Roby “Vento” e i Ragazzi Fumanti

di Giulio Debelli

Insomma c’era questo periodo magico in cui succedevano cose fantastiche e assurde, io me lo ricordo come fosse ieri ma, in realtà, nel frattempo ci è passata una vita intera. Succedeva che la nazionale di calcio vinceva il campionato del mondo in Spagna con giocatori pazzeschi tipo Bruno Conti, Oriali, Antognoni… E poi c’erano questi luoghi che ormai possiamo definire “mistici” come le osterie, dove tutte le generazioni si ritrovavano e passavano del tempo assieme giocando a carte e bevendo vino, fumando ininterrottamente e ridendo della politica e del lavoro perchè tutti avevano soldi in tasca e la vita si’, ti dava a volte qualche problema, ma fondamentalmente tutto filava liscio. C’erano le donne che a tarda sera arrivavano a recuperare i mariti ubriachi e l’oste che ti risolveva i problemi. Se cercavi un lavoro chiedevi all’oste, se ti serviva un avvocato chiedevi all’oste, se volevi andare a puttane senza farti beccare da nessuno chiedevi sempre all’oste perchè lui era il centro di quel mondo e sapeva sempre come risolvere i problemi sociali, era una specie di Mr. Wolf ante litteram. Il tempo in cui l’osteria era il centro della socializzazione era un tempo bellissimo. Io ero un bambino e andavo alla scuola elementare ma ero molto consapevole di essere vivo in un momento così culoso.

L’osteria del Guercio era bellissima, Valentino detto “l’orbo” o “il guercio” appunto era un personaggio di grande spessore. Mio nonno materno era un facchino del porto e un habituè di quel tempio e io ci andavo assieme lui praticamente tutti i giorni. Mi veniva a prendere a scuola con la vespa e poi mi portava dal Guercio a mangiare panini caldi di manzo bollito, lingua, prosciutto crudo. Ricordo che le polpette, ad esempio, le chiamavamo “Il milite ignoto ” perchè nessuno sapeva che cazzo l’oste ci mettesse dentro. Poi c’era questo grande bollitore per la carne con dentro ogni ben di dio: salsicce, wurstel di vario tipo, porchetta, cose così. C’era una mortadella gigante al pistacchio che veniva servita in grandi panini con i peperoni piccanti e la senape, le fette erano spesse mezzo dito ma la mortazza era talmente morbida che ti si scioglieva in bocca, e poi c’era il prosciutto caldo cotto nel pane. Quando il fattorino lo portava all’osteria era come assistere a un rito! I clienti si ammassavano tutti al bancone e il Guercio lo apriva con grande maestria e l’odore del prosciutto fumante inondava il locale e tutti lo respiravano a pieni polmoni. Per un istante la perenne coltre di fumo di sigaretta si interrompeva e a quel punto tutti iniziavano a gridare gli ordini “Uno per me!”, “Tre qua, ehi! Tre per me” – mentre si faceva il segno tre con le dita della mano alzata che sventolava a bandiera. Il prosciutto finiva in pochi minuti e quando tutti avevano ricevuto il prezioso panino del capo allora lui, il Guercio, si buttava di schiena contro il muro dietro la cassa e si asciugava il sudore con la traversina, bestemmiando e accendendosi la sigaretta più meritata della giornata.

Anch’io avevo un lavoro, facevo il cameriere del Guercio. A tre-quattro anni iniziai col portare ai tavoli le carte da gioco, il gesso e la lavagnetta per segnare i punti. Poi passai ai bicchieri e infine quando il Guercio mi reputò pronto mi avanzò di grado e mi fece consegnare anche i litri di vino. Era un lavoro molto importante, di fiducia, perchè spandere il vino o rompere le brocche era un vero e proprio sacrilegio. Il vino era sacro! Valeva più del sangue e
sprecarlo era un atto riprovevole, da infami. Ad ogni consegna ricevevo la paga: un lunghissimo grissino con una fetta di prosciutto crudo salato arrotolato e un bicchiere di aranciata. Ogni tot consegne, anzichè l’aranciata, mi beccavo un tappo a vite pieno di vino rosso. Questo mi dava un ruolo paritario nei confronti dei grandi, che mi vedevano bere come loro e alzavano in aria i bicchieri da un ottavo e mi sorridevano “A Giulietto nostro!” dicevano.

I ragazzi arrivavano sempre in vespa, in moto o in motorino, parcheggiavano di fronte l’osteria vicino alla grande pergolata dirimpetto alle panche e ai tavoli lunghi di legno dove da primavera ad autunno la festa era continua.

Erano ragazzi bellissimi che portavano i capelli lunghi, indossavano jeans a tubo e avevano scarpe da ginnastica, John Travolta era l’uomo-tipo e tutti si vestivano così. I ragazzi più piccoli imparavano da quelli più grandi, c’erano regole da seguire, a volte crudeli, c’erano le bande dei quartieri o dei rioni, i territori erano chiari e ben segnati ma tutto sommato si stava tanto ma tanto meglio di adesso. Avevamo un codice basato sul rispetto, un codice raramente discutibile.

Noi piccoli frequentavamo il ricreatorio comunale e l’oratorio dove potevi fare un mucchio di cose e rompere anche moderatamente i coglioni, ma quando il clima diventava teso, beh, scattava subito la violenza di strada. Non c’erano preamboli o introduzioni, scattava e basta. In queste precise situazioni entrava in scena come nostro protettore Roby Vento, insieme ai suoi Ragazzi Fumanti.

Era il fratello maggiore di un mio amichetto ed era soprannominato Vento perchè te le suonava alla velocità della luce. Roby non parlava, menava e basta. Non ti diceva niente, non ti chiedeva spiegazioni. Roby arrivava, buttava a terra la sigaretta e partiva in aggressione con calci pugni e testate velocissime. Se poi gli antagonisti erano più di tre allora con lui intervenivano i suoi falchi, i Ragazzi Fumanti appunto, e a quel punto il terrore correva davvero sul filo! Io e il mio amichetto sfruttavamo questa situazione al massimo e pretendevamo di fare sempre e comunque il nostro comodo minacciando chicchessia di chiamare Roby Vento. Quando il fratellino lo chiamava lui correva alla velocità del suono e non gli fregava niente del perchè o del come quell’evento in effetti si fosse verificato, lui ti massacrava di botte (di “biava” era il termine esatto) e basta. Tutti lo sapevano e quindi tutti ci perdonavano quasi tutto.

Roby aveva i capelli lunghi, lisci e neri e sembrava un indio. Aveva gli occhi scuri e vivaci e le labbra grosse, i suoi denti erano bianchissimi e tra le sue dita c’era sempre una Marlboro. Con me era molto buono e mi regalava sempre qualcosa, un pacchetto di figurine, un ghiacciolo, piccole cose ma costanti. Poi ci insegnava a fare a botte. Spesso ci allungava anche dei soldi, ma in segreto. Roby Vento aveva un grande rispetto per mio nonno e per mio padre e
non era mai maleducato con i più anziani, aveva una moto rossa, velocissima anche quella.

Una volta al catechismo ci mandarono un prete nuovo, uno un po’ strano, uno di quei giovani preti che non si vestivano da preti, stava iniziando il periodo in cui i bacia pili vestivano borghese e tu non sapevi come classificarli. Cazzo! Se sei prete vestiti da prete no? Mica te l’abbiamo chiesto noi di prendere i voti! Va be’, in ogni
caso in questo anonimo pomeriggio di primavera avanzata ‘sto strano tipo sostituì il nostro catechista abituale, padre Achille, che invece era un frate che si vestiva da frate, giocava sempre a pallone con noi e ci menava di brutto nel confessionale. Tutti amavamo padre Achille. Si vede che quel giorno stava male, d’altro canto lui girava in
sandali anche a febbraio! Insomma pochi cazzi, c’era questo tipo nuovo che ci faceva lezione e ci parlava del contatto con Dio. Ci spiegò che Dio ci aveva fatti in questo modo e che noi non dovevamo avere vergogna di come eravamo perchè per il nostro signore eravamo tutti uguali, belli e perfetti.

“Adesso staremo in comunione con Dio” – disse – “Dio è ovunque, ci conosce e ci vede in ogni momento, sempre, sempre, sempre… . In ogni situazione, bella o brutta che sia Dio c’è!”. E che cazzo!

Andò vicino alle finestre e inizio’ a chiudere tutti i rollè dicendo “Adesso per stare in contatto con Dio ci spoglieremo tutti e resteremo nudi al buio. Non dovete vergognarvi perchè non c’è niente di più
bello che comunicare con Dio come Lui ci ha fatto”. E iniziò a chiudere un rollè dopo l’altro. Io e Christian, il mio amico, ci guardammo negli occhi e quando l’ultima vetrata si chiuse sfruttammo il buio e sgattaiolammo fuori dalla stanza. Attraversammo di corsa il piazzale dell’oratorio e scavalcammo la grande rete verde di cinta e corremmo all’osteria a raccontare a Roby lo strano avvenimento.

“ A che ora finisce il catechismo?”

“ Fra un’ora esatta Roby.”

“Bene, prendete questi soldi e andate a prendervi un gelato, ci
vediamo tra un’ora fuori dell’oratorio.”

Roby strinse la sua Malboro fra i denti, sorrise e continuò la partita di briscola con alcuni dei suoi Ragazzi Fumanti. Stranamente non notammo la rapida e pericolosa scintilla che aveva negli occhi, sotto la frangia, andammo solo a prenderci il gelato tranquilli e scanzonati come al solito. Dopo un’ora arrivammo davanti all’ingresso dell’oratorio ma Roby era già li. Stava fumando seduto sulla sua moto e ci fece un cenno di saluto col capo. Quando la classe uscì fuori Roby guardò l’unico adulto del gruppo e ci chiese: “Sarebbe quello il prete?”. Noi dicemmo di sì e lui scese dalla moto. Andò dritto in contro al tipo e gli mollò un pugno in piena faccia, ma talmente forte che lo fece sbattere di schiena contro la porta d’ingresso. Lo prese per le orecchie e gli diede tre o quattro testate sul naso. Il tipo si inginocchiò a terra e Roby Vento continuò a dargliele con ginocchiate in faccia terrificanti. Quando il prete cadde lui continuò a colpirlo con calci in faccia. Le sue American Eagle bianche erano diventate rosse esattamente come fecero i suoi jeans chiari della Levi’s dal ginocchio in giù. Quando si fermò lo guardò e gli sputò sulla schiena, strizzò l’occhio al fratellino ma senza sorridere, quella volta rimase serio. E disse: “Ci vediamo a casa di mamma a cena”. Saltò sulla moto e sparì roboante lasciando il prete vestito da uomo a faccia in giù in una pozza di sangue.

La scena sarà durata in tutto un minuto e mezzo ma il prete rimase a terra a lungo e senza dare segni di vita. Io e Cristian ci piazzammo al bar difronte per vedere cosa sarebbe successo. Si formò un capanello di gente e arrivò un’ ambulanza. Quando lo caricarono sulla barella quello stronzo era coperto di sangue, non aveva più i denti e il naso era nero e piatto. Gli occhi non si vedevamo tanto erano tumefatti. In un nanosecondo arrivarono anche gli sbirri ma nessuno seppe riconoscere l’autore dello scempio. Tutti lo avevano visto, uomini, donne, ragazzini, padri e madri ma nessuno di loro disse “Roby Vento”, tutti dissero semplicemente “Non so. Sono arrivato dopo! Non ho visto!”.

Da allora nessuno ebbe più notizie del chierico pederasta ma tutti noi amammo sempre di più Roby Vento e la sua banda dei Ragazzi Fumanti. Quando il parroco convocò tutti i nostri genitori in sacrestia, mio padre e il padre di Christian dissero solo poche e chiare parole: “Padre, Roberto è solo un ragazzo… Non vorrà mica far intervenire
gli uomini, vero?”. E poi tutti se andarono via, i più scesero giù dal Guercio per un bicchiere di vino e un piatto di calamari fritti, seduti sotto la grande pergola ombrosa a fumare sigarette e giocare a carte perchè l’estate era alle porte e sarebbe stata bellissima, piena di sole e di mare, piena di vita e con pochissimi rompicoglioni in giro.

Il ciuffo di mio nonno, pieno di brillantina, gli era già calato tra il naso e la fronte, i suoi occhi azzurrissimi ridevano tra il fumo e le foglie di vite, alle sue spalle c’era il grande cespuglio di oleandro rosa e quando vide arrivare mio padre, il marito di sua figlia, gli fece un cenno con la testa, sorrise e si alzò per prendere vino e bicchieri per tutti. C’era sempre qualcuno che aveva con se una chitarra o una fisarmonica, le finestre delle case popolari erano spalancate al sole e al vento del nord est, e le donne, dalle finestre strapiene di gerani e viole, appoggiavano i gomiti sui davanzali e fumavano sorridenti guardando gli uomini che fischiettavano allegre canzoni, con le mani in tasca, camminando per la starda.

Poi quelle donne scendevano di sotto e si univano agli altri sotto la pergolata del Guercio a bere e a cantare canzoni popolari con i ragazzi che ridevano e cantavano assieme a loro ma mugugnando un po’, perchè dicevano “Beh, ma per una volta fateci suonare qualcosa dei Led Zeppelin!”. Tutti gli uomini di quel tempo avevano in tasca uno stiletto e tutti sapevano usarlo molto bene ma, in effetti, non sarebbe servito quasi mai.

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