“Burning and Lootin”. George Floyd e l’invisibile violenza quotidiana dello Stato

di Andrea Muni

“L’odio” – il film culto di Mathieu Kassowitz sul disagio, le rivolte e l’amicizia nelle banlieues francesi di metà anni Novanta – si apre con le immagini reali degli scontri di quel periodo e con il sottofondo della bellissima “Burning and looting” di Bob Marley. Non è un caso che questa canzone sia poco nota nel main stream: essa parla esplicitamente di una “rivolta”, una rivolta violenta, reale, come quella che si sta moltiplicando negli Stati Uniti. È una canzone poco nota perché la cultura reaggae, come qualunque tipo o forma di sottocultura, è stata da subito attentamente selezionata e filtrata dal capitalismo prima di venire iniettata come innocuo prodotto commercial-ricreativo nel nostro bel mondo occidentale.

Sta mattina mi sono svegliato sotto coprifuoco e, oh mio dio !, ero un prigioniero anch’io…

Le immagini dell’assassinio di George Floyd hanno fatto il giro del mondo e si commentano da sole. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Non succede solo in America. Lo Stato purtroppo, strutturalmente, è il monopolio stesso della violenza “legale”. Non esiste Costituzione, equilibrio tra poteri, “democrazia”, che possano cambiare questa semplice ma brutale realtà. In questo senso gli anarchici saranno anche utopisti, ma sono gli unici a non fare finta che le cose non stiano esattamente in questo modo. Marx sperava invece di poter pian piano depotenziare la violenza intrinseca nello Stato a mano a mano che il socialismo prendeva realmente corpo (inutile dire che i vari socialismi reali hanno decisamente disatteso questa sua speranza).

Non potevo riconoscere i volti che mi stavano di fronte, erano tutti vestiti in uniformi di brutalità…

Non ci sono persone buone e persone cattive: solo persone messe in condizione di fare il male e perpetuare strutturalmente violenza. In questo senso un poliziotto non è diverso da una persona che, avendo subito violenza, diventa violenta a sua volta. Se alle forze dell’ordine viene insegnato che i devianti, i diversi, tutti quelli che non accettano supinamente l’ordine delle cose, sono nemici mortali della società e un pericolo per le loro incolumità, come ci si può aspettare che abbiano la lucidità di comprendere la violenza che sono obbligati a perpetrare? Il poliziotto Chauvin, l’assassino di Floyd, che ora è additato dalle stesse forze dell’ordine e da Trump come un “mostro”, non è che l’ennesimo individuo che fa le spese di un sistema basato strutturalmente sulla violenza. Un sistema che, nei momenti in cui questo brutale dato di fatto emerge in maniera troppo evidente, si rivale sui singoli. É il caso isolato… La mela marcia. Aveva già fatto cose che non andavano. I soliti discorsi che – ben lungi dall’essere ammissioni di colpa di un intero sistema – servono solo a scaricare il peso e la responsabilità della violenza sul povero cristo di turno (violento, non violento, razzista, non-razzista che sia).

Quanti fiumi dovremo attraversare prima di poter parlare con il Capo? Abbiamo perso tutto ciò che avevamo, abbiamo pagato un prezzo davvero troppo alto, ed è per questo che… Stanotte saccheggieremo e bruceremo – saccheggeremo e bruceremo ogni illusione stanotte

Nessuno ama la violenza, nessuno la vuole. Quello che sta accadendo è il frutto di una rabbia che proviene da lontano, che negli Stati Uniti unisce carsicamente da più di due secoli schiavitù razziale e lotta di classe. Non stupiamoci se i media più importanti stanno virando verso una stigmatizzazione di quello che sta accadendo, se iniziano a “criticare” le rivolte incontrollate che stanno dilagando. Hanno paura. Tutti abbiamo paura. Nessuno che se ne senta davvero minacciato direttamente si può entusiasmare per il fluire incontrollato di violenza per le strade (un ragazzo di diciannove anni ha già perso la vita, è bene ricordarlo, la stessa sorella di Floyd ha invitato a fermare l’escalation). Ma allo stesso tempo, quanta ipocrisia c’è in tutti coloro che si accorgono della violenza solo quando questa cambia di direzione? Quanta ipocrisia in tutti quelli che restano turbati dalla violenza solo quando, per una volta, sono gli oppressi, gli attenzionati, i torturati, i soggiogati a tenere il coltello dalla parte del manico.

Dammi il cibo e lasciami crescere, fai fare un tiro al “compagno”. Tutte le loro droghe ti rallentano, non è la musica del ghetto…

Ci hanno stordito, distorto, al punto che quando hanno ammazzato Cucchi pareva quasi che siccome era un (piccolissimo) spacciatore – un po’ come le donne stuprate con la minigonna – tutto sommato se l’era cercata. O il povero Aldovrandi, lui non era nemmeno uno spacciatore, era un “muletto” di diciannove anni nel cui sangue è stata trovata qualche blanda traccia di oppiaceo, che gli amici hanno lasciato all’alba all’imbocco della via di casa e che è stato ammazzato di botte da otto poliziotti. Tutto questo per dire che anche in Italia non ci facciamo mancare niente. E così ora ci provano anche con George Floyd: l’autopsia ufficiale ha rigettato l’ipotesi di morte per strangolamento, segnalando sibillinamente la presenza di non meglio definite “sostanze” nel suo corpo. È la solita trita e ritrita storia, che finisce sempre allo stesso modo: dipingere il morto come qualcuno che se lo meritava, o che in ogni caso si sarebbe presto ucciso da solo.

Ne “L’odio” la canzone di Bob Marley che apre il film è preceduta da una famosa storiella raccontata dalla voce fuori campo di uno dei tre protagonisti:

Un uomo cade da un palazzo di cinquanta piani, e mentre cade, per tranquillizzarsi, piano dopo piano dice a sé stesso… “Fin a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Ma il problema non la caduta, è l’atterraggio.

Il finale tragico de “L’odio” è purtroppo un testamento. Il ragazzo che voleva vendicare il giovane ucciso dalla polizia viene ucciso a sua volta per errore da un poliziotto poco dopo aver rinunciato al suo desiderio di vendetta, mentre è l’amico pacifista (che l’aveva distolto dal suo intento violento) che alla fine finisce per vendicare entrambi i ragazzi assassinati, sparando al poliziotto e facendosi uccidere a propria volta.

Si tratta di un finale devastante: l’unico finale vero, l’unico che può aiutarci a non smettere di guardare in faccia la realtà. Chi non ha mai provato la repressione pensa che la repressione non esista. Io a diciassette anni sono stato sequestrato e rinchiuso (per alcuni minuti) in una cella per un semplice sospetto e nessuna prova, senza che i miei genitori (ero ancora minorenne) fossero neppure avvisati della cosa. E io non ero uno spacciatore, né vivevo in un sobborgo violento o in un ghetto, ma in una tranquillissima cittadina piccolo-borghese di provincia. Per fortuna, a differenza del povero Aldovrandi, ero perfettamente in me, era pomeriggio e mi sono lasciato sequestrare ed esaminare senza opporre la minima resistenza. Ma la cosa che più mi colpisce nel ricordare quell’episodio è che lì per lì, da ragazzo di sedici o diciassette anni, io avessi trovato del tutto normale essere sequestrato, portato in caserma, minacciato. Tutto questo per dire quanto sia dentro di noi la convinzione (quasi inconscia) che esista un diritto dello Stato ad esercitare violenza e coercizione sull’individuo. Veniamo cresciuti, educati, con questa specie di sottotesto a cui non facciamo nemmeno più caso. Come non facciamo caso al fatto che le forze dell’ordine sono principlamente impiegate – loro malgrado – in difesa della ricchezza e dello Stato stesso. E non è un caso che in ogni rivoluzione sia sempre stato fondamentale il supporto (o per lo meno il placet) delle forze di polizia e militari. Purtroppo, nonostante tutte le belle parole che accompagnano la parola “democrazia”, al fondo di ogni conservazione del potere, di ogni mantenimento di un “ordine”, c’è la violenza. Ma c’è sempre speranza, e le immagini che provenogno dal New Jersey, dove alcuni poliziotti si sono uniti alle proteste dei manifestanti – bisogna dirlo – scaldano il cuore (https://www.youtube.com/watch?v=uoLCojRVPns ).

Questo è il motivo per cui è urgente ricordare a tutti coloro che non vogliono vedere questa violenza – la violenza che lo Stato perpetra non per difendere i cittadini onesti, ma al solo scopo di conservare sé stesso e i rapporti di potere e di produzione che lo strutturano – che già troppo a lungo esso è stato lo Stato dei ricchi e dei “normali”. Stato nemico dei devianti, nemico dei poveri. Stato che, al massimo, contiene e maltollera i devianti e, se costretto, fa un po’ di elemosina ai poveri. Stato che, quando il malcontento esplode, non si fa problemi a massacrarli.

… Ma il problema non è la caduta: è l’atterraggio.

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