“The Americans” non è la serie di spionaggio che vi aspettate

di Alessandro Amato

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Disclaimer: questo articolo non è consigliato agli amanti di 007 e dello stereotipo hollywoodiano di agente segreto. 

La settimana scorsa, come è noto, è stato pubblicato il report del senato statunitense sulle discutibili e indubbiamente brutali tecniche di interrogatorio/tortura della CIA. Il colpo di grazia per un’istituzione che negli ultimi anni ha visto svanire sempre di più il suo alone di segretezza e con esso la sua presunta professionalità. Senza dilungarmi in superflue analisi del contenuto orrorifico del report, che peraltro ha poco a che vedere con ciò di cui tratterò qui, è chiaro però che quel documento ha fatto cadere sottoterra la reputazione dei famosi servizi segreti statunitensi, mettendo in discussione persino la loro efficacia, oltre che la loro etica.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un generale riscaldamento degli animi – oltre che del clima – e sono ricominciati gli aspri scontri verbali tra le due (ex) superpotenze Russia e Stati Uniti, con un Vladimir Putin sempre più agguerrito e imprevedibile, degno dei momenti migliori di Nikita Chruščёv.

Nel mondo della televisione e del cinema occidentale lo spionaggio, nello specifico quello che si svolgeva durante la guerra fredda, è una delle molte cose che hanno sempre trovato spazio in americanissime rappresentazioni parziali e faziose, volte a magnificare l’essenza del capitalismo e del vivere secondo l’ortodossia consumistica, e a instillare nello spettatore la pigra certezza che i buoni siano necessariamente gli statunitensi che si opponevano ai cattivi – cioè tutti gli altri. Non a caso tutto ciò è sempre andato a braccetto con l’immagine distorta di una guerra fredda dove a vincere era sempre il super-fico agente della CIA che con un solo caricatore riusciva a far fuori decine di russi del KGB.

Se a qualcuno a questo punto viene in mente Sean Connery o peggio ancora Pierce Brosnan, siete sulla buona strada, ma non temete, con gli ultimi film di James Bond ci sono cresciuto anch’io e non perderò tempo a smontare inutilmente il suo mito. Accantonando dunque tutte le lecite obiezioni che si potrebbero avanzare riguardo la validità della rappresentazione degli Stati Uniti durante la guerra fredda, il realismo delle scene d’azione o il più che probabile alcolismo del protagonista, ciò che resta è una constatazione disarmante: dopo cinquant’anni si dovrebbe guardare alle cose in un’ottica leggermente diversa.

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Se siete d’accordo anche voi, allora iniziate a guardarvi The Americans, una delle ultime serie prodotte dal canale – statunitense (!) – Fx, lo stesso che ha prodotto The Strain, quindi un vero marchio di fabbrica.

Già la sigla, con il suo ossimorico collage di immagini storiche e la colonna sonora kalinkeggiante dovrebbero farvi capire che qui non si scherza, lasciandovi inquieti a rimuginare l’atmosfera cupa dei giorni della distruzione mutua assicurata. Le nubi però vengono subito dipanate da una sconcertante e allo stesso tempo grandiosa verità: i protagonisti non sono gli americani. Chiariamo, sono perfettamente americani ma in origine sono russi, più precisamente agenti del KGB sotto copertura. L’idea per questa serie è nata infatti dopo che nel 2010 sono stati resi pubblici i risultati di un’indagine dell’FBI nota con il nome di Operation Ghost Stories, secondo cui pare che nel cuore della democrazia migliore del mondo si annidassero sparuti gruppi di spie sovietiche sotto copertura, i cosiddetti Illegals. Il produttore e ideatore della serie, Joe Weisberg (che tra le altre cose è stato un dipendente della CIA negli anni Novanta) ha deciso così di dare una svolta alla storia dello spionaggio in tv, concependo la storia come un drammatico e avvincente spaccato della vita di due illegals nella Washington della deregulation e del carisma hollywoodiano di Ronald Reagan. Gli anni Ottanta erano un contesto molto più appetibile non solo per i jeans a vita alta e i Guns’n’Roses, ma anche perché gli Stati Uniti erano ancora parecchio impegnati a bisticciare con gli orsi russi di Leonid Brežnev e Jurij Andropov.

Le prime scene potrebbero fuorviare lo spettatore, e fargli credere che ad aspettarlo ci sia un’altra serie d’azione pseudo-realistica come Alias, ma se non vi perdete d’animo e proseguite con un’analisi più cosciente dei dettagli capirete che qui c’è molto di più, e non sto parlando solo delle vivide scene di sesso e violenza che, pur non essendo mai eccessivamente esplicite, contribuiscono a fare dello show un vero e proprio dramma della moderna condizione umana. Senza troppo rendercene conto ci immergiamo nella vita quotidiana di Phillip ed Elizabeth Jennings, a prima vista una drittissima coppia di americani tra i trenta e i quaranta che vive nei suburbs della Washington bene e lavora in un’agenzia turistica. L’agenzia è però solo una copertura, così come tutto il resto che li circonda, la casa, l’automobile, la loro perfetta padronanza dell’inglese, gli stessi figli Paige e Henry.

I coniugi Jennings non sono una vera coppia, o meglio la loro storia d’amore è stata perfettamente architettata e sono diventati marito e moglie per volere del Soviet supremo, e anche se non erano destinati ad amarsi, ciò che li unisce – oltre ai figli – è un potente collante frutto della totale condivisione di esperienze e necessità, di condizioni analoghe e bisogno l’uno dell’altra. Eppure tra loro si crea più volte un cortocircuito, si interpongono forze contrastanti e sentimenti controversi che portano a situazioni di conflitto, nelle quali il senso di appartenenza alla patria e la adamantina volontà di Elizabeth di essere fedele alla propria missione si scontrano con il pragmatismo e l’individualismo di Phillip: nei dialoghi tra i due si assiste così a degli scambi come “Non ti piace tutto questo?” oppure “Adesso pensa e dimmi che non ti piace”,“Qui è più bello, più facile, ma non è meglio!” Davanti alla coppia si pone dunque un dilemma sostanziale: come si può fingere di vivere nel consumismo senza provarci gusto? Perché servire una madrepatria meschina che non assicura a nessuno nemmeno la decima parte della qualità di vita americana?

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Nel loro rapporto, incredibilmente sfaccettato, passione e tenerezza si mischiano a risentimento e gelosia connaturata ai loro doveri di spie. Sia lui che lei sono infatti costretti ad intrattenere una serie di rapporti extraconiugali finalizzati al reperimento di informazioni, che talvolta si tramutano in storie parallele e valvole di sfogo assurgendo a simbolo della loro guerra interiore.

I coniugi Jennings non sono gli unici però a cui l’autore concede il punto di vista. L’agente del reparto counter-intelligence dell’FBI Stan Beeman è una figura diametralmente opposta ai due illegals, tuttavia ne condivide esattamente la medesima disperazione, alienazione e “etica professionale”. Grazie ad una vagamente azzardata coincidenza voluta dal creatore della serie, Beeman si ritrova ad abitare dirimpetto a Phillip Jennings, di cui diventa un amico di bevute, inscenando così la metafora di come le ostilità della guerra fredda possono venire meno di fronte alla banale e disarmante forza dell’ordinario.

Probabilmente adesso penserete che la serie sia una sorta di Beverly Hills 90210 con un velato tocco fin de siècle, oppure il tentativo di dimostrare che la vita sessuale delle spie russe sia stata altrettanto attiva di quella di James Bond, ma in realtà il nocciolo di The Americans sta in una stratificata analisi sociale e culturale. Ogni personaggio è dilaniato dalla battaglia per stabilire chi è il vero buono e chi il cattivo, ciascuno ottusamente convinto che la sua causa sia quella giusta tranne uno, Phillip Jennings, l’unico che si ferma a riflettere e che talvolta sembra intenzionato a mandare all’aria ogni cosa senza curarsi delle possibili reazioni di Mosca. Sollevando la lente di ingrandimento, però, l’analisi finisce per comprendere tutto il resto, gli stili di vita, l’educazione famigliare e l’istruzione, la religione e l’ateismo, l’amore e i più grandi valori dell’umanità messi puntualmente alla berlina o semplicemente ignorati quando in gioco c’è l’immagine di un’intera nazione o il mero piacere personale.

Adesso però mi fermo: non ho intenzione di farvi leggere il solito pistolotto sul perché dovreste guardarvi una serie piuttosto che un’altra. The Americans non è certamente la serie più avvincente che sia mai stata prodotta, ma è di sicuro una delle più originali e profonde degli ultimi due anni: lo dice anche l’American Film Institute. Sta a voi trovarci l’elemento narrativo che più vi piace, che sia la promiscuità degli intrecci amorosi, l’azione – senza dubbio meglio del peggio di James Bond – o l’eterna entusiasmante lotta fra Russia e Stati Uniti, KGB e CIA/FBI, tra l’immagine pacchiana ed empia del capitalismo e la forza oppressiva e mistificatrice del comunismo.

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