Un nuovo modo di piangere

di David Watkins

(illustrazione di Silvia Mengoni)

Un nuovo modo di piangere

Da qualche tempo, ho scoperto un nuovo modo di piangere. Appena sento che arriva, corro davanti allo specchio, o se sto per strada, uso le vetrine dei negozi, le splendide fiancate delle auto parcheggiate, qualsiasi cosa, insomma, anche una pozzanghera, basta che rifletta, che mi consenta di guardare in faccia tutto il mio dolore e conoscerlo un po’ più da vicino.

Ma giusto il tempo di mettermi dinanzi alla superficie che svelerà a me stesso i suoi fondi più bui, e tutto è passato.

Accade come ai funerali, il cui genio consiste nel fare del dolore una cosa obbligatoria, da mostrare. Mi capita allora, proprio in virtù di questo obbligo implicito a soffrire, e a palesare il grugno della mia sofferenza, di sentirmi preso in contropiede da un’ondata balorda di buonumore, e bisticcio l’insolenza, la grande beffa che arieggia alle mie spalle e si mescola all’incenso della chiesa: “ma dove diamine è finito il mio dolore?, se ne stava qui, fino a pochi secondi fa, giuro”.

Così, quando arriva, organizzo da me il mio piccolo funerale.

E mentre io me ne sto lì, segretamente, a invitare fuori le mie lacrime: “su, forza, uscite, da brave, come prima”, ecco lo specchio restituirmi l’immagine di un volto che si contrae a trattenere il riso.

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