Il mio viaggio in Culonia

di Iuliu Gădrossu

Scampoli di guide performanti rosicchiate nel dormiveglia aeroportuale che impongono dodici monumenti, sei musei, qualche Starbucks, la geolocalizzazione, il tramonto visto dal punto giusto e almeno una fotografia verticale davanti a una cosa che, secondo Google, «non puoi assolutamente perderti».

Culonia invece la perdi subito.

La perdi appena esci dall’aeroporto, o dalla stazione, o da qualunque sia quella soglia amministrativa attraverso cui si entra in un paese che per anni è stato chiamato con un altro nome e che adesso, nella mia testa, si chiama soltanto Culonia. È un nome che contiene già tutto: la colata monumentale della storia, la periferia, il culo dell’Europa, il culo del socialismo, il culo del libero mercato, il culo di chi, seduto davanti a un computer, ha deciso che qui bisogna venire per «scoprire una destinazione autentica», e forse il culo di chi una camicia non l’ha indossata neanche nei giorni di festa.

Culonia era un paese dell’abbondanza e del rigore. Giunoniche madri destinate a essere badanti, tette enormi compresse sotto camicette sintetiche, tavole apparecchiate per famiglie che non esistono più. Grandi viali di grigio asfalto come tizzoni di un sol dell’avvenire eclissato, spentosi nel baluginio del libero mercato. Palazzi con l’intonaco che sembra ricordare un’altra epoca meglio dei loro abitanti. Automobili importate di seconda, terza, quarta mano, Mercedes che hanno conosciuto Berlino prima di conoscere Culonia e che ora arrancano tra i chioschi, i filobus, il florilegio di cani randagi e le insegne scritte in caratteri presi a prestito da qualche antichissima icona.

Culonia che muore.

Culonia appoggiata su una specie di Dnepr — perché ogni paese dell’Est, se non ha il Dnepr, almeno deve avere un fiume che nella fantasia del viaggiatore gli assomigli. Deve esserci qualche riga per tracciare un ennesimo confine, una linea immaginaria per mandare ventenni a spegnersi sotto le armi degli imperi. Il fiume scorre come scorrono le cose che hanno smesso di aspettarsi qualcosa: largo, marrone, indifferente. Sulle rive qualcuno pesca, qualcuno beve, qualcuno fuma guardando l’acqua. Nessuno sembra avere fretta di diventare una fotografia.

Poi c’è il vino.

Culonia è un paese che ha imbottigliato la propria malinconia e l’ha chiamata Cabernet. Cantine sotterranee grandi come città, bottiglie accatastate nei cunicoli, nomi di bottiglie pronunciati con la gravità con cui altrove si pronunciano i nomi dei santi. Il vino come infrastruttura nazionale, come memoria liquida di un’epoca in cui produrre era ancora una forma di fede. Bevi e pensi che forse il socialismo non è finito: si è semplicemente trasferito nel dedalo di cantine, dove continua a fermentare al buio, come un rigurgito mai compreso.

Wes Anderson avrebbe adorato Culonia.

Non perché Culonia sia bella, ma perché ha quella geometria involontaria delle cose che non sanno di essere inquadrate. Una donna attraversa un incrocio con una busta della spesa. Un filobus si ferma esattamente davanti a un monumento che nessuno guarda. Un uomo in giacca scende da una carcassa a quattro ruote e compra tre sigarette. Dietro di lui, un cartellone pubblicitario promette denti perfetti, vacanze perfette, vite perfette.

Tutto perfettamente fuori posto.

E poi Pavel.

Pavel ammazza un maiale dietro una casa di campagna, e per qualche ragione quella scena mi sembra più importante di tutti i dodici monumenti della guida. Il maiale urla, Pavel lavora, gli altri guardano. La bellezza moscovita, invece, arriva dopo: ragazze dai visi di porcellana con l’armonia di un progetto, capelli perfetti, facce che sembrano scolpite dalla nostalgia di qualcosa che forse non hanno mai avuto. Bellezza da aeroporto sovietico, da stazione ferroviaria, da vodka come balsamo per quel che rimane di un’anima.


Culonia è piena di queste contraddizioni che nessun piano, nessun progetto, nessuna guida sa sistemare.

In Culonia una Porsche non è un’automobile: è una dichiarazione di guerra al buonsenso, una teca mobile del capitalismo parcheggiata tra una Dacia e un filobus. La guardi e pensi che da qualche parte, non troppo lontano, qualcuno abbia deciso che la storia era finita e che la prova definitiva della fine della storia fosse arrivare al supermercato con quattrocento cavalli sotto il culo. E poi c’è il borscht, rosso come una Porsche vista da lontano, violaceo come un addobbo funebre. Allora la lingua fa quello che fanno spesso le cose in Culonia: mette insieme due mondi che non hanno nessun motivo per stare insieme. Porsche, borscht, barbagli di un avvenire mai giunto, capitalismo e barbabietole. Una macchina che corre e una zuppa che ribolle. Due modi diversi di dire che l’Est, prima o poi, ti si rovescia addosso.

Culonia è povera e ostenta. È elegante e sciatta. È sovietica e disperatamente capitalista. Ha supermercati pieni di prodotti occidentali accanto a cortili dove il tempo sembra essersi dimenticato di passare. Ha bar che cercano di sembrare Berlino e pensionati che sembrano usciti direttamente da una fotografia del 1987.

Sul bus puoi incontrare una ninfetta gitana pronta a farti il portafogli, un vecchio con le mani enormi, una studentessa che guarda TikTok senza audio, una madre con un bambino addormentato sulle ginocchia. Il bus stesso sembra un reperto archeologico: sedili consumati, finestrini opachi, riscaldamento che funziona secondo principi termodinamici ignoti alla scienza occidentale. Parte, sobbalza, si ferma. Riparte.

La città passa fuori dal vetro come una pellicola graffiata.
Culonia non ha la superficie liscia delle città che vendono il proprio passato ai turisti. Qui tutto gratta. L’asfalto, i muri, le ringhiere, le panchine, le facciate rattoppate, le rughe di una vecchia verduraia. Anche la luce sembra avere una grana. Ti entra negli occhi insieme alla polvere, al fumo delle automobili, all’odore di benzina e di cavolo bollito.



E tu non sai più se sei in viaggio o se stai semplicemente aspettando che qualcuno ti restituisca una versione del mondo che avevi lasciato da qualche parte.

Culonia non concede grandi epifanie.
La promessa è sempre la stessa.
La salvezza cambia soltanto marchio.
Prima veniva dal futuro.
Adesso viene dalla rata mensile.

Non c’è necessariamente il monumento che ti cambia la vita. Non c’è il museo davanti al quale rimani in silenzio per venti minuti. Non c’è il ristorante così autentico da essere consigliato da Google. Ci sono invece parcheggi, mercati, bar mezzi vuoti, cortili, cani, vecchie signore, ragazzi che fumano, matrimoni, funerali, supermercati aperti fino a tardi, bottiglie di vino e tramonti che sembrano quasi offensivi nella loro bellezza.

La cosa migliore da fare a Culonia, alla fine, è smettere di cercare cosa fare.

Camminare. Prendere un autobus senza sapere dove va.
Scendere quando ti pare.
Entrare in un negozio dove nessuno parla la tua lingua.
Comprare qualcosa che non sai leggere.

Sederti, bere, guardare.

Aspettare che Culonia faccia quello che fanno tutti i paesi quando smetti di pretendere che siano destinazioni: diventare semplicemente un posto.

Un posto con il suo odore, i suoi rumori, le sue madri enormi, i suoi maiali, i suoi Pavel, i suoi autobus del cazzo e il suo fiume marrone.

E forse è proprio questo il problema delle guide. Vogliono convincerti che viaggiare significhi fare esperienza di qualcosa.

Culonia ti costringe, alla fine, ad abbandonare una certa idea di mondo, a fare i conti con lo schiantarsi di ogni ideologia contro il divenire del tempo. Oppure, più semplicemente, ad andartene affanculo.

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