Finalmente Macbeth

di Eleonora Zeper

Accade talvolta che l’interprete capisca davvero l’opera. Non è sempre necessaria una fedeltà assoluta al testo o una messa in scena tradizionale in tutto e per tutto, per quanto il pubblico in genere la gradisca, né, all’opposto, una reinterpretazione radicale che porti all’origine dell’opera stessa, al di là della sua storicità e della sua storia, come fece Carmelo Bene nel 1983 con il suo Macbeth horror suite. Necessario è comprendere dal profondo la tragedia, saperla abbracciare nel proprio intimo, riviverla in sé. E Luca De Fusco comprende davvero il Macbeth di Shakespeare e ci fa tirare un sospiro di sollievo: andare a teatro può essere ancora una grande esperienza estetica, si può ancora tornare a casa soddisfatti ed entusiasti.

Il regista partenopeo celebra con quest’opera imperdibile – che ha avuto la sua prima al teatro Mercadante di Napoli il 19 giugno del 2016 e che è stata rappresentata al Teatro Rossetti di Trieste dal 25 al 29 gennaio 2017 – il quattrocentesimo anniversario della nascita di Shakespeare. La compagnia dello Stabile di Napoli e dello Stabile di Catania hanno fatto meglio dell’Hamlet del Globe Theatre, in scena al Rossetti nell’aprile dello scorso anno e recensito allora in questa stessa testata. Dunque esiste ancora non solo il regista colto che comprende il testo che porta in scena, ma anche il regista capace che sa scegliere attori capaci, attori che comprendono a loro volta il testo e fra i quali ricordiamo soprattutto i bravissimi Paolo Serra (Banquo), Gaia Aprea (Lady Macbeth) e Luca Lazzareschi (Macbeth).

E per una volta capaci lo sono proprio tutti, non solo gli attori. Nulla stona. La messinscena è cupa quant’altre mai, lo spettacolo prende forma in una notte continua, le luci di Gigi Saccomandi rendono l’atmosfera di perenne e ambigua oppressione che vive l’insonne, al quale è negata tanto la vivacità del giorno quanto il riposo della notte. Macbeth, infatti, non è solo la tragedia dell’ambizione, ma anche quella dell’insonnia: quando il protagonista uccide il re Duncan, dando così inizio all’azione vera e propria, uccide anche il proprio sonno, balsamo e nutrimento dell’umana esistenza secondo le celebri parole che Macbeth stesso pronuncia nella seconda scena del secondo atto. L’ottenimento del potere è indicato da Shakespeare come unico fine dell’azione, movente della storia e della Storia, drammi di sangue senza riposo. Macbeth, che in preda a una febbre maledetta uccide chiunque si trovi sulla sua strada, è infatti archetipo negativo dell’uomo d’azione, di colui che porta avanti la Storia con la spada. E continua a uccidere finché finisce per essere lui stesso vittima del “trucco della verità”, ossia dell’ambiguo responso delle streghe; le stesse creature che gli avevano predetto il trono di Scozia all’inizio del dramma, infatti, lo rassicurano con verace malizia: mai sarebbe stato ucciso da uomo nato da ventre di donna. Il barone di Fife, il fedele Macduff, lo ucciderà infatti proprio perché nato prematuro e di parto cesareo.

Le tre streghe sono tre giovani ballerine seminude alle quali l’anziana Angela Pagano fa da voce fuori campo: scelta in parte discutibile, ma senza dubbio ben riuscita e concettualmente motivata giacché l’eterno femminino che queste stanno a incarnare non è certo forza legata all’età della donna. Altrettanto motivata, e forse con maggior finezza, risulta la scelta dello schermo-specchio che troneggia sopra l’onnipresente letto di Macbeth e mostra di volta in volta i protagonisti stessi in azione, i loro incubi, le loro visioni. A volte è semplicemente uno specchio della vicenda, di ciò che lo spettatore vede; altre, invece, è specchio dell’interiorità di Macbeth, di quanto il personaggio vede. Questo voluto accostamento fra livelli di realtà in teoria eterogenei – la realtà del dramma, il pugnale che Macbeth sogna, il fantasma di Banquo che solo Macbeth riesce a vedere – pare riprendere, sotto una lente nera, la celebre battuta della Tempesta: “siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. Un ponte (pindarico?) con la chiusa del Macbeth stesso, secondo la quale “la vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”. E regista e attori questa volta paiono proprio averlo capito.

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