Una parodia fin troppo seria

Il contesto di Leonardo Sciascia

di Daniele Lettig

Sciascia

Una parodia è il sottotitolo che Leonardo Sciascia scelse per il suo libro pubblicato nel 1971, Il contesto. “Parodia” in quanto, precisa lo scrittore siciliano nella Nota finale del volume, “travestimento comico di un’opera seria […], utilizzazione paradossale di una tecnica e di determinati clichés”, ovvero quelli del romanzo poliziesco. Nel Contesto l’autore di Racalmuto si serve del metodo della parodia non solo per de-costruire il “giallo”, ma per esporre una riflessione abbagliante sulla giustizia, la verità e il potere.

Il volume racconta la storia dell’ispettore Rogas, che deve indagare sugli omicidi di alcuni magistrati. Egli si convince che dietro gli assassinii ci sia Cres, condannato ingiustamente per il tentato omicidio della moglie. I superiori, tuttavia, lo inducono a spostare l’inchiesta verso gli ambienti della sinistra extraparlamentare, per alimentare una sorta di “strategia della tensione” che possa giustificare il tentativo di colpo di stato ordito dalle alte gerarchie dello Stato. Il tessitore del piano è il Presidente della Corte suprema, Riches, e il colloquio tra questi e l’ispettore costituisce il cuore del romanzo. Uscito dal suo studio, Rogas s’imbatte in Cres che sta andando a uccidere il magistrato, ma sceglie di non fermarlo. Il poliziotto dunque si identifica nell’assassino, che per lui ha assunto ormai il ruolo della vittima di uno Stato criminale. Rogas allora decide di raccontare tutto a un amico scrittore e al segretario del partito di opposizione, ma i corpi di quest’ultimo e del poliziotto vengono trovati in un museo. La versione ufficiale è che li abbia uccisi un terrorista, ma per il lettore la verità rimane ambigua.

La conclusione, che lascia chi legge in sospeso, è parte integrante della destrutturazione del poliziesco praticata da Sciascia. Per comprenderla meglio è utile un passaggio del saggio dedicato dallo scrittore, qualche anno dopo, a una Breve storia del romanzo poliziesco: “nella sua forma più originale – dice l’autore – il romanzo poliziesco presuppone una metafisica: l’esistenza di un mondo ‘al di là del fisico’, di Dio, della Grazia – e di quella Grazia che i teologi chiamano illuminante. […] L’investigatore […] rappresenta […] la legge in assoluto, la sua capacità di leggere il delitto nel cuore umano oltre che nelle cose, e di presentirlo”. Il protagonista di questi romanzi, quindi, procede a una rigorosa analisi dei fatti e degli indizi, fino a trovare la verità e ri-stabilire l’ordine della società. Proprio in questo punto, nei “gialli” di Sciascia, interviene una dissonanza. Il protagonista infatti non riesce ad arrivare alla fine della storia e a rivelare al lettore il colpevole (o i colpevoli): in questo caso, la morte di Rogas e del segretario – e quindi l’intera vicenda – è interpretabile in modi molto diversi.

Un altro elemento di parodia interno al genere poliziesco, oltre all’identificazione del poliziotto con l’assassino, consiste nel fatto che seppure l’investigatore intuisca la verità, egli non riesce a ristabilire l’ordine nella società. Al contrario, viene schiacciato lui stesso da quello che si può definire un altro ordine delle cose, che agisce secondo meccanismi opposti a quelli della razionalità investigativa – e sociale – cosiddetta “normale”: ordine che si rispecchia nell’idea di giustizia esposta dal Presidente Riches. Un sistema nel quale, come ha sintetizzato Massimo Onofri, “ogni crimine, qualsiasi esso sia, deve essere interpretabile come un delitto di lesa maestà, in riparazione del quale il Potere può manifestarsi come forza spietatamente e puramente coercitiva, con ciò stesso legittimandosi” e dove “la colpevolezza […] è una dimensione a priori […] e prescinde dalle responsabilità effettive degli imputati”. In questo quadro non esiste l’errore giudiziario – né l’errore tout court: “il sacerdote – scrive Sciascia – può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. […] E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può […] non compiersi. Prima, il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei […] soggetto a ogni debolezza e ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più. E tanto meno dopo”. La giustizia è intesa quindi, nelle parole del Presidente Riches, come un rito religioso, che si invera ogni volta e a cui non è concesso dubitare di sé. Essa si fonda su “un perenne stato di pericolo”, e legittima un diritto non basato su alcun principio umanistico o contrattualistico, quanto invece sulla forza e sullo stato di guerra – seguendo le idee espresse da Carl Schmitt nelle Categorie del politico.

La decostruzione parodica del racconto poliziesco, nel Contesto, è funzionale perciò a delineare una precisa “metafisica del Potere” e dei suoi aspetti osceni. Sciascia però compie un passo ulteriore, facendo una parodia anche della realtà sociale da cui trae ispirazione. Come ha messo in luce il critico Giuliano Gramigna, Il contesto ha la forma della parodia poiché essa è una “degradazione dei generi letterari, come il mondo che [la narrazione] raffigura è degradazione del mondo come dovrebbe essere”. La fondatezza di questa intuizione è confermata sempre nella nota finale del libro: durante la stesura, dice Sciascia, “ad un certo punto la storia cominciò a muoversi in un paese del tutto immaginario; un paese dove non avevano più corso le idee, dove i princìpi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove solo il potere per il potere contava. E si può anche pensare all’Italia, si può anche pensare alla Sicilia; ma nel senso del mio amico Guttuso quando dice: ‘anche se dipingo una mela, c’è la Sicilia’”.

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