Perché ho smesso di andare al lavoro? Smartworking e spazio pubblico

di Mariyam Akhmad

Immagine di Silvia Mengoni

Ogni sera imposto la sveglia sul cellulare; ogni sera controllo quante ore di sonno potrò concedermi prima di dovermi alzare per andare a lavoro. Sennonché io, a lavoro, non ci vado affatto, nonostante debba lavorare comunque.

Com’è possibile? Semplice, lavoro da casa, 100% da remoto. E dunque non devo arrovellarmi sull’outfit da mettermi, non serve che mi guardi allo specchio per ispezionare eventuali brufoli o peli. Truccarsi è assolutamente superfluo, così come è storia del passato controllare ansiosamente l’ora per calcolare se vale la pena barattare la possibilità di espletare i propri bisogni fisiologici con quella di perdere il bus per arrivare in tempo a lavoro. Non devo più andare a lavoro.

Ringraziamo il progresso per aver definitivamente sottratto al lavoro il moto da e a luogo. Spogliare il lavoro della sua componente rituale di movimento fisico, con tanto di dispendio di spazio e tempo, gli fa perdere buona parte della sua solennità. Una madre non dirà più a sua figlia, con fare solenne, ci vediamo stasera, vado a lavoro. Il fidanzato non chiamerà più il suo partner per dire, con tono grave, sono appena arrivato a lavoro, non posso parlare, sentiamoci più tardi. Niente più andare, arrivare, correre, guidare a lavoro. Rimane un puro e semplice “essere a lavoro”.

È una svolta. Quale altra professione permette o permetteva di essere svolta nel luogo stesso in cui si vive, senza bisogno di interazione umana in presenza e senza bisogno di mostrarsi realmente al mondo là fuori?

Il prete, pur vivendo nella sua parrocchia e pur servendo Dio 24 ore su 24, non può celebrare la messa dal suo letto.

Il casalingo, pur svolgendo la maggior parte delle sue attività in casa, deve uscire fuori per procurarsi alcune materie prime come cibo o detergenti.

L’unico esempio, nella storia, di una professione simile a quella del lavoratore da remoto, mi sembra quello della scrittrice. E in effetti, anche la professione della scrittrice, è da sempre vista come un hobby, un passatempo, non un lavoro serio. Che sia legato al fatto che anche la scrittrice non deve andare a lavoro?

Il trasferimento del lavoro a uno spazio privato come quello casalingo, apre a fenomeni mai osservati prima.

Il telelavoratore può, teoricamente, lavorare nudo davanti al proprio PC. Non potrebbe farlo in un ufficio, pur trovandosi di fronte allo stesso identico PC e svolgendo il suo lavoro esattamente come a casa. Ed ecco che – quando non serve più andare a lavoro – gli atti osceni in quel luogo pubblico per eccellenza che è il lavoro diventano magicamente consentiti (o per lo meno non rilevabili).

La perdita della natura pubblica dello spazio lavorativo comporta anche un cambiamento nella modalità di esercizio del potere sul lavoratore, per cui si passa dalla disciplina all’auto-disciplina (che comunque è controllata e disciplinata dall’alto, una sorta di disciplina dell’auto-disciplina).

In questo scenario non è più lo spazio pubblico a imporre i propri ritmi e a scandire la giornata. La dimensione pubblica richiede uno spostamento nello spazio e nel tempo per prendere un caffè, fumare una sigaretta, mangiare una brioche al bar, pranzare alla mensa con i colleghi. Si tratta di luoghi con orari e fisicità propri.

E chi lavora da casa? Lavora, appunto, da casa, da remoto, ma da remoto rispetto a cosa? Mi verrebbe da dire proprio rispetto allo spazio e al tempo pubblici. La lavoratrice da remoto si auto-impone orari e spazi. Può decidere di pranzare a casa, di uscire per una breve passeggiata, di farsi un caffè a casa per risparmiare o uscire al bar per concedersi 6 euro di bubble tea. È vero che abbiamo un certo potere decisionale anche lavorando in ufficio, ma quante volte si tratta di una decisione personale e quante volte, invece, è una decisione che trova forza dalla dimensione pubblica e collettiva da cui sorge?

Dover sempre esercitare auto-disciplina, nel senso di dover continuamente prendere decisioni da sé, in una sfera privata, è tutt’altro che semplice. Nel lungo termine può deteriorare corpo e mente, sfinirli. Ci si ritrova a dover monitorare compulsivamente se oggi abbiamo condotto una vita sana, se abbiamo fatto abbastanza passi per non atrofizzare i muscoli delle gambe. Non dover più andare a lavoro rende artificiosa una vita già di per sé artificiale.

Allo stesso modo anche lo spazio esterno sta adeguandosi alla perdita della presenzialità nel lavoro. Lo spazio pubblico, gli incontri reali, saranno esperienze che i lavoratori conosceranno solo prima o dopo il lavoro. Lo spazio pubblico si svuoterà progressivamente di tutta la sua solennità, lasciandosi invadere dallo spazio del sollazzo, del divertimento, del non lavoro.

Una fase estrema di confusione tra pubblico e privato, o una vera e propria inversione del senso profondo di queste due parole? Che ricadute avrà questa inversione sui comportamenti che riteniamo oggi appropriati e quelli che sono considerati osceni? È più grave lavorare nudi a casa da remoto o ballare discinti a un festival in città?

L’eliminazione del movimento verso il lavoro porta con sé un cambiamento radicale nella concezione stessa di comunità e individuo, per non parlare delle implicazioni che questo fenomeno sta avendo e avrà sul modello consumistico a fondamento della nostra società.

Ma la lingua si evolve, è parte integrante di una società e di una cultura, e chissà tra qualche anno sentiremo un papà dire al proprio figlio, uscendo di casa per andare a svagarsi dopo una giornata di telelavoro, “Luca esco, scappo, corro che sennò arrivo tardi a non-lavorare!

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