“Venditori di fumo”: l’altro volto dell’Ilva

di Stefano Tieri

immagine principaleSi può essere periferia nei confronti di una città, ma anche riguardo a un Paese. Il quartiere Tamburi è forse entrambe le cose: periferia di Taranto, città che è a sua volta periferia d’Italia. Geograficamente: poiché sta fuori, ai margini, quotidianamente dimenticata, e menzionata solo all’occorrenza, quando c’è bisogno che sia ricordata per poter legittimare decisioni altrimenti ingiustificabili. Politicamente: costretta a subire la volontà di un potere percepito come distante, che agisce al di là di ogni legge (anche di quella promulgata da se medesimo), senza alcuna apparente possibilità di potervisi opporre.

La storia raccontata da Venditori di fumo, l’ultimo libro di Giuliano Pavone pubblicato per Barney Edizioni lo scorso novembre, è – come si può intuire – quella dell’Ilva. La prospettiva adottata per affrontare l’argomento è di ampio respiro: l’unica in grado di permettere una comprensione della vicenda che non sia superficiale o semplificata. Nel corso del libro si parla ovviamente dell’inquinamento dell’impianto e delle vicende giudiziarie in cui sono stati (e sono tuttora) coinvolti dirigenti, proprietari e politici conniventi; ma non solo: la questione è anche sociale, economica, culturale. Per comprendere come mai un operaio accetti di lavorare al costo di compromettere la propria salute, bisogna considerare la storia del capoluogo pugliese, i dati sulla disoccupazione, finanche la psicologia di quel particolarissimo popolo costituito dai tarantini, che Giuliano Pavone conosce bene, poiché a Taranto è nato e cresciuto.

“Vendere fumo. In due parole la sintesi di una storia di inquinamento determinato da logiche di profitto”, scrive l’autore. Il profitto è ricavato non solo sulle spalle degli operai, ma anche su quelle di tutti i tarantini, obbligati a respirare la stessa aria e ad ammalarsi di tumore e altri disturbi respiratori. Ma il fumo a cui si fa riferimento nel titolo, contrariamente alle aspettative, non è solo quello che proviene dalle ciminiere dell’impianto siderurgico, ma “anche quella cortina di disinformazione e connivenze che l’ha reso invisibile fino a oggi, permettendogli di propagarsi e fare danni così a lungo. Nascondere il fumo con altro fumo”. La coltre di nebbia sembra convenire a tutti: agli industriali, che in tal modo possono agire indisturbati; a politici e sindacati, poiché possono mostrarsi come i più strenui difensori del “diritto al lavoro”; ai media, che così possono godere delle pubblicità ben retribuite dei padroni dell’Ilva.

Dalle categorie sopra menzionate rimangono però esclusi coloro che di tutta la storia respirano solamente il fumo ‘passivo’, ovvero i tarantini: lavoratori e abitanti. Perché – tiene a precisare Giuliano Pavone – l’opposizione tra queste due categorie, oltre a essere stata ingigantita e strumentalizzata da politici e media, nei fatti non ha alcun motivo di sussistere: nel periodo 1998-2008, “si stima un totale di 114 decessi e 329 ricoveri fra i lavoratori del settore siderurgico attribuibili alla condizione lavorativa”; mentre fra gli abitanti – negli anni 1998-2010 – “sono 386 i morti attribuibili alle polveri sottili di origine industriale”. La malattia, esattamente come la morte, quando deve colpire non guarda in faccia a nessuno: tra i casi di tumore maligno attribuibili alle emissioni industriali negli anni considerati, 17 sono stati diagnosticati a bambini.

Davanti a una situazione simile, non c’è “ricatto occupazionale” che tenga. Specie se, come in questo caso, si tratta di una formula mistificata: se al momento non sembra esserci alternativa lavorativa al siderurgico, questo lo si deve proprio alla presenza stessa del siderurgico e all’inquinamento di aria, acqua e suoli. “Chi si ricorda – oggi che anche le cozze sono state sfrattate dalla laguna – le ostriche coltivate in Mar Piccolo? Chi ha mai semplicemente sentito parlare del bisso, fibra tessile di pregio ricavata dalla cozza pinna, la cui lavorazione […] era una prerogativa quasi esclusiva del Tarantino? Chi sa che alla fine dell’Ottocnto a Taranto c’erano centinaia di telai in cui si lavoravano il cotone e la felpa?” Altre Taranto si disvelano così agli occhi di chi ha conosciuto la città solo dopo l’imposizione della “dittatura dell’acciaio”, cambiandone la fisionomia e le abitudini, cancellandone la memoria, in nome del lavoro e di un ‘benessere’ collettivo che solo a distanza di anni ha dimostrato il suo vero volto.

 

Giuliano Pavone a Trieste

immagine per box

Giuliano Pavone, giornalista e scrittore, è nato a Taranto nel 1970 e dal 1988 vive a Milano, dove ha studiato Scienze Politiche laureandosi nel 1994. L’autore sarà a Trieste per presentare “Venditori di fumo”: l’evento, organizzato da Charta Sporca in collaborazione con la libreria In der Tat, si terrà mercoledì 18 febbraio (non a caso il mercoledì delle ceneri) nell’aula magna dell’ex dipartimento di Traduttori e Interpreti, in via Filzi 14, dalle ore 17.30.

Pagina dell’evento su facebook

Intervista a Giuliano Pavone su Radio Capodistria

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