Quaranta passi

di Simone Raviola

Abito un ritmo scandito da quaranta passi che non sono mai gli stessi.

A volte, prima dell’angolo con via Feltre, a volte poco dopo. Accade anche sulle strisce pedonali, bianche, slavate di copertone e rosso semaforo. Non è chiaro perché né come è iniziato. Da lontano non vedo arrivare nulla, non porto gli occhiali. A qualche metro di distanza ci guardiamo, giusto una frazione di secondo. Poi gli occhi si schiacciano al suolo, sul cemento screpolato. Anche i suoi sono velocissimi. È un accenno, un abbozzo di intesa.

Sul marciapiede del quartiere borghese in cui vivo giochiamo a un nascondino senza tana o vincitore. Sul fondo delle mie pupille si registrano i capelli, ogni giorno diversi, i vestiti che mutano con le stagioni. Respiro la timidezza di un incontro quotidiano: intimo, e perciò irraggiungibile.

È la quota onirica del dormiveglia impastato che mi accompagna a Lambrate. Una scheggia di senso, il senso è un circolo, che si incastra nel rimbambimento delle cose.

Mi tiene in vita, e sopravvivo. Mi alza dal letto, mi lascia sulla corriera che mi porterà a lavoro, mi cala dentro la casella delle mail, mi inchioda al letto quando la notte insiste ma la mattina avanza già, con le sue pretese. Quando non vado in ufficio, mi chiedo se anche i suoi occhi non se ne stiano rinchiusi dentro a qualche schermo, come se quel rettangolo di smog esistesse nell’incrocio dei nostri sguardi e solo lì, nel loro duro potersi mancare.

Non è molto, è un jingle o un girotondo. Si è insinuato tra le mie scapole e non è argomento di conversazione. Quattro occhi, il linguaggio che è traslucido e irreale ma lo sguardo no. Questo no, questo sì, questo sì mi pare che sia importante: non sapere se domani, e attendere, attendere, alzare timidamente, rapidi, gli occhi. Lanciare i dadi con la sinistra e subito nascondere il risultato con la destra.

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