Misantropo, cinico e difettoso, “Gone girl” meritava una nomination in più

di Alessandro Amato

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L’uomo è egoista, peccatore e intrinsecamente incline al tradimento. La donna è perfida, fredda e grettamente possessiva. L’intera società è composta per la maggior parte da gente stupida e meschina, subito pronta a puntare il dito contro il primo malcapitato. I media sono una feroce e inarrestabile macchina da guerra capace di mistificare, confondere e distruggere le persone. La vita, infine, non è che un gigantesco scherzo del quale noi non siamo a conoscenza, e per questo continuiamo ad illuderci aggrappandoci all’ologramma della felicità. A grandi linee, questo è quanto uno spettatore mediamente amante di cinema potrebbe estrapolare da una prima e superficiale visione di L’amore bugiardo, ultimo film – a lungo annunciato come un capolavoro – di David Fincher (quello di Seven e Fight Club).

La pellicola è tratta dall’omonimo best seller di Gillian Flynn, che ha magistralmente scritto anche la sceneggiatura del film, e ruota attorno ad un tema particolarmente sensibile di questi tempi: l’istituzione del matrimonio. Nel titolo originale Gone Girl – la sua versione in italiano prosegue una lunga storia di traduzioni discutibili – è implicita la tecnica narrativa della prolessi: ci viene infatti detto subito – un po’ come in Cronaca di una morte annunciata di Gabriel Garcia Marquez – qual è l’elemento principale da cui verrà innescata la vicenda. Tutto si dipana a partire dalla misteriosa scomparsa di Amy Dunn, la mattina del quinto anniversario di matrimonio con il marito Nick, interpretati rispettivamente da Rosamund Pike e Ben Affleck. La storia del loro amore apparentemente perfetto ci viene poi raccontata almeno due volte, attraverso due voci narranti che quasi si sovrappongono e un caleidoscopio di possibili interpretazioni diverse. Nella prima parte del film si resta dunque perplessi, incapaci di comprendere i motivi della scomparsa della donna, e restii nell’accettare che una coppia così bella possa essere arrivata al punto di odiarsi.

Più o meno a questo livello della recensione, dovrebbe comparire un disclaimer per avvertire i lettori della presenza di spoiler. Tuttavia, a oltre un mese dall’uscita del film in sala penso di poter ripercorrere e sviscerare la sua intricata trama.

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Anche lo spettatore più esperto e ferrato in gialli, il più acuto e attento osservatore dei dettagli non può nulla contro l’ambiguità della situazione e l’insensatezza delle azioni dei due protagonisti. È proprio ciò a cui mira David Fincher, e che prima di lui aveva fatto Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut: mostrare sul grande schermo l’imperscrutabile essenza del rapporto di coppia dove attrazione, amore, noia, risentimento e gelosia si mescolano e sedimentano fra loro a creare un algoritmo indecifrabile. Fino a metà film si è infatti portati a simpatizzare per Nick e a credere nella sua sincerità, e si è quasi sicuri che sua moglie verrà ritrovata – viva o morta – in circostanze che smentiranno i sospetti sul marito. Eppure il signor Dunn continua a scivolare inesorabilmente verso il basso, a deludere l’opinione pubblica con la sua incapacità di esprimere emozioni, a insospettire la polizia con i suoi comportamenti evasivi, fino a guadagnarsi l’odio del pubblico quando si scopre che ha tradito Amy con una giovane e frivola studentessa del suo corso.

In seguito il ritmo cambia, e il regista smonta quello che finora ci aveva portati a credere presentando una versione alternativa di Nick e del suo matrimonio attraverso le descrizioni contenute nelle pagine del diario di Amy, trovato dalla detective incaricata di investigare sulla scomparsa, Rhonda Boney, grazie ad una tanto fantastica quanto improbabile intuizione. Dopo l’idilliaco incipit della loro storia d’amore, apprendiamo che i due protagonisti hanno attraversato diversi problemi di natura economica durante la recessione, che Nick è progressivamente diventato lo stereotipo dell’odioso marito scorbutico e disattento, e che tutto ha cominciato a decadere da quando la coppia è stata costretta a trasferirsi da Manhattan in Missouri, vicino alla madre malata di lui. In un attimo poi il mistero viene svelato: Amy è viva e vegeta e la sua scomparsa è tutta una messa in scena per fare un torto al marito, colpevole in primo luogo di averla tradita, ma soprattutto di non essere stato capace di farla sentire tanto importante quanto durante il loro primo incontro in quella fiabesca nuvola di zucchero. Amy si è sentita ingannata e lo vuole ripagare con la stessa moneta.

A questo punto però il meccanismo del film si inceppa, la suspense della prima parte si affievolisce e cede completamente il passo alla descrizione della campagna mediatica di livello nazionale che vede coinvolto Nick, ormai assurto a nemico pubblico e simbolo della violenza contro le donne. Tutti sono convinti della sua colpevolezza e nello spettatore la rabbia cresce a dismisura nel vedere il modo orribile con cui viene messa in moto dai media la deprecabile “macchina del fango”, con tanto di talk show sulla questione, troupe televisive e folle di persone infervorate di fronte a casa Dunn. Questa parte centrale della pellicola viene eccessivamente dilatata, quasi a voler destabilizzare di proposito lo spettatore, mostrando nei minimi particolari – l’attenzione maniacale sui dettagli è un tratto distintivo di Fincher – le contraddizioni e la volubilità dell’opinione pubblica. Nick, da parte sua, smette di risultare simpatico: non è più possibile immedesimarsi in un personaggio incapace di reagire, che si limita a mangiare gelato, giocare ai videogiochi e creare sempre più danni finché finalmente non decide di rivolgersi all’avvocato Tanner, famoso e contestato difensore di “mariti assassini”.

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Grazie a lui Nick riesce a risollevare la sua situazione comparendo in TV dove ammette di aver tradito la moglie e si scusa per questo, ma giura di non averla uccisa e di amarla ancora. Ovviamente ciò fa sì che l’opinione pubblica si giri – di nuovo – come una frittata, portando notevoli benefici all’indice di gradimento di Nick, ma allo stesso tempo sconvolgendo il piano di Amy, che si trova costretta ad usare quello di riserva, eccessivamente perfido e decisamente poco realistico. Lo spettatore, reduce dagli ultimi minuti in cui si era concentrato più sui suoi pop corn che sulla vicenda, viene però definitivamente ammaliato dall’ultimo e definitivo colpo di scena, che da solo basta a consacrare il film come capolavoro: Amy mette in scena la finzione definitiva, fa credere a tutti di essere stata rapita dal suo vecchio spasimante (Barney Stinson, per intenderci) e lo uccide, prima di tornare a casa fra le braccia del marito.

È qui che avviene il cortocircuito. Qualche amante del thriller convenzionale si è scagliato contro la risoluzione troppo poco realistica della vicenda, altri hanno lamentato una rappresentazione eccessivamente cinica e disillusa della realtà, o ancora la pochezza dei dialoghi (qui entra in gioco anche il doppiaggio, quindi lasciamo stare). Lo spettatore resta indubbiamente sgomento e a tratti disgustato da questa terrificante rappresentazione del matrimonio, che non fa sconti a nessuno, dalla ferocia e freddezza di cui può (?) essere capace una donna, e dalla spregevole (e forse eccessiva) immagine data dei media e della TV.

GONE GIRL, from left: Ben Affleck, Rosamund Pike, 2014. ph: Merrick Morton/TM & copyright ©20th

Il film è lontano dall’essere perfetto, ma non bisogna dimenticare i precedenti lavori di David Fincher, in bilico fra realtà e proiezione (Fight Club), quasi sempre incentrati su storie estreme giocate ai limiti delle possibilità umane di comprensione e interazione con la realtà (Seven, Millennium) e ricche di dettagli perturbanti, correlativo oggettivo dell’assurdità che ci circonda. A questo va aggiunto, per quanto riguarda Gone girl, l’effetto straniante generato dall’esemplare impiego di voci narranti inaffidabili, che contribuiscono a rendere il film ciò che di solito cerca la critica: una pellicola abbastanza lineare ma che colpisca per originalità, per quel “qualcosa di diverso”. È vero anche che quella di Fincher è una visione forse eccessivamente misantropa dell’umanità, dove le persone “buone” sono quasi del tutto inesistenti e tutti si curano dei propri meschini interessi, ma resta il fatto che tutto ciò concorre alla creazione delle sue opere d’arte, del suo cinema immaginifico, della sua poetica tanto cinica e schietta quanto affascinante. Se c’è qualcosa che personalmente mi sento di criticare è l’ingiustificato torpore della parte centrale, quella dove appunto mi è venuta fame e mi sono concentrato sull’arduo compito di dividere i pop corn dai chicchi di mais inesplosi, e qualche esagerazione sparsa qua e là (l’odiosa ragazza del selfie, la poco credibile stupidità della presunta migliore amica di Amy, le eccessivamente controverse reazioni dell’opinione pubblica).

Mentre scrivo sono state rese note le nomination agli Oscar 2015, dove Gone Girl figura solo nella lista dei concorrenti nella categoria “migliore attrice protagonista”. A mio giudizio la pellicola poteva benissimo figurare tra i candidati per il miglior film, e David Fincher tra quelli per la miglior regia. Personalmente, sono convinto che quello di Fincher sia uno dei film più belli che mi sia capitato di vedere al cinema nel 2014 (dopo Grand Budapest Hotel di Wes Anderson). Anche se continuo a domandarmi per quali insondabili scelte i distributori italiani ci mettano così tanto per far uscire nelle sale nuove splendide pelliicole quali Whiplash o Birdman.

@Aleamatotim

 

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