Voglio un pettine

di Silvia D’Autilia

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Lunedì 2 Maggio, Ugo Guarino è morto a Milano a 89 anni. Con questo testo, nella concomitanza della sua scomparsa, vorrei fornire un breve commento degli effetti artistici, delle domande e delle suggestioni che alcune sue opere hanno prodotto. Non si tratta di una rievocazione del passato che oggi confligge con la sua morte, ma di una nota interpretativa rispetto alla sua arte e alla sua ironia che dimostri la possibilità di un ripensamento costante della realtà.

Siamo a Trieste, tra le mura dell’ex ospedale psichiatrico San Giovanni, quando nel 1972, da Milano, arriva Ugo Guarino per far visita alla madre ricoverata nel padiglione Q – Osservazione Donne, ma anche per avere un’idea concreta di quel che stava accadendo. Aveva sentito della trasformazione in corso nel manicomio e aveva chiesto allo psicologo del reparto di poter incontrare Basaglia. Da quel momento, da quell’incontro, giorno dopo giorno, la presenza di Guarino al San Giovanni si fa sempre più importante, contribuendo a dare vita a una nuova e dirompente critica delle contraddizioni intrinseche all’istituzione manicomiale.

“Voglio un pettine” non è solo una sua celebre vignetta; è diventata nel linguaggio iconografico un messaggio forte, di rivendicazione dei diritti, di fronte alla negazione di ogni bisogno da parte dell’istituziona manicomiale. Il tratto nero, minimalista e graffiante dei suoi disegni riflette e testimonia la storia di una rivoluzione che ha deistituzionalizzato il manicomio, messo in discussione la rigidità dei ruoli, delle gerarchie, denunciando la violenza che il potere psichiatrico rivendicava sui soggetti. “La verità è rivoluzionaria” recita il grande murales, opera di Guarino, sulla facciata del Padiglione L. Rivoluzionario è pretendere un pettine se si è spettinati: è l’unità di misura, semplice e ovvia, dei diritti fondamentali, della radicalità dei bisogni. Se la soggettività del ricoverato è appiattita dalla disciplina e dalle logiche istituzionali, perfino pretendere di potersi pettinare si rivela un gesto rivoluzionario.

C’è una relazione strettissima, nei disegni di Ugo Guarino, tra l’essenzialità stilistica delle rappresentazioni e il loro schietto messaggio. La semplicità del tratto riflette il significato quanto mai ovvio della raffigurazione: la negazione dei bisogni primari, della libertà, del futuro.

Le assemblee di reparto a cui Ugo partecipa divengono il motore del cambiamento, innescando delle prime rudimentali forme di partecipazione, dove trovano voce le urgenze, i problemi, i nodi da affrontare, trasversali a tutte le persone che vivono il manicomio. Infermieri, dottori, ricoverati, tutti, senza distinzione, sono interessati da questa trasformazione: una storia senza narratore esterno, senza terza persona, che Guarino riesce a tradurre esteticamente per il pubblico, rendendola immediatamente palpabile: “Venite a prendere un elettroshock da noi – firmato Pinochet” recitava una scritta sempre su una facciata del San Giovanni.

La comunicazione ridotta ai minimi termini, con la complicità dell’ironia, è l’altra faccia della possibilità del cambiamento: è la vera responsabilità dell’artista. Come ha detto Tadeusz Kantor, “I politici oggi non sono responsabili, le autorità non sono responsabili, ma l’artista, lui deve essere responsabile”.

C’è, nei disegni di Guarino, una feroce ma delicata parodia dell’autorità, che ci indica la via di una marginalizzazione delle competenze disciplinari e di una critica profonda del “sapere” scientifico, applicato alla vita degli individui. Esemplare a questo proposito è un disegno del 1975 che Guarino realizza con il collettivo Arcobaleno del reparto Q, prendendo a tema il vestito del ricoverato. Di fronte alla misura evidentemente succinta e striminzita dell’uniforme, il manichino suggerisce che non si tratta di allungare l’abito, bensì di ridimensionare il degente: una dichiarazione che lascia intendere la pochezza delle pratiche di cura, dove per “cura” s’intende sostanzialmente una concettualizzazione del paziente in griglie di senso istituzionali che dissolvono ogni possibile naturalezza e umanità. I tecnici, ridicolizzati dalla saggezza di un manichino sartoriale, finiscono nella loro quotidianità per reiterare logiche opprimenti e paradossali sulle quali hanno ormai smesso d’interrogarsi, preda dei meccanismi istituzionali che automatizzano la relazione con l’altro e neutralizzano tanto la singolarità della persona, quanto il suo effettivo sistema di bisogni.

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Se c’è un obiettivo pratico dell’arte, esso è certamente quello di far emergere le singolarità irriducibili: una soglia per essere e un limite per non essere. Il contributo artistico di Guarino a Trieste ha veicolato in modo straordinario questo messaggio, declinandolo in un’estetica del necessario, ovvero nei termini di un’eccezionalità del soggetto, gommata e resistente a qualsiasi processo di oggettivazione.

Lo scorso giugno il Comune di Trieste e la Fondazione Corriere della Sera hanno dedicato a Guarino una mostra al Museo Revoltella. Oltre duecento opere tra disegni, vignette, quadri, sculture e fotografie. Un percorso antologico tra l’Archivio storico e le collezioni di privati e istituzioni. Trieste gli riconosce l’invenzione di un nuovo alfabeto della comunicazione artistica, dell’altrimenti rappresentabile, una capacità di leggere la realtà leggera e drammatica allo stesso tempo. I disegni di Guarino stemperano questa tensione, questo cortocircuito tra la tragedia e la farsa, con la freschezza di un tratto che non è mai semplice cronaca dell’astante, ma già un’interpretazione appassionata di qualcuno che fa parte di ciò che descrive.

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