Yukio Mishima, “Martirio”

di Lorenzo Natural

mishimaL’occasione di tornare a parlare di questo scrittore che, lo ammetto, rappresenta per me una piccola ossessione, è un racconto edito nel 2009 in sole duemila copie dalla casa editrice pistoiese Via del Vento, prima a tradurre in italiano, direttamente dal giapponese, questo scorcio quasi inedito di un poco più che ventenne Mishima. Il racconto venne pubblicato nel 1948 con il titolo Junkyo, ossia Martirio.

Che grande parte della vicenda biografica e letteraria di Mishima ruoti attorno all’eterno incontro-scontro tra Eros e Thanathos è cosa nota; tuttavia questo breve racconto ci fornisce dettagli e spunti interessanti sull’analisi della pulsione lirica, interiore ed estetica dello scrittore giapponese.
La vicenda del martirio del giovane Watari, legato a un albero e impiccato da un gruppo di giovani scolari capeggiati da Hatakeyama, chiamato “il Re Demone”, è, per Mishima. la rappresentazione di un’immagine che turbò e segnò profondamente la sua concezione di amore, di bellezza e il loro primordiale istinto di avvinghiarsi alla distruzione, alla morte.

Francesco Cappellini, curatore e co-traduttore del racconto, nella postfazione riporta un passaggio del primo capolavoro di Mishima – Confessioni di una maschera – nel quale lo scrittore raccontò di un incontro sconvolgente, avvenuto a soli dodici anni, con un dipinto del pittore Guido Reni1 che ritraeva il martirio cristiano di San Sebastiano: «Quel giorno, nell’attimo in cui scorsi il dipinto, tutto il mio essere fremette d’una gioia pagana. Il sangue mi tumultuò nelle vene, i lombi si gonfiarono quasi in un empito di rabbia. La parte mostruosa di me ch’era prossima a esplodere attendeva ch’io ne usassi con un ardore senza precedenti, rinfacciandomi la mia ignoranza, ansimando per lo sdegno. Le mani, affatto inconsciamente, cominciarono un movimento che non avevano imparato mai. Sentii un che di segreto, un che di radioso, lanciarsi ratto all’assalto dal didentro. Eruppe all’improvviso, portando con sé un’ebbrezza accecante…»2.

I parallelismi tra la vicenda di San Sebastiano – specialmente nella raffigurazione di Guido Reni – e Watari sono sorprendenti. Il giovane martire giapponese è descritto come un bambino «dalla pelle di un bianco opaco come una gardenia. Le sue labbra, al contrario, erano così rosse da desiderare di strofinarle con le dita per accertarsi che non vi fosse stato messo del rossetto. Visto da vicino il suo volto appariva di una stupefacente bellezza […]. Faceva pensare a un oggetto d’arte la cui eccessiva cura nei dettagli aveva rovinato l’effetto d’insieme; e persino i dettagli risultavano seducenti in modo perverso»3. La delicatezza quasi femminea di Watari corrisponde all’immagine classica dell’iconografia di San Sebastiano, che nonostante il fisico da soldato – era comandante di coorte – viene raffigurato come un giovane dalla pelle chiara, dai lunghi capelli e dai lineamenti dolci, nonché dallo sguardo fanciullino. Proprio lo sguardo ci fornisce un secondo paragone: come d’abitudine in molte sue altre opere, Guido Reni raffigurò il santo con lo sguardo rivolto verso il cielo nel momento del supplizio, quasi in cerca di un aiuto divino; allo stesso modo Watari «aveva l’abitudine, quando veniva sottoposto a qualche prepotenza da parte dei suoi compagni, di gettare lo sguardo in alto, verso l’azzurro chiaro del cielo»4 e, più avanti nel racconto, poco prima di esser legato all’albero, «continuava a guardare in alto, verso il cielo, gli occhi sbarrati come un idiota»5.
Il finale del racconto è ripreso dalla tradizione storica della vicenda di San Sebastiano: quando i ragazzini tornano poco dopo sul luogo del delitto, trovano la corda libera e il corpo scomparso. Ora, non posso che dare interpretazioni aleatorie, ma appare probabile che il parallelismo con la vicenda della salvezza del santo, creduto morto e abbandonato, recuperato poi da Sant’Irene sia voluto; anche se in Martirio, come sottolinea Cappellini «tutto pare molto più “sospeso” e misterioso»6.

Infine, mi preme sottolineare come entrambi i personaggi ricoprano nella loro storia il ruolo di capri espiatori: San Sebastiano, cristiano, venne ucciso per ordine di Diocleziano in una fase storica in cui i cristiani funsero da valvola di sfogo per una decadenza politica e di costumi molto forti; Watari in tutta la vicenda è oggetto di scherno e di derisione per la propria estraneità agli altri scolari e diviene l’oggetto su cui sfogare il proprio impeto primordiale in una spirale di violenza che porterà al suo junkyo. E se per il santo è facile capire perché si possa parlare di martirio, per Watari – oltre a rimandarvi alla nota 5 – entrano in gioco complesse dinamiche, nelle quali è la figura del Re Demone a entrare in gioco: Hatakeyama ha nei suoi confronti lo stesso atteggiamento che ebbe il fanciullo Mishima quando osservò per la prima volta il dipinto di Reni, tanto da seviziare Watari, per poi però, addormentarsi al suo fianco, in un vortice di lucida e fredda irrazionalità in bilico tra violenza e amore. A prevalere sarà, però, il sacrificio del giovane: è la tensione primordiale dell’adolescenza a emergere.

L’ossessione di Mishima si protrasse poi in tutta la sua parabola artistica e umana. Nel 1966 si fece fotografare da Kishin Shinoyama nella posa del martire San Sebastiano: il corpo, trafitto dai dardi (in tutta la tradizione storica e in gran parte dell’iconografia il santo è così raffigurato, a differenza della trasposizione di Reni e di Watari, a riprova del successivo interessamento di Mishima alla vicenda del santo), il corpo quasi nudo legato a una corda e appeso a un albero, lo sguardo rivolto verso il cielo.
Mishima, soldato come San Sebastiano e «martire del Giappone»7, in una spirale di dualità che solo attraverso il sacrificio riesce a trovare il proprio compimento tra passione violenta e delicatezza interiore, tra Morte e Amore, tra Thanathos ed Eros? O Mishima, uomo incompiuto che attraverso la morte trova la propria liberazione dall’irrealizzabilità di sé e del proprio progetto?
Martirio, forse, ci può aiutare a dipanare qualche dubbio. Almeno fino al finale, che ci lascia interdetti. «L’ennesimo irresolubile koan8 zen su una realtà che rifiuta di sottostare alle regole della razionalità»9.

NOTE:
1 Guido Reni, pittore bolognese, 1575-1642.
2 MISHIMA, Y., Confessioni di una maschera, Feltrinelli, Milano, 2007, pp.40-41 (cit. in CAPPELLINI, F., Uccidere l’amore, in MISHIMA Y., Martirio, Via del Vento, Pistoia, 2009, pp.27-28).
3 MISHIMA, Y., Martirio, cit., p.9.
4 Ivi, p. 10.
5 Ivi, p. 24. Lo sguardo di Watari sembra quello di un’idiota: da notare che nella pura accezione etimologica, Cristo deriva dal greco Chrestòs, che significa “buono, umile”, ma anche “sciocco” – nel senso di “semplice”. Potrebbe qui il termine “idiota” dare un connotato di similitudine tra il martirio di Warati e quello cristiano di San Sebastiano?
6 CAPPELLINI, F., Uccidere l’amore, in MISHIMA Y., Martirio, cit., p.30.
7 YOURCENAR, M., Mishima o La visione del vuoto, Bompiani, Milano, 2005.
8 I koan, spiega Cappellini, sono breve storielle zen utilizzate per indurre, attraverso il loro percorso illogico e provocatorio, l’esperienza del risveglio.
9 CAPPELLINI, F., Uccidere l’amore, in MISHIMA Y., Martirio, cit., p.30.

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