Ridere la libertà. La cultura indipendente è un bisogno sociale

di Andrea Muni

Dall’inizio della pandemia ho potuto assistere in prima persona, come redattore di www.chartasporca.it, a un fenomeno strano e affascinante. Un aumento clamoroso delle proposte di articolo e di letture della rivista. Non lo dico a mo’ di messaggio autopromozionale – anche se non nascondo una certa soddisfazione – ma piuttosto perché mi sembra un dato importante su cui riflettere e un’occasione per invitare i nostri lettori a vincere eventuali timidezze e timori reverenziali. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che in fondo, con tanta gente a casa e senza lavoro, molti abbiano “semplicemente” iniziato a scrivere, a leggere, a offrire agli altri le proprie riflessioni per noia, o per disperazione. Cosa che per altro, visti i tempi in cui siamo, sarebbe già da salutare con entusiasmo. Scrivere su una rivista infatti, specialmente se critica e indipendente, è diverso da scrivere un post sulla propria bacheca, chiama a una responsabilità e a un lavoro autocritico del tutto differente (che è poi quello che oggi manca di più).

C’è una peculiarità del nostro modo di fare cultura che mi spinge a un’interpretazione diversa, un po’ più costruttiva – e decisamente più felice – rispetto a quella banalizzante del tipo “le persone si annoiano e allora leggono e scrivono di più”. Mi riferisco al fatto che fin dall’inizio, per scelta, noi non abbiamo mai rincorso “grandi nomi” – nonostante abbiamo spesso avuto il piacere di ospitarne. La rivista è nata piuttosto attorno al desiderio esplicito di dare voce e spazio pubblico alle riflessioni di tante persone, spesso più profonde e intelligenti di tanti “luminari”, che non hanno – o non hanno avuto – il “pass”. Alle tante persone che non si sono guadagnate, spesso a prezzo di abbruttenti sacrifici conformistici, il diritto di “dire” nei luoghi sacri preposti alla presa di parola “colta” e “importante”. Diciamo insomma che, nel tempo, ci siamo assicurati che chi scrive su C.S lo faccia perché davvero desidera impegnarsi in un lavoro critico e autocritico di scrittura e confronto umano – e non lo faccia semplicemente perché oggi se non hai pubblicato almeno un paio di cose in vita tua ormai “non sei nessuno”.

Presto, appena sarà possibile, le persone – dal basso – cominceranno a unirsi per le strade, a stare insieme, a lavorare collettivamente “in perdita” per ricreare una cultura, una “coscienza” politica, un collante sociale capace di ritessere quel senso di amicizia tra tutti gli sfruttati che gli ultimi decenni di neoliberalismo hanno polverizzato. Questo lavoro – genuinamente politico – vale per tutti gli ambiti della vita, compreso quello della cultura. Il suo primo compito è – e sarà – quello di tendere una mano a tutti gli “amici” con la Sindrome di Stoccolma. A tutti coloro che credono che non esistano luoghi in cui potersi esprimere davvero liberamente – anche se liberamente non significa acriticamente! Tendere una mano ai disillusi, agli stanchi, e persino a quelli che credono vada tutto bene – quelli per cui è normale dover tornare a lavorare prima di poter fare na passeggiata. Tendere una mano a tutti quelli che, fuori dal mondo della cultura, si incazzano (anche giustamente da un certo punto di vista) perché non gli viene permesso di mettere a rischio la propria salute tornando a lavorare prima del tempo, ma che al contempo non ci pensano nemmeno che potremmo batterci tutti insieme affinché lo Stato piuttosto prelevi forzosamente il denaro da multinazionali e super-ricchi per indennizzare tutti i lavoratori autonomi che non possono tornare al lavoro in sicurezza.

Il lavaggio del cervello che abbiamo patito negli ultimi decenni è talmente profondo che non sappiamo nemmeno più cosa e come dire quello che pensiamo, quello che proviamo, se non appoggiandoci allo stile, al conformismo indotto dall’ideologia strisciante che ormai ci penetra da ogni lato, e che ritrasmettiano inavvertitamente da ogni nostro foro. Più di una volta mi è capitato di vivere conversazioni surreali in anni passati, in cui dicevo alle persone “guarda che puoi dire quello che vuoi”, e venivo ricambiato da reazioni sgomente, quasi deluse, del tipo “ma come… ? come quello che voglio?”. Reazioni che sottointendevano “io non voglio davvero dire qualcosa che mi preme, non scrivo per un’urgenza, voglio solo essere qualcuno che scrive, qualcuno che dice”. E questo non per sputtanare nessuno, anzi, per denunciare la violenza invisibile, silenziosa, la (auto)censura esercitata sulle persone ogni volta che gli si presenta la possibilità di prendere la parola davvero liberamente e senza “schermi” di sorta.

Cosa sto dicendo? Sto dicendo che ridere (in primo luogo di me stesso) è una voglia grande, straripante, una tentazione continua – che ho anche ora. Ridere di felicità, di non sapere e di sole che scalda il vetro della finestra mentre scrivo. Ridere mentre il mondo crolla, mentre i suoi calcinacci ideologici si staccano da una parete che si era fatta respiro, serpente. “Mordi, sputa la testa!”. Dice Nietzsche al pastore che si era addormentato sotto l’albero e nella cui bocca un serpente aveva trovato casa. “Mordi!”, “Staccagli la testa!” – dice Nietzsche al suo pastore. E il pastore morde, stacca la testa – si salva, e ride. Ride come non aveva mai riso. Ride come chi nel naufragio trova più amici di quanti avesse trovato in tempi di mare piatto. Ride come chi oggi si sente meno solo di ieri nella propria urgenza di costruire una cultura veramente libera e indipendente. Una cultura popolare che non debba rendere conto agli Agnelli, ai Cairo, a Silvio, alle beghe e agli interessi particolari e accademici del prof. X o del prof. Y, alle simpatie del tale importante giornalista o redattore.

Ride insieme a noi chi desidera e incarna una cultura che è urgenza, che è bisogno di dire, di condividere, di socializzare – non una Cultura che è calcolata progettazione di pubblicazioni volte a creare un carnet, un curriculum, delle skills, una carriera. Ride con noi chi non teme l’ombra, chi non teme di essere minore – se “minore” è l’unico modo per essere liberi. Liberi non solo a proposito di ciò che si dice, ma anche dalla propria “immagine” pubblica.
Perché ridere non è sempre una cosa sciocca – ridere, ridere davvero, toccarne la vertigine, è una cosa seria. Ridere non è diverso da piangere, come non è diverso da godere o dal provare angoscia. Come diceva Bataille, ridere è uno dei modi attraverso cui facciamo esperienza del non-sapere, del non-sapere che siamo quando aderiamo senza scarti alla vita. Quando ci dissolviamo completamente in ciò che siamo e patiamo. Quando siamo questa vita e non un pensiero della vita. Quando siamo vita e non conoscenza della vita. Quando siamo questa carezza e non un’intenzione mai nata alla vita. La differenza enorme, eppure a volte invisibile, che c’è tra un battito d’ali e un pensiero del volo.

Ecco che allora, se le aspettative di vita vanno in rovina – ridiamo! Finché abbiamo la fortuna di non essere in miseria, ridiamo del fatto che quello che sappiamo della vita non è la vita. È così che ride chi ha perso il lavoro, chi sta precipitando. Ride ancora, e piange, e sa meglio di altri che finché c’è da mangiare e da dormire (per sé e per chi si ama), la felicità e la soddisfazione sono altrove: nei rapporti umani, che sono il vero ago della bilancia della qualità delle nostre vite. Chi ancora ride e piange, e non si è lasciato inaridire e inscaltrire dalla cultura della performance e della accoumtability, sa che spesso – a eccezione delle situazioni di miseria più nera – i rapporti umani sono valorizzati, esaltati (e non peggiorati) da una condizione di “degna povertà”. A questo proposito sarà pur vero, come si è letto molto in giro, che “la romantizzazione della quarantena è privilegio di classe”, ma è vero al contempo che la romantizzazione della quarantena può dipendere anche dalla qualità dei rapporti umani che intercorrono tra le persone recluse. Rapporti che nelle fasce meno abbienti solitamente sono (datemi pure del populista) più puri e autentici – anche se purtroppo spesso più violenti – rispetto a quelli delle classi superiori. Tutto questo per dire che il successo di quella frase sulla romantizzazione della quarantena mi pare un po’ sospetto, un po’ una proiezione, ma forse è solo una mia impressione… . E lo dico da uno che ha condiviso 50 mq in tre/quattro persone e un letto in due/tre persone per tutto il lockdown – e da tutta la vita.

Ci sono persone per cui la cultura e la vita sono la stessa cosa, persone per cui la cultura non ha altro senso e valore che quello di essere una parte della vita, un suo intensificatore. E ci sono persone per cui la Cultura invece è un sopramondo mistico, una divinità laica – persone che temono e venerano la Cultura, come se non fosse vita. Persone per cui la cultura ha un valore narcisistico in senso tecnico e per cui funziona come una pezza d’appoggio per identificarsi con qualcosa che ha valore, che merita amore – cosa che da questo punto di vista purtroppo rende la Cultura indifferente dalle altre forme narcisistiche socialmente valorizzate nel nostro “bel mondo” neoliberale.

È proprio a questi ultimi, a voi amici che vivete ancora – non per colpa vostra! – la Cultura come uno scudo, come una difesa dalla vita, che è rivolto l’invito di Nietzsche a staccare la testa del serpente. “Mordete!”, “Staccate!”. Ridete con noi, di noi. Ridete, invocate, pregate, promettete. Scopriamo insieme un senso e un valore diverso della parola, del linguaggio, di noi stessi. Un senso diverso della parola “comunicare”. Non quello che spiega e descrive, non quello che si illude di trasmettere e raccontare “fatti oggettivi”, non quello delle analisi attente e precise che però evitano sempre accuratamente a chi le svolge di “entrare nel gioco”. Comunicare in un senso nuovo, più luminoso e più ridicolo. Comunicare forse non significa altro che vincere, spezzare, lacerare, squarciare quella barrrera ideologica che, tenendoci separati da noi stessi, non cessa di tenerci separati dagli altri.

E in vero io vidi cosa non mai veduta prima. Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero.
Quando avevo già visto un’imagine di così triste ribrezzo e di un tale livido orrore in un volto umano? Forse egli dormiva, e il serpente gli si era cacciato nella gola, attaccandovisi coi denti?
La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sé — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi!
«Stacca coi denti la testa! Mordi con forza», così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in si unirono in me in un solo grido.
O voi arditi, voi che siete intorno a me! Voi cercatori, voi tentatori, e voi tutti che con accorte vele v’imbarcate per mari inesplorati! Oh voi tutti che amate gli enigmi!
Sciogliete l’enigma, che io intravvidi allora: interpretatemi la visione del solitario tra i solitari!
Poiché quell’era una visione e una previsione: — che cosa  vidi io in quella parabola? E chi è colui che deve venire un giorno?
Chi è il pastore, nella cui gola si cacciò il serpente? Chi è l’uomo, nella cui gola entrerà tutto ciò che è più pesante e più nero?
Ma il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Lontano da sè egli rigettò la testa del serpente: — e sorse in piedi.
Non più un pastore, non più un uomo — ma un rinnovato, un illuminato, che rideva!
Mai ancora sulla terra uomo rise al pari di lui!
O fratelli miei, io udii un riso che non era umano, — ed ora una sete mi divora, un desiderio che non ha tregua.
Provo il desiderio di quel riso; e questo desiderio mi divora: oh, come posso sopportare ancora la vita? E come potrei ora acconciarmi a morire?».
(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

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