Chiudete gli occhi e leggeteci. O meglio, teneteli spalancati sotto le palpebre, quelle membrane che trattengono a malapena il malessere, o il piacere, traboccanti. Tutto, comprese queste poche parole che servono solo a farci incontrare, sorge nell’oscurità profonda e immensa del corpo che siamo.
Chiudete gli occhi ora, toccateci. Abbiamo cose da dirci che sono carezze, spinte, sporco da scambiarci attraverso le mani, pugni da stringere nella lotta, braccia che si cercano e allacciano per far fronte comune contro chi ci vorrebbe privi di qualsiasi traccia di vita, simili alle macchine perfettamente controllate dall’IA che lavorano in silenzio nel buio delle dark factories. Immaginate ora questo buio spettrale incendiato da un rave, da una festa di corpi, di giovani che si ribellano al pensiero calcolante di cui parlano i critici della tecnologia moderna. Immaginate un incendio solare che, dal fondo nero delle fabbriche a luci spente a cui vorrebbero ridurci i discorsi egemoni, illumini invece a giorno quanto poco di “virtuale” c’è nella povertà, nella miseria sociale e nel fascismo che dilagano oggi nella politica interna e mondiale; quanto non ci sia nulla di “impalpabile” nel disagio che tutti proviamo nell’abitare un mondo sempre più competitivo, armati solo di una benda sugli occhi e di un coltello tra i denti per pugnalare i nostri amici.
Chiudete gli occhi: semplicemente, ascoltate. Se ci siamo riuniti qui, è stato per discutere, per rigirare da diverse prospettive quel prisma di ossidiana che è la nostra attualità, il cui riflesso contraddittorio e sfaccettato viene catturato da questo numero. Dobbiamo ribadirlo ancora una volta, soprattutto in questi tempi bui: il Nero è il colore della gioia, della lotta, della trasgressione. Per citare le parole del filosofo francese François Laruelle, questa è “la nostra ucromia: imparare a pensare al Nero come a ciò che in ultima analisi determina i colori, piuttosto che pensarlo come ciò che li delimita” (Du noir univers: dans les fondations humaines de la couleur). Il Nero non è un colore ma ciò che sta alla base del colore stesso. È il fondamento radicale di un mondo che è diventato fin troppo visibile. “Vedi Nero! Non tutti i tuoi soli sono caduti – sono riapparsi, stavolta leggermente più deboli…”. I testi raccolti sono un appello a dipingere il mondo di pece, a renderlo ancora più scuro di quanto non fosse già prima, per riuscire finalmente a guardarlo senza essere accecati dalla sua falsa luce. Le illustrazioni di Edoardo De Stalis attraversano il tema riducendo al minimo la luminosità di alcune celebri opere della storia dell’arte, portandole quasi a sfiorare il buio, e provocandoci così a trovare, nel nero che avanza, i contorni della bellezza e della vita che restano.





In questo numero quattro spartiti solleticano le diverse polifonie, soglie, tonalità e textures del Nero. Nella prima sezione, “Ano solare” – omaggio all’omonimo testo surrealista di Georges Bataille – l’analisi delle vecchie e nuove mitologie fascio-capitaliste si intreccia con le seduttive suggestioni di una possibile “mistica nera” alternativa: minore e luminosa, ma soprattutto antifascista. Come rovesciare il consenso neofascista che dilaga? Come contendere al nuovo fascio-capitalismo la sua sottile capacità di plasmare le pulsioni umane più scabrose e (auto)distruttive? Di certo non limitandoci a negarle, o peggio ricoprendo con un candido velo buonista il baratro di questo presente da incubo. Guardare in faccia le pulsioni umane più spaventose, reggere lo sguardo di questo specchio nero, è l’unica arma che ci rimane per rimodellarle e imparare a sfogarle in modo diverso, condiviso, più felice. Rovistando nell’abisso della mistica fascio-capitalista, inseguiremo allora, a rovescio, il brillio fugace di questa “mistica nera” minore: gioiosamente irreligiosa, ma non per questo nichilista. Dall’immersione nell’eros, nella crudeltà, nel femminile, nella depressione, nell’eccesso del riso e del pianto, riemergeremo forse avendo trattenuto tra le dita un nuovo senso dei riti, dei miti, del sacro e persino del sacrificio. Reggere lo sguardo fisso dentro al Nero, fino a riconoscervi la madre, la matrice, la scintilla possibile di un’altra forma di comunità e legame, fondati sul non-senso, sulle macerie, sul niente in cui – troppo spesso, troppo presto – abbiamo creduto di soccombere.
La seconda sezione, “Maschere Nere”, ci porta a spasso tra ruderi, discriminazione, black humor ed esilii volontari. Ci racconta, da dentro e da fuori, il vissuto dei razzializzati, dei marginali, delle solitudini urbane e dei popoli oppressi. Prosa, poesia, reportage e saggistica si intrecciano in questa sezione restituendoci del Nero il colore della pelle, la censura sociale e la melancolia che percorrono il disagio silenzioso delle nostre città, dei nostri corpi sempre più segregati, atomizzati e soli. La fiamma che divampa sul fondo di questo Nero, se siamo abbastanza forti da non distogliere lo sguardo, si colora qui di popoli che hanno saputo ripensare la propria cultura, per sottrarsi alla violenza di uno Stato per sua natura oppressivo; della raggiante umanità di chi vince paure e diffidenze per offrire un pasto caldo – o un semplice sorriso – a chi ha perso tutto e appassisce nel gelo e nel buio; della liberazione dalle “maschere bianche” che i corpi razzializzati sono quotidianamente costretti a indossare, in cambio di una briciola di riconoscimento sociale. Nel letame dell’abbandono, della distopia realizzata in cui sprofonda il nostro presente, cova già il tepore brulicante di un altro mondo possibile, il profumo acre e indecoroso di un’altra promessa di felicità.
La terza sezione, “Dark pop”, è dedicata al potere materico ed evocativo del Nero nelle arti: moda, fotografia, cinema, musica undergroud. Da Lars von Trier a David Lynch, dai Laibach a Playboy Carti, dagli umori in bianco e nero di una Trieste nemica della gentrificazione alle suggestioni dell’universo BDSM. Il Nero nell’arte ci permette di acclimatare lo sguardo su tutto ciò che, nella nostra cultura e in noi stessi, vi è di più angosciante e oscuro. Il cinema è uno strumento fondamentale per accostarsi ad aspetti dell’umano altrimenti insopportabili e insostenibili: la crudeltà efferata, la suppurazione delle ferite e la decomposizione dei corpi, la violenza cieca e gratuita o, peggio, elevata a ideale. La moda attraversa e reinventa da un secolo textures e tonalità del Nero, passando dagli immortali tubini di Coco Chanel alle estetiche punk di Vivienne Westwood, per approdare agli odierni eccessi di Rick Owens. La musica, specie quella degli anni Ottanta, ci offre del Nero tutte le sue sfumature dark, punk, gothic e heavy metal, flirtando spesso in modo parodistico, auto-ironico e provocatorio con le simbologie e le pulsioni più tetre e (auto) autodistruttive dell’uomo e della donna post-capitalisti.
La quarta sezione, “DIY ’em black”, semi-omaggio alla canzone dei Type O Negative, è frutto di una riflessione autocritica intorno al nostro lavoro redazionale. Cosa trascuriamo, cosa lasciamo in ombra nello sforzo di lavorare “dal basso” tenendo conto di tutte le diverse sensibilità dei nostri lettori e associati? L’intellettualismo è l’incapacità di accettare che ogni forma espressiva ha uguale valore. È il crampo antico di una cultura “alta”, oggi sempre più superba e classista, che disprezza la cultura “bassa”, autoprodotta e popolare. In questa sezione troverete un pot-pourri di autoproduzioni e creatività alternative, tutte rigorosamente al Nero. Una ricetta per preparare ai vostri amici il Brodo nero degli antichi spartani, l’idea di un laboratorio artistico fai da te per creare il vostro monotipo personalizzato, un appassionato e ironico invito ad approfondire gli abbronzati misteri del mondo del bodybuilding, una cartolina di viaggio accompagnata da scatti sviluppati in spazi autogestiti, e – dulcis in fundo – il fumetto del fantomatico Dottor Zagabria.


