Occhio per occhio

di Ruben Salerno

Il valico di Rafah, immagine tratta da wikipedia, crediti qui

Più passano i giorni e meno mi ci raccapezzo, in questa faccenda mediorientale. Credo sia a causa della semplicità con cui viene trattata dai vari commentatori. Come un anno e mezzo fa in Ucraina, la prima reazione, per tutti, è sempre la stessa: bisogna distinguere l’aggredito dall’aggressore, il carnefice dalla vittima, il bene dal male. C’è sempre un lupo cattivo che, come nella favola, cerca un pretesto qualsiasi per sbranare l’agnello indifeso e, diciamocelo, un po’ stupido. Di conseguenza, dopo l’ennesimo attacco terroristico palestinese, tutti quelli che erano stati Charlie, poi curdi e infine ucraini, adesso portano Israele nel cuore. E poi, vogliamo mettere i bambini, signora mia? Come rimanere ciechi di fronte a tanta aberrazione?

Contestualmente, alla causa di Gaza partecipa un coro di voci minoritario e “controcorrente” che sottolinea una volta ancora la faziosità del sistema informativo occidentale, ricordando le colpe storiche dello stato israeliano, l’oppressione dei palestinesi che non ce la fanno più e che, dunque, resistono. Cosa possiamo fare noi che siamo figli della Resistenza se non sostenere quella lotta? Che poi è il paradossale anello di congiunzione tra il pensiero unico che esalta la resistenza ucraina e il contro-pensiero che appoggia quella palestinese.

Il contesto innanzitutto

Nelle istanze di quest’ultimo emerge l’appello alla contestualizzazione storica e, subito dopo, una scelta di campo netta. Bisogna denunciare alla pubblica opinione l’apartheid e le azioni repressive israeliane degli ultimi decenni, così come le provocazioni governative recenti, quale è la sempre più massiccia colonizzazione in Cisgiordania. Eppure, mi chiedo, non è forse anche questa una lettura decontestualizzata, un’interpretazione che giudica situazioni lontane con parametri occidentali? Il fantomatico “diritto internazionale” o, ancora meglio, i “diritti umani”, sono un insieme di regole e princìpi, ratificati dalle Nazioni Unite casualmente a New York, ispirati in larga parte da una tradizione intellettuale illuministico-positivista, inebriata di liberalismo borghese e saldata al pacifismo post-bellico e al globalismo di fine Guerra Fredda. Lo stato di Israele è figlio di quelle istituzioni ma non di quella tradizione di pensiero: origina il proprio (discutibilissimo) ethnos in un percorso nomade o semi-stanziale millenario, sopravvissuto nella violenza e nel sangue delle persecuzioni, dei pogrom e del genocidio nazista. Il suo patriarca leggendario non è Buddha ma Abramo, un uomo che stava per immolare suo figlio al dio degli eserciti, e le sue leggi si ispirano a un insieme di testi religiosi (Torah e Talmud su tutti) complesso e stratificato, che purtuttavia ha la legge del taglione tra le sue emanazioni:


Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro:
frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro.

(Levitico, 24, 19-20)


Per quanto occidentalizzato e abbastanza laico, lo stato ebraico conserva un 30% di popolazione fortemente religiosa e osservante di un culto di estrazione askenazita ortodosso, prevalentemente riferibile ai milioni di immigrati di seconda e terza generazione dall’Europa dell’Est. Su di essi ha costruito il suo consenso elettorale Netanyahu, non un presidente democratico neoliberale, corruttibile e doppiogiochista, ma un uomo forte (ora meno) che aspira all’autocrazia, sulla falsa riga di Orban e simili. Come politico, si è fatto interprete delle istanze degli eredi di chi ha vissuto lo sterminio e la diaspora, per mani ucraine e polacche, prima ancora che tedesche o russe; gente che nella violenza, e nella memoria di essa, ci sguazza dalla nascita. Proprio l’altra sera al tg un soldato qualunque, intervistato, associava la carneficina del rave al racconto dei pogrom dei suoi nonni. Come ci aspettiamo che reagisca un popolo siffatto a un’aggressione in piena regola, con tanto di efferatezze da manuale dei super-cattivi dei film? Con la diplomazia? Con un interpello all’Onu?

Obiettivi e vittime

Giustificabile o meno, quello di Hamas è stato, per sua stessa dichiarazione, un atto di guerra. Il terrorismo è altra cosa, con buona pace dei nostri telegiornali e opinionisti, per i quali se la guerriglia la fanno gli arabi, allora è attentato, se la fanno gli ucraini è guerra di liberazione, se la facciamo noi invece sono missioni di peace-keeping. L’attacco si è svolto in forma organizzata, come si diceva una volta, per cielo, per terra e per mare, utilizzando mezzi militari e civili, armamenti moderni e strategia, con lo scopo di conquistare territorio (fatto), indebolire psicologicamente il nemico (fatto) e spaventarne la popolazione civile (fatto). Ci sono pure i fuggiaschi catturati e fatti prigionieri, “ostaggi” secondo la retorica di casa nostra. Una dichiarazione di guerra in piena regola, insomma, in virtù della quale, non si può pensare che, dopo 70 anni, i leader di Hamas non avessero previsto la reazione furibonda del proprio nemico e, pertanto, inserito le vittime conseguenti nel computo dei sacrificabili per la causa.

L’orrore per lo sterminio asettico di civili delle bombe israeliane (ovviamente donne e bambini, come se l’uccisione indiscriminata di maschi in età adulta fosse meno deprecabile) non deve distrarci dal vero quesito, cioè, perché così e perché proprio ora? Cosa mirano a ottenere i vertici militari palestinesi con un’aggressione di questo livello contro uno stato ebraico che in settant’anni ha sempre rintuzzato le loro iniziative belliche con rappresaglie disumane e colto il pretesto per mangiarsi sempre più territorio? Secondo la dichiarazione “ufficiale” di Hamas, l’azione avrebbe dovuto mettere fine, una volta per tutte, all’oppressione sionista. Al di là dei pochi km quadrati conquistati e di una manciata di prigionieri, tuttavia, l’obiettivo è lungi dall’essere stato raggiunto, anzi, Gaza si trova sotto assedio, in sfregio al fantomatico “diritto internazionale” e compagnia bella. Se il lupo è tale, quindi, perché l’agnello risale il torrente per intorbidirgli l’acqua? Che sia davvero un po’ stupido, come quello della fiaba? O c’è di più?


Analogie e soluzioni

La naturale tensione a cercare risposte nella Storia riporta all’annosa questione sulla responsabilità della Resistenza verso i rastrellamenti nazi-fascisti, messi in atto come risposta agli attentati e alle azioni di guerriglia. Ma non è questo il caso, perché le analogie storiche non funzionano mai. Inoltre, è la storia militare stessa a testimoniare come le brigate partigiane non fossero nuclei isolati di feroci banditen raccogliticci e improvvisati, checché ne dicesse Pansa, ma forze militari coordinate che agivano quasi sempre di concerto con il comando Alleato. Utilizzare criteri morali come “colpa” e “responsabilità”, quando si parla di Storia, ha poco senso. Si può dire lo stesso per le milizie palestinesi? Se accettiamo questo assunto, allora dobbiamo giocoforza rinunciare anche alla dicotomia vittima-carnefice e chiederci quale sia la nostra posizione di fronte all’uso della violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti tra persone o tra gruppi più o meno grandi e stratificati di persone. La via diplomatica, nonché l’unica che sembra possibile senza passare da una guerra, ovvero la fiaba dei “due popoli, due stati”, implica una totale prevaricazione dei desideri e della libertà d’espressione di entrambi i contendenti, con un massiccio spostamento di popolazione da una parte all’altra e investimenti miliardari in infrastrutture securitarie da ambo le parti. Come se non bastasse, richiede la rinuncia di entrambi anche al simbolo di questa lotta, ovvero Gerusalemme, da far diventare protettorato internazionale, con tanto di caschi blu a guardia della porta di Sion, spostamento in Terra Santa della sede dell’Onu e, per non farsi mancare nulla, assegnazione del Nobel per la pace alla città. Alla violenza fisica, quindi, subentrerebbe nel tempo quella psico-sociale e autolesionistica delle società capitalistiche neoliberali, tante volte denunciata proprio sulle pagine di questa testata. Il dilemma è che si tratterebbe, di nuovo, di applicare soluzioni occidentali (vedi divisione della Cecoslovacchia o gli Accordi del Venerdì Santo irlandesi) a un problema che occidentale non è.

Se i due contendenti sono entrambi, a seconda dei casi e con gradazione differente, sia il lupo che l’agnello, è plausibile che alla lunga nessuno dei due prevalga e che a noi non resti altro che fare i moralisti, conteggiando i morti ammazzati e denunciando, di volta in volta, l’inutile strage.
Ma tu da che parte stai? Da entrambe signora mia, da nessuna delle due.

1 COMMENT

  1. Molto interessante! Sono anch’io curioso di scoprire se c’è un piano geo-politico e strategico più ampio dietro gli attentati mostruosi di Hamas, o solo disperazione. Ho apprezzato anche l’evidenziazione del Likud, partito di Netanyahu, come partito di estrema destra. Mi sono tuffato in un po’ di ricerche storiche, un vero e proprio dedalo per quel che concerne la questione ebraico-palestinese, e mi sono imbattuto in questo commento di Begin, fondatore del Likud, ex-primo ministro israeliano e prima coordinatore delle forze para-militari ebraiche di estrema destra dell’Irgun, all’indomani della risoluzione Onu del 1947 che prevedeva i due stati. “La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. La Grande Israele sarà ristabilita per il popolo di Israele. Tutta. E per sempre”.

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