Voci da Gezi

di Andrea Piras e Kaan Ahmet Yıldız

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Trieste, metà giugno. Nell’ambito delle giornate mondiali dell’ambiente, il cinema Ariston proietta Çapulcu – voices from Gezi (Turchia / Italia, 2013, 60′). La sala è semipiena, attenta. Il taglio del documentario risalta nettamente in una rassegna ambientalista: scene di guerriglia urbana, cortei oceanici che scandiscono Bella ciao in versione turca. Qual è il fattore che ha condotto al rango di rivolta le proteste per la soppressione di un parco pubblico? Come è la situazione oggi a Gezi Parkı, due anni dopo?

Gezi Parkı è uno storico spazio verde nel centro di Istanbul. Situato presso la centralissima piazza Taksim, a livello simbolico è il custode dell’identità della moderna repubblica laica turca. L’area, che divenne un parco negli anni Quaranta, era occupata in precedenza da una caserma – Topçu Kışlası – costruita nel 1896.
Kaan, studente di architettura della Yıldız Teknik Üniversitesi, mi spiega come il vertiginoso inurbamento dell’ultimo mezzo secolo – la popolazione di Istanbul è passata dai cinque milioni di abitanti del 1964 agli oltre diciassette odierni, in crescita – crei immense periferie proletarie, prive di pianificazione. Lo stesso abnorme sviluppo del settore edilizio è uno dei fattori che incrementano la migrazione interna dalle regioni anatoliche, e questo processo esponenziale alimenta la nascita di conflittualità di classe ed etniche inedite – come nell’antico distretto greco di Tarlabaşı, ora a maggioranza curda e sotto minaccia di demolizione.

Con questa situazione, nel 2013 il governo conservatore della Turchia progetta la demolizione di Gezi Parkı e la ricostruzione dell’antico edificio ottomano, con funzioni di centro commerciale. Il disegno, supportato principalmente dall’allora primo ministro Tayyip Erdoğan – ora Presidente della Repubblica – include la costruzione di una nuova moschea e la demolizione dell’Atatürk Kültür Merkezi, altro luogo simbolico nel punto focale di Taksim. Se un design urbanistico etico dovrebbe creare soluzioni per i residenti, un progetto di questo genere persegue lo scopo opposto: trasformare il profilo ideologico degli abitanti, adattare stili di vita secolari alle “esigenze del mercato”, insieme a quel formidabile mezzo di controllo borghese di morali e consumi che assicura la religione.

Di conseguenza la Taksim Solidarity (formata da architetti e ambientalisti) indice una piccola dimostrazione pacifica, con il supporto delle organizzazioni della società civile. La mattina del 28 maggio circa cinquanta ambientalisti campeggiano in Gezi Parkı, con l’obiettivo di impedire il taglio degli alberi; la polizia risponde in modo sproporzionato, con gas lacrimogeni e violenze. Foto della scena, come l’immagine di una giovane manifestante (soprannominata in seguito “la donna in rosso”) immobilizzata mentre veniva inondata di gas, fanno presto il giro dei media mondiali.

Da qui in avanti, la protesta diviene generale; Kaan, come molti altri, si unisce alla dimostrazione dopo aver visto manifestanti pacifici che campeggiavano in un’area pubblica caricati dalla polizia. “Ho visto anche miei amici venire arrestati con pesanti atti di violenza. In quei giorni chiesi al vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano (il principale partito di opposizione) Gürsel Tekin, che avevamo incontrato in Taksim, di aiutarci a reperire informazioni sui nostri amici che erano stati arrestati. Fu di grande aiuto e in due giorni i miei amici erano fuori, senza aver subito torture o maltrattamenti”.

La mattina del 31 maggio un nuovo attacco, con uso indiscriminato dei gas; il giorno dopo, migliaia di manifestanti da Kadıköy – la parte asiatica della città – attraversano il ponte sul Bosforo per raggiungere Taksim, mentre scoppiano disordini ad Ankara e Smirne. Il documentario segue gli eventi dalle prime fasi, e raccoglie diverse testimonianze; al termine della proiezione, parliamo con il regista Claudio Casazza, presente in sala. Çapulcu (“teppisti”) è il termine sprezzante con cui il premier definì i dimostranti, e che essi stessi adottarono, con un atto di appropriazione linguistica che Noan Chomsky supportò in via diretta.

Le proteste a Gezi andarono avanti fino alla fine di giugno: attorno al 7 giugno circa cinque milioni di persone erano in strada in tutta la Turchia. Otto persone uccise, migliaia di feriti e centinaia di persone ancora sotto arresto è il bilancio finale delle proteste, durante le quali il governo è andato contro la costituzione diverse volte.

Oggi Gezi, congelati i lavori, è ancora un parco; le tende che campeggiano ora in tutta l’area sono quelle dei rifugiati siriani. Proprio in Siria si decide il prossimo futuro politico di Erdoğan: secondo molti analisti, la recente ripresa del conflitto armato con il PKK ha lo scopo di ritrovare la maggioranza assoluta in Parlamento, persa nell’ultima tornata elettorale, nelle amministrative del primo novembre, ponendosi come l’unico soggetto capace di riportare l’ordine nelle regioni orientali, con l’eterno spauracchio del terrorismo. L’evoluzione dell’AKP, partito al governo dal 2002, da soggetto islamico moderato a sistema di potere cleptocratico e radicalmente conservatore, sembra concretizzarsi nella recente stretta alla libertà di stampa; in caso di vittoria, per la difesa di Gezi Parkı come spazio verde – ovvero critico – sarà necessario un enorme sforzo collettivo.

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