Una genealogia del presente con gli occhi di due gemelle

di Daniele Lettig

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È una piacevole eccezione, dato il panorama piatto e per molti versi asfittico della narrativa italiana contemporanea, il volume La gemella H, primo romanzo di Giorgio Falco (autore anche dei due volumi di racconti Pausa caffè e L’ubicazione del bene). Si tratta di un libro che una volta finito lascia mille spunti di riflessione in sospeso, e la voglia di affrontarlo di nuovo, per metterli meglio a fuoco.

Falco racconta la storia di una famiglia, gli Hinner, attraverso due generazioni: il padre e la madre (Hans Hinner e Maria Zemmgrund) e le due gemelle Hilde e Helga, nate nel 1933 quasi contemporaneamente all’ascesa al potere di Hitler. Questa indicazione non è casuale: il padre è infatti un giornalista di un piccolo foglio pubblicato nell’immaginaria cittadina di Bockburg, vicino a Monaco, e fa parte a pieno titolo della “zona grigia” che costituisce il contesto socio-culturale nel quale può svilupparsi il regime totalitario. Il tempo della narrazione è tendenzialmente lineare, tranne l’inserto intitolato “intermezzo” che divide le due parti del volume e racconta la decisione di suicidarsi di una delle due gemelle, Hilde, in un giorno del 2013. Per il resto il racconto segue una linea temporale che ricalca il tempo della vita delle gemelle, con accelerazioni improvvise alternate a passaggi che si soffermano più a lungo su alcuni episodi della vita quotidiana della famiglia descritti nei dettagli più minimi, che costituiscono l’asse portante della storia. Lo stile dell’autore colpisce perché è – volutamente – lontano da una lingua quotidiana, troppo facile o troppo aderente al parlato, ma non per questo di difficile lettura: essa è anzi quantomai vicina al lettore, capace di fargli percepire le profondità dell’anima.

Nella narrazione non c’è un punto di vista univoco, si assiste invece a un continuo “spostamento di voce”, come se l’autore-narratore passasse il microfono a diverse voci o prendesse appunti a partire dalla percezione della realtà che hanno i personaggi, per poi riprendere la parola e raccontare tale realtà. Il punto di partenza è costituito dalla voce di Hilde, che sarà il personaggio il cui punto di vista godrà di maggiore spazio. È Hilde che ci racconta dei nonni, dei genitori e anche della nascita sua e di Helga, e delle differenze, di carattere e di modo di condurre l’esistenza, tra lei e la sorella.

Gli anni del regime nazionalsocialista corrispondono a quelli della prima infanzia delle gemelle, ma l’autore affronta il tema “non affrontandolo”, ovvero abbordandolo dai margini, attraverso la descrizione delle scelte quotidiane della famiglia Hinner. Hans, il padre delle sorelle, è il prototipo dell’“uomo comune” sul cui consenso tacito si basa il regime. Egli non si espone mai troppo palesemente nell’adesione al nazismo, ma sono i suoi comportamenti a raccontare i modi della sua adesione: la maniera in cui fa fuori il direttore del giornale, esponente della vecchia Germania imperiale, nazionalista ma non nazista, per prenderne il posto; oppure l’acquisto a prezzo stracciato della casa dei vicini ebrei perseguitati dal regime.

Il nazismo viene quindi raccontato da Falco attraverso il desiderio di una vita tranquilla e fuori dagli sconvolgimenti della storia di una famiglia piccolo borghese, con i desideri di affermazione sociale ed economica che la attraversano. Queste due ultime condizioni, che innervano l’intera storia, si fondano su un’attenzione fissa alla dimensione degli oggetti: solo per mezzo di essi si può vivere e crearsi un posto nella società (ne è esempio l’invidia per la Mercedes nera dei vicini di casa). La storia passa attraverso l’accumulazione di cose, che sono l’unica realtà tangibile al di là delle ideologie e degli sconvolgimenti storici: “milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose”. Il passato nazista (quel passato che ritorna, tuttavia, sin dalla prima frase: “noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima”) è, nelle vicende della famiglia qualcosa di indicibile, un interdetto storico e linguistico che segue lo spostamento degli Hinner verso l’Italia (causato dalla malattia della madre), prima a Merano, poi a Milano, infine a Milano Marittima. Si tratta di una fase storica cui Hans Hinner ha partecipato, anche se non in prima linea, e che gli ha portato anche una certa agiatezza economica, ma che va rimossa, seppure le forme mentali che la hanno caratterizzata permangono come in sospensione nel corso del prosieguo della sua esistenza.

Il filo conduttore della narrazione è la descrizione delle due sorelle, e del loro atteggiamento verso la vita. Helga, quella uscita dal ventre materno tre minuti prima, la più amata dalla madre, è però più simile al padre nei modi. Il loro atteggiamento nei confronti della vita è completamente pragmatico, incentrato su una “difesa dal mondo esterno” per riuscire a condurre un’esistenza tranquilla, non turbata per quanto possibile dalle circostanze, e su un fondamentale egoismo. Hilde invece, pur essendo, da piccola, la gemella più legata al padre, rimane per tutta la vita in sospeso tra la volontà di uscire dalla logica di vita da lui impostata e l’indolente adeguamento a essa in cui, invece, finisce sempre per adagiarsi. Espressione piena di questa ambiguità è la decisione di licenziarsi dalla “Rinascente” per rimanere a lavorare come cameriera nell’albergo di famiglia in Romagna. Come ha acutamente scritto nella sua recensione Giorgio Vasta (Alias-Il manifesto, 13 aprile 2014) Hilde è una “ribelle conformista”, che non riesce e/o non vuole uscire da questo doppio registro: neanche quando assiste in prima persona alla falsa accusa di furto che la sorella rivolge alla cuoca dell’albergo, così da poterla licenziare e assumere il proprio fidanzato (a questo episodio si richiamano le tre mele della natura morta in copertina).

A margine del racconto della vita della famiglia, ci sono poi due digressioni narrative importanti. La prima è funzionale alla descrizione del tipo umano dell’“uomo medio” degli anni Trenta, esponente della nuova classe sociale promossa dal fascismo e dal nascente consumismo di massa (che vedrà il suo trionfo nel dopoguerra): è l’“uomo di Lenhart” (da Franz Lenhart, celebre cartellonista pubblicitario che visse a Merano dal 1922), “l’esaltazione del modello di una borghesia accessibile, accompagnato dall’epopea dei grandi magazzini” come ha raccontato in un’intervista l’autore (intervista a Giorgio Falco di Gabriella Brugnara: La gemella H, in Corriere del Trentino del 25 marzo 2014).

La seconda è il racconto della vita di Francesco Castelli, che diventa l’uomo di Hilde, prima della loro conoscenza. Celebre medico figlio d’arte – il padre era un chirurgo plastico, sostenitore delle leggi razziali salvo poi “riciclarsi” nel dopoguerra – che ha vissuto il tramonto del fascismo al riparo in Svizzera, apre negli anni ’50 una delle prime cliniche italiane consacrate alla chirurgia estetica. In qualità di giurato a uno dei primi concorsi di bellezza, conosce una ragazza che diventa sua moglie, e sulla quale compie numerose operazioni alla ricerca della bellezza perfetta: nell’ultima, la giovane rimane per sempre sfigurata, e ciò porta alla chiusura della clinica e al ritiro di Francesco a vita privata. Sono due digressioni emblematiche, che mettono in risalto perfettamente l’operazione che Falco compie con la sua scrittura in tutto il libro, ovvero la ricerca di una comprensione più netta e precisa della storia per mezzo della letteratura: della narrazione delle vicende e della psicologia di alcuni personaggi. L’autore cerca di ricostruire, per mezzo di esse, una genealogia del presente, il quale si è instaurato attraverso le scelte (o le omissioni) dei singoli. In tale ricostruzione hanno un ruolo primario l’istinto e le percezioni sensoriali dei protagonisti della storia, che solo in seconda battuta sono messe in contesto dalla razionalità. È attraverso l’esplorazione di esse che l’autore riesce ad accostarsi a un “contesto” mentale che innerva anche il nostro presente, in cui “sono i mediocri che mandano avanti il mondo”.

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