“Under the Silver Lake” di David Robert Mitchell

di Francesco Ruzzier

Probabilmente sarà capitato a tutti di iniziare una ricerca ben precisa su internet e di rendersi conto, qualche minuto dopo, di essere finiti a leggere qualcosa di totalmente diverso. La non linearità delle informazioni online ha di fatto cambiato col tempo il nostro modo di formulare un pensiero, articolare un ragionamento e strutturare le analisi. Il fattore che probabilmente è cambiato maggiormente in questo senso è la velocità: qualsiasi informazione può e deve essere disponibile immediatamente e al contempo può e deve rimandare a un numero indefinito di altre informazioni.

Lo stesso tipo di consumo, rapido e schizofrenico, si verifica anche nei confronti dei prodotti culturali, dalla musica ai film, passando per libri e videogiochi: la possibilità di scelta è sempre più ampia, i collegamenti, i giochi di rimandi, le citazioni di citazioni non fanno altro che alimentare una rete di intrecci che da una parte aprono mondi infiniti, dall’altra rischiano di appiattire qualsiasi cosa. Allo stesso modo, questo bisogno di velocità e immediatezza si riflette in maniera ancor più ossessiva nel sistema di informazione, formale e non: diventa d’obbligo essere i primi a twittare una notizia, a postare la foto di un evento, a ricordare una persona scomparsa e a dare la propria opinione su un argomento di tendenza.

In un certo senso, Under the Silver Lake di David Robert Mitchell mette in scena questo fenomeno. Sam è un cazzaro nullafacente che – tra un film, un videogioco e un disco – passa le sue giornate a guardare le vicine col cannocchiale dal terrazzo del suo appartamento di Los Angeles. La vita gli scorre davanti senza che lui ne sia minimamente preoccupato; non paga da mesi l’affitto e a sua madre continua a dire che va tutto bene. Un pomeriggio adesca un’attraente dirimpettaia e ne rimane folgorato. Lei però, il giorno seguente, sparisce nel nulla. Sam deve iniziare la sua ricerca, senza sapere cosa, dove e quale sia il suo obiettivo. Pensa di dover correre i 100 metri quando davanti a lui ad aspettarlo c’è invece una maratona: procede per brevi scatti, per intuizioni senza alcun fondamento, senza averne i mezzi né le capacità, mosso dall’arroganza di avere sempre e comunque una soluzione a portata di mano.

David Robert Mitchell dipinge, attraverso il suo protagonista, il ritratto di una generazione che lavora solamente in superficie, che si ferma al primo risultato trovato su Google, che non ha la pazienza, l’attitudine e il tempo per immergersi in acque profonde. Nel farlo costruisce un’indagine allucinata, ossessiva e vorticosa fatta di citazioni svuotate da ogni significato, strizzate d’occhio ad una cultura pop privata di ogni briciolo di autorialità e collegamenti ipertestuali senza logica.

Il mondo che ne emerge è qualcosa di irrappresentabile, impossibile da inquadrare e capire. Un universo che assomiglia molto ad un infinito cesto di giochi, da cui il regista di It Follows e il suo protagonista continuano a pescare con gli occhi bendati, utilizzando l’istinto come unico filo conduttore, senza sapere dove andranno a finire. Da qui i complotti, le piste false e le parentesi mai chiuse. Si conosce il punto di partenza, ma si finisce per dimenticarlo per strada, risucchiati in una rete di visioni tanto ipnotica quanto letale. La Los Angeles di Under the Silver Lake assomiglia in un certo senso all’Oasis del Ready Player One di Spilelberg: un parco giochi di oggetti culturali che bombarda chi lo abita di stimoli visivi e sonori, senza soluzione di continuità. Questa volta però senza la parvenza di una benché minima consapevolezza di viverci dentro, quel mondo; e quindi il gioco non può far altro che trasformarsi in incubo; la sfida, in un’ossessione. Così, quando il lasciarsi trasportare dalla corrente diventa una scelta pericolosa, non resta altro da fare che mettersi al sicuro, a riva, per tornare a guardare lo scorrere degli eventi dall’esterno.

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