Una strage in nome del profitto: Vajont, 9 ottobre 1963

di Davide Pittioni

vajont

È stato, per così dire, casuale. Quando ho rivisto lo spettacolo di Marco Paolini sul disastro del Vajont (anzi per una volta chiamiamolo con il suo nome: sulla strage del Vajont), non ho pensato all’anniversario, alle ricorrenze che ti infilano nell’altalena di memorie a singhiozzo, al ricordo impacchettato e compartimentato, senza presente. Solo alla fine del monologo mi sono reso conto che si trattava della vigilia di quell’avvenimento. 9 ottobre 1963. Quel giorno accadde, come scrisse Dino Buzzati dalle pagine del Corriere della sera, che “un sasso cadde in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”. Vero, ma solo in parte. Il disastro, infatti, era stato ampiamente previsto, e quelle creature, se è vero che non poterono difendersi da quell’onda spaventosa, andavano almeno considerate, in fase di progettazione, di costruzione, di collaudo. Mentre Longarone, a due chilometri dalla diga, non venne nemmeno inserita nei modelli di simulazione: si testava la tenuta della diga, la miniera d’oro, mica i rischi che correva la popolazione. Chi poteva aspettarselo? La risposta, e su questo ci sono fiumi di carte processuali, è semplice: i geologi, gli ingegneri, i dirigenti della Sade, poi dell’Enel, le commissioni di controllo, i politici. Se va bene, molti segnali furono sottovalutati. Ma, a dire il vero, viene difficile credere che sia stata solo ingenuità. All’ingresso del Museo di Longarone si legge: “leggerezze imperdonabili, arroganza dei poteri, silenzi della stampa, assenza dei controlli, gravissime omissioni”. Questa è la strage del Vajont, anticipata dai rumori della montagna, dalle scosse, dalle frane, dalla grandezza – da indispettire per quanto sia ambiziosa – del progetto, persino dalle perizie geologiche. Era tutto scritto, tutto documentato. Eppure nessuno si mosse per fermare la strage annunciata.

Ci fu qualcuno, a dire il vero. Come Tina Merlin, che dalle colonne dell’Unità denunciò quello che stava accadendo. Ancora dopo il disastro, quando la morte galleggiava su quel “cappuccino torbido” che era diventata la valle sotto Longarone, il coro unanime della stampa fu di “tragedia”, “fatalità”, “catastrofe naturale”. Perchè, come scrisse ancora Buzzati, “il bicchiere era fatto a regola d’arte. La diga del Vajont era ed è un capolavoro perfino dal lato estetico”. La diga ha retto, nessun dolo. Persino oggi, da Longarone, si vede quel muro di calcestruzzo, intatto, immenso: un’onda che travolge e spazza via tutto, tranne quella lingua incuneata nella valle. Il problema, evidentemente, era che lì, in quel luogo, sotto un monte che si chiama Toc (ovvero pezzo), la diga non andava costruita. “Sciacalli”, tuonava Montanelli. No, non contro i responsabili della tragedia, che in nome del profitto uccisero, ma contro quei pochi che osarono dire che la strage era un capitolo già scritto. Ci sono i morti, rispettiamoli.

Ecco, proprio nel rispetto di quei morti, il compito non può che essere oggi quello di ri-attualizzare quei fatti, sfatando quelle stupide accuse di strumentalizzare la tragedia. Bisogna dire, a costo di generalizzare, che una buona parte della borghesia di questo paese – quella che crea posti di lavoro, quella vessata dal regime fiscale, quella strozzata dai controlli e dalla burocrazia, quella che oggi chiamiamo imprenditoria – era e rimane affarista, corrotta, ignorante (“La borghesia più ignorante d’Europa”, la chiama Orson Wells nella Ricotta di Pasolini), barbara, immorale. Che le Grandi Opere corrono il rischio, fondato e costellato di precedenti, di trasformarsi in grandi tragedie. Che ci vuole, in questi casi, il massimo della prudenza, al costo di ritardare i lavori, di non stare al passo con le “sfide del futuro”, di rinunciare ai profitti, al benessere. La modernità, l’innovazione senza cui – ci dicono – rischiamo di tornare all’età della pietra, significa avere memoria di queste stragi, non per qualche celebrazione, ma perché siano lezioni sul presente. Paolini, nel suo spettacolo, la chiama “una diretta sulla memoria”: ecco l’attualità.

Ancora oggi, in fondo, sembrano risuonare le stesse parole usate al tempo: “stiamo creando nuovi posto di lavoro”, “la sfida dell’uomo contro la natura”, “l’innovazione non può fermarsi di fronte ai pochi che la rifiutano”. Un modello prestampato, riciclato ad ogni stagione nonostante quel muro d’acqua e i numerosi altri casi di cui si popola la nostra storia. Possibile che nulla sia cambiato?

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1 Commento on "Una strage in nome del profitto: Vajont, 9 ottobre 1963"

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Tiziano Dal Farra
Ospite
Ciao. Al fondo, ti chiedi: “Possibile che nulla sia cambiato?”. Bella domanda. Che richiede due [2] risposte. A) certamente, nulla è cambiato. B) E se qualcosa è cambiato, è cambiato [tuttora, e da allora] senza dubbio in PEGGIO. Nessuno sa, o molto pochi [tipicamente, i parenti delle Vittime e i Sopravvissuti ed i superstiti] che il “DopoVajont” – che sarebbe ANCHE l’oggi – fu, è ed è stato molto PEGGIO della strage stessa. Basta chederglielo, e ascoltarli. Il “Vajont” [l’evento, il crimine impunito, la strage] è stato, ed è un AFFARONE, per lo “stato nello Stato”. Che da allora, è… Leggi di più »
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