici anni. La figlia “priva di interesse” viene infine riconosciuta e acquisisce il cognome di lui. Christine è emozionata, la madre amplifica l’incontro: “come vedi non sono andata a prendertene uno qualunque, di padre”. E il signor Angot è certo straordinario, un Jean-Louis Trintignant meno bello, ma più elegante. Un uomo colto, che fa complimenti, che parla trenta lingue, abita Parigi e non la provincia, che è sposato, ha un’amante studentessa, due figli piccoli – i figli riconosciuti – e che in Christine (ri)trova la figlia amatissima. Così ci sono le gite, i ristoranti, i pasti copiosi di vino e cipolle e carne pregiata, i riposi pomeridiani, le sieste. Nel buio, arrivano le prime richieste: “vieni qui, mettiti sotto le coperte, vicino a papà”. Ci sono le carezze, prima, baci, tanti baci, baci ovunque, baci alla bocca, lingue, baci sulle cosce, tra le cosce, “hai un odore delizioso, se ti bagni è perché ti piace, perché mi ami, perché anche io ti amo, dimmi che mi ami. Ti amo papà”. 

È una lettura crudele, cadenzata da scene chirurgiche, precise fino al disgusto. Come la volta delle clementine. Aveva comprato clementine per obbligarla a mangiargliele addosso. Sul sesso. O quella volta in Savoia, in una chiesa, chiusi nel confessionale: l’inizio di una lunga fellazione terminata poi più tardi, in auto. “Continua, non staccarti da me”. E a Nancy, a cercare di corsa una farmacia, vaselina, e gli anni, i lunghi anni di sodomia perché, a detta di lui, le avrebbe fatto bene, era un privilegio, e lei doveva capirlo, e non piangere, non avere male, non fare quella faccia al ristorante, quella faccia distrutta, che disturba, che non è degna. Il rapporto è un rapporto di potere, ma non occorre dirlo, non ce n’è bisogno. Christine non è mai vittima, non crede al rapporto vittima-carnefice. È durato dai quattordici ai sedici anni. È ricominciato a ventisei, quando lei stava divorziando, e il marito dormiva in salotto – “ma vi ho sentito, ho sentito il materasso che cigolava” – e il padre è venuto a renderle visita, si è introdotto nel letto – ancora, dopo anni – e lei ha accettato. “Dorme nel mio letto. Mi penetra”. 

Le parole non bastano: Christine lo sa. Si cerca una strada, ma per parlare si deve essere in due, pronti ad accogliere. Non vuole suscitare pena – ma sa che tutti proveranno pena – non vuole commuovere, non vuole colpire. Vorrebbe dire ma mancano i mezzi. Ci prova, la sua scrittura è catastrofe: una lunga rincorsa contro un muro di pietra, testate a vuoto, sanguinamenti. Viene in mente Beckett quando implorava: Cap au pire! Dritti al peggio, dritti verso il peggio. Avanti tutta. Peggio tutta. 

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