“Go light”: un mese senza smartphone

di k-bug

Foto di Jorge Barahona da Pixabay

Passo sempre più tempo con gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone. Questo oggetto, divenuto una protesi della mia mano, colonizza ormai tutto il mio tempo libero: a volte penso a tutti quegli istanti in cui vi resto incollato, li prendo e li metto assieme, e resto sbigottito per quello che avrei potuto fare, in alternativa, in quel lungo lasso di tempo (nel 2021 gli italiani hanno passato sulle app in media quasi cinque ore al giorno).Da strumento utilissimo, fondamentale nella vita privata come nel lavoro, lo smartphone è diventato il mio padrone: sono io a essere il suo strumento – una fonte di dati di inestimabile valore per molte aziende, a cominciare dai social network. Il problema sta tutto nel codice: le app dei social media sono programmate per intercettare al meglio il nostro interesse, mostrandoci contenuti in grado di catturare la nostra attenzione (le abbiamo addestrate noi con l’utilizzo nel corso degli anni, sono infallibili). Il fine è proprio quello di farci spendere più tempo possibile nel loro recinto dorato, come pecorelle a pascolare – con la differenza che sono loro a cibarsi di noi. Risultato? Il mio tempo libero vola via tra lo scroll infinito tra facebook e instagram e le chat di gruppo su whatsapp (guardacaso tutte app della stessa azienda). Il momento peggiore è la sera, prima di mettermi a dormire, quando la stanchezza è tanta e le strategie di autodifesa cedono più facilmente. Ricordo a malapena l’ultima sera in cui ho aperto un libro: il romanzo che giace sul comodino l’avrò iniziato mesi fa, più probabilmente anni. Non ricordo nemmeno di cosa parli.

Esistono diverse app che promettono di aiutare il processo di disintossicazione dall’uso intensivo dello smartphone: da quelle in grado di bloccare le notifiche a quelle che impostano un timer all’utilizzo delle app più “pericolose”. Ne ho provate diverse, ma nessuna ha funzionato: potevo reggere qualche giorno, ma poi – in un modo o nell’altro – le aggiravo, finendo risucchiato nuovamente.

Devo fare qualcosa, adottare una soluzione più radicale. Da dove iniziare? Spulciando sul web, mi sono imbattuto in una pagina GitHub dedicata ai nuovi “dumb phones”, i “cellulari stupidi” (chiamati così in opposizione a quelli “smart”, cioè intelligenti). E qui dovremmo chiederci: dove sta la stupidità, e dove l’intelligenza? È “intelligente” farci spiare ogni nostra singola azione, a vantaggio della Big Tech di turno e del capitalismo della sorveglianza? Ed è “stupido” decidere che, per salvaguardare la propria capacità di concentrazione e attenzione verso il mondo, il cellulare deve limitarsi a fare chiamate e inviare messaggi – con poche altre possibilità?

Chi ha qualche anno in più sul groppone avrà avuto, nella sua vita, almeno un “dumb phone”: ricordo ancora il mio primo cellulare, un Nokia 3310, un prodigio della tecnica per l’epoca, così compatto e resistente. Basterà allora andare in un negozio e cercare qualche modello dell’epoca tra gli usati, no? Perché optare invece per un modello “nuovo”? Un primo problema è che i modelli “vecchi” che si trovano in commercio sono spesso usurati o, anche quando ricondizionati, utilizzano tecnologie ormai obsolete. Non si tratta di un vezzo: per quanto tempo sarà ancora possibile utilizzare la rete 2g per telefonare, nel momento in cui si sta affermando la 5g? È chiaro che scegliere un modello che supporta almeno il 4g (come quelli segnalati nella pagina GitHub) permette di avere la possibilità di usare il telefono per molti anni e non doverlo cambiare a stretto giro.

Ho deciso così di scegliere uno dei tre modelli indicati nella pagina – per la cronaca, assecondando le mie preferenze estetiche e di funzionalità disponibili, ho optato per il Light Phone 2 –, e di utilizzarlo per un mese. Trenta lunghissimi giorni. “Progettato per essere utilizzato il meno possibile”: proprio quel che cercavo. A convincermi definitivamente è la promessa finale: “Non avrà mai social media, clickbait news, email, un browser per navigare, o qualsiasi altro feed infinito in grado di indurre ansia”.

Giorno 1

Il primo giorno sono a dir poco timoroso: come sopravvivere al salto? Come mantenere in piedi la comunicazione con colleghi e amici? “Per un po’ non userò Whatsapp” – vedo già i loro sguardi interrogativi, indecisi tra la compassione e il biasimo – “Ma possiamo rimanere in contatto via SMS o chiamandoci al telefono, come si faceva una volta!”. No, non funzionerà: non potrò vedere, scattare e inviare foto, né aprire link. Penso di aver fatto un errore, ma ormai è tardi. A fatica estraggo la SIM card dal vecchio smartphone, quando il telefono “leggero” è appena arrivato. Lo lascio in carica per qualche ora, in cui sono completamente disconnesso. Provo una profonda sensazione di ansia. Dev’essere la così detta “Fear of Missing Out”, la paura di rimanere tagliati fuori dal resto della comunità globale, di perdere un’esperienza o un’informazione fondamentale. La cosa più assurda è che spesso, quando utilizzo lo smartphone in compagnia di altre persone, in quel momento sto rinunciando a una relazione con loro a vantaggio di un’altra virtuale. Ma questa razionalizzazione al momento mi aiuta poco… Una parte di me sa di star facendo la cosa giusta, ma vorrei – al tempo stesso – riavere indietro il mio smartphone. Dannatamente.

Giorno 7

Continuo a prendere il cellulare in mano di continuo, specie quando sono sovrappensiero. In qualsiasi momento di attesa, alla fermata della metro come quando sono fermo al semaforo. Un riflesso condizionato? Quello che in un primo momento mi catturava, dello smartphone, era la sua levigatezza: una trappola per le dita, che amano scorrervi al di sopra e attivare innumerevoli possibilità. Ma quando queste possibilità si annullano, che fai?

Mi accorgo che, tra le mani, non ho il mio vecchio smartphone: a meno che non abbia un SMS a cui rispondere (non capita molto spesso, senza i famigerati gruppi whatsapp), lo ripongo presto via. Resto con l’amaro in bocca: mi manca terribilmente la scarica di dopamina che ogni nuova notifica mi dava. Mi accorgo così di quanto questo piccolo gesto fosse diventato per me frequente, e di come riusciva a risucchiare completamente la mia attenzione verso il mondo esterno.

Diciamo di ricorrere ai nostri cellulari quando ci sentiamo “annoiati” – ma spesso questa noia la avvertiamo proprio perché siamo abituati a un continuo flusso di connessioni e stimoli, a cui il mondo materiale non può reggere il confronto. Riuscirò a riabituarmi al mondo di prima, in cui eravamo meno connessi e stimolati?

Giorno 14

I contatti con le altre persone – mi riferisco ai contatti telefonici e virtuali – si sono ridotti. Non so ancora dire se sia una cosa positiva o negativa, poiché sempre più spesso mi capita di pensare che si tratta di rapporti superficiali e poco intimi. D’altra parte, invece, riesco a vedere gli amici – quelli che reputo davvero tali – più spesso, e quando sono con loro lascio il cellulare in tasca. È come se avessi rimosso il rumore di fondo nella mia vita e scoperto di avere più tempo per me. Niente più comunicazioni superflue con persone che conosco a malapena, restano solo quelle importanti.

Ieri ho preso un autobus a lunga percorrenza, davanti a me sedevano un bambino di quattro anni e sua sorella, di poco più grande. Durante l’intero tragitto (un’ora circa) entrambi sono rimasti catturati da un flusso interminabile di video. Finisce uno, comincia l’altro, a decidere è l’algoritmo di youtube. La cosa più oscena è che, fino a due settimane fa, non mi sarei nemmeno accorto della scena, preso com’ero dallo stesso identico flusso.

Giorno 21

Un amico mi ha inviato, via mail, il cortometraggio “I forgot my phone”, chiedendomi se mi ricordava qualcosa. Capisco a cosa si riferisce quando, verso la metà del video, la scena si sposta in una sala da bowling: la sera prima eravamo con la compagnia di colleghi, alcuni divenuti nel tempo amici, proprio al bowling, e quando lui ha fatto il terzo strike di fila (il terzo!) sono stato l’unico a seguire la scena, applaudendo con tifo da stadio. Intorno a me il vuoto: gli altri si erano a malapena accorti del tiro, tutti troppo intenti ad altro, la testa china sui telefoni. Seppur datato (il cortometraggio risale al 2013) la situazione odierna non sembra discostarsi molto da quella rappresentata. È come se i 50 milioni e più di visualizzazioni non abbiano scatenato quella (comprensibile, prevedibile?) rivolta contro lo smartphone e l’uso diabolico che se ne fa. The show must go on.

Da qualche giorno non apro i miei account social, nemmeno da pc. Inizialmente cercavo di compensare l’ansia da disconnessione continua generata dalla mancanza dello smartphone aggiornando compulsivamente il browser del computer mentre ero a lavoro e, spesso, anche dopo essere tornato a casa. Ora invece riesco a farne a meno. L’effetto su di me è tangibile: mi sento meno irascibile, meno incazzato con tutto e tutti, l’ansia si riduce e mi sembra di riuscire a prestare più attenzione a quel che mi circonda. Mi sento connesso col mondo, proprio nel momento in cui sono più disconnesso dalla rete.

Giorno 28

Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che si tratti di una vera e propria forma di dipendenza (ha anche un nome: Internet addiction disorder). Ma, rispetto alle altre, è quella socialmente più accettata, credo perché è la più diffusa: riguarda semplicemente tutti, a eccezione di neonati e ottuagenari.

Il telefono “leggero” mi ha aiutato a disintossicarmi, a rendermi conto di quanto questa potente droga avesse effetti devastanti nella mia vita. A distanza di un mese non so se tornerei indietro, non so se proverei a vedere se sono in grado, dopo aver visto questi cambiamenti su di me, di auto-limitarmi per usare lo smartphone in modo sano. Inizio a dubitare possa essercene uno: fintanto che la sua programmazione mira a tenerci incollati lì sopra, è estremamente arduo riuscire a trovare un equilibrio. Io, almeno, non penso di essere in grado di farlo.

In questo mese ho scoperto di avere un sacco di tempo libero, si trattava soltanto di tirarlo fuori e viverlo diversamente. Ho ripreso a leggere il romanzo lasciato sul comodino: un po’ a letto, un po’ sul cesso – quanto tempo passavo con lo smartphone sul wc? Ore a settimana –. Ne apprezzo molto la trama: siamo in un vicino futuro, una donna è stata appena assunta al Cerchio, la più grande azienda tech al mondo (una specie di fusione tra Alphabet e Meta) e sgomita per far carriera. Nella società immaginata da Dave Eggers tutto è diventato trasparente, le telecamere sono ovunque, i dati personali di tutti sono in mano al Cerchio e la privacy è ritenuta “un furto”. Vi ricorda qualcosa?

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