I conti che non tornano della pandemia. Un dibattito in corso

di Silvia D’Autilia

 

Il senso di possibile può essere definito come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere, senza considerare ciò che è più importante di ciò che non è. (R. Musil – L’uomo senza qualità)

Prologo

Qualche settimana fa, con il titolo “Non indispensabili allo sforzo critico del paese”, Andrea Muni firmava qui su Charta Sporca un pezzo sull’immiserimento del dibattito nell’ambito della presente emergenza sanitaria. Terminava la sua riflessione con una richiesta, diciamo un desiderio, quello di poter approfondire il tema con altre persone con le quali discutere cos’abbia prodotto e accelerato questa mancanza di approfondimento rispetto alle trasformazioni da cui siamo stati interessati.

Un punto di partenza

C’è una parola che fin dalla seconda riga riassume bene il succo dell’intero testo: estraneità. È quel senso di non-appartenenza a un clima politico, culturale e mediatico che nel raccontare una realtà già di per sé onerosa, ne svilisce l’ampiezza e la complessità. È un vento gelido di approssimazione, che per non curarsi capillarmente dei dettagli, preferisce amputarli, asfaltarli dietro etichette, minimizzazioni e griglie dicotomiche per cui se da una parte ci sono i responsabili benpensanti, dall’altra ci sono evidentemente gli stolti. È il riduzionismo della complessità snocciolato in giudizi frettolosi, che si fanno tanto più miseri quanto più diventano egida di un’integrità etica e morale di cui davvero non si sente bisogno. Sintomatico è anche il fatto che, prima di osare dar voce a pensieri critici, è divenuto ormai quasi obbligatorio mettere le mani avanti, giustificarsi e chiarire in partenza di non negare il virus o di non essere no-vax. Il tutto nel terrore che i punti di vista possano essere macchiati o macchiarsi di un ignominioso peccato d’opinione, del quale gli interlocutori devono essere vigili osservatori, attenti segnalatori e dispensatori di eventuali generose indulgenze.

La raffica di emozioni e stati d’animo che la pandemia ha generato, alzando il sipario su paure e insicurezze di ciascuno, ha favorito questa isterica esibizione della propria posizione nel teatro manicheo delle parti. Qui l’alternativa al racconto dominante è stata troppo spesso oggetto di un desolante silenziamento tramite accusa di negazionismo o becero complottismo, sino all’assimilazione frivola e fatua col terrapiattismo, per non farci mancare nulla, e fino a sfoderare la sempreverde carta vincente dell’analfabetismo funzionale dell’interlocutore.

E non è ancora tutto. La partita più amara della marginalizzazione del punto di vista divergente è stata giocata sulla strumentalizzazione della sofferenza che la pandemia ha prodotto come cavallo di battaglia di una propaganda tirata a lucido al solo fine di aumentare ascolti e visualizzazioni. Tanto sui palcoscenici televisivi quanto sulle pagine social. Vedi lo zelante Scanzi, che da mesi compone oratorie moraleggianti sui comportamenti più o meno virtuosi nei confronti del virus, salvo poi proporci al termine di ogni suo post il link per acquistare il suo ultimo libro.

Stare dalla parte giusta

A ormai un anno dall’inizio di tutto, in quale altro modo descrivere lo storytelling dell’emergenza se non come un potentissimo anestetico somministrato quotidianamente al fiorire della critica? Nella cornice del panico e della paura chi osa chiedere spiegazioni sulle storture è un pazzo, un folle, o addirittura un poveretto con prodromi demenziali, come ci è stato detto in un programma TV della prima serata. “Non indispensabili allo sforzo critico del paese” significa forse che si è ormai tragicamente esaurito il tempo dei valori e del valore del singolo, entrambi sacrificati sull’altare del dominio incontrastato del sapere di chi sa. L’assolutizzazione del rischio, nel quale l’intera realtà è ormai risolta e sprofondata, implica l’azzeramento di ogni altro aspetto delle nostre vite. Cosa sono ormai la politica e la sua anima democratica se non una totale delega al decisionismo tecnico? Non sottoscrivere questo principio, appena smaltato di un vago moralismo benpensante, significa incassare la frustrante consapevolezza della propria ininfluenza e superfluità. Esperienza dolorosa, difficile da accettare. Ed è per questo che si preferisce cercare di mostrarsi all’altezza della situazione, con-formandosi, facendo vedere di saper stare dalla parte giusta… come ironicamente cantava Giorgio Gaber.

Quale bene?

La macchina con-formista è al centro di molte questioni trattate da Andrea. La nauseabonda caccia al complo-negazionista messa a punto dall’area politica cosiddetta di “sinistra” – a cui di autentico oggi è rimasto solo l’accostamento del nome a un destino infausto – non è che il riflesso della ricerca compulsiva di un’identità che, mancando nel di dentro, cerca di costituirsi attraverso la continua stigmatizzazione di un nemico esterno. Come per gli schiavi della Genealogia nietzschiana, queste persone sembrano arse dall’urgenza d’individuare prima un malvagio, per poi potersi raffigurare, in opposizione a esso, come i buoni.

Nei mesi passati, quando si è consumata una gara sistematica all’ostentazione del maggior senso civico, la litania del “bene di tutti” trasudava ancora più retorica del mantra salvino-meloniano sul “bene degli italiani”.

Come coniugare le pseudoinvocazioni alla salvaguardia della salute comunitaria e la ben più seria e importante tutela delle fasce più a rischio, con la mostruosa aziendalizzazione della vecchiaia che abbiamo sotto gli occhi? Come fingere di non vedere il teatro del contagio e della morte proprio in quelle neoistituzioni totali chiamate Rsa, case di cura e lungodegenze? Come giustificare la privatizzazione di comparti interi della sanità, o la claudicante disponibilità di presidi e dispositivi? E cosa dire dell’impreparazione a causa della quale, per tagliare la testa al toro, si è risposto alla diffusione del virus con un confinamento totale e generalizzato, che per mesi ha calpestato necessità, accelerato disuguaglianze ed emarginato ulteriormente la popolazione già più svantaggiata?

E oggi, a un anno dall’inizio di tutto, come commentare il provvidenziale arrivo di un vaccino già motivo di sgomitate tra paesi benestanti, nell’incapacità evidente dei paesi più poveri di prendere parte alla corsa? Come non vedere in queste gare di produzione e distribuzione un concentrato di interessi legati a brevetti e contratti privati?

La produzione produce l’uomo non soltanto come merce, merce umana, non produce solo l’uomo in funzione di merce; ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente disumanizzato

Vale la pena leggere e rileggere queste parole dei Manoscritti economico-filosofici di Marx, vale la pena di leggerle e meditarle proprio oggi, nel pieno processo di mercificazione della salute planetaria. Proprio oggi che, davvero, abbiamo sotto gli occhi l’uomo-merce svalorizzato sia nel corpo che nello spirito dietro alla sola regola del profitto.

L’insostenibile leggerezza dell’hashtag

Quindi no, non è proprio questione di proclamarsi pro-vax o no-vax. È questione di riconoscere che prima di ogni epidemia c’è la malattia del sistema, la stessa che, nonostante il risultato raggiunto, procura qualche imbarazzo davanti all’hashtag euforico #iomivaccino sulle pagine social. In sintesi, diciamolo una volta per tutte: un conto è l’indiscussa funzione di salute pubblica dell’arma vaccinale (e deo gratias!), un altro è l’insieme di fatti a fattori ascrivibili all’interesse privato – anziché al bene pubblico – che ne danneggiano l’uso e l’immagine.

Quando oggi si celebra la grandezza della scienza che senza precedenti è riuscita a produrre un vaccino in poco meno di dieci mesi, non varrebbe la pena anche ricordare che la stessa tempestività sarebbe altresì indispensabile per una sfilza di altre malattie e urgenze sanitarie, finanche del mondo pediatrico, i cui processi di verifica e autorizzazione si perdono nei consueti labirinti delle tempistiche burocratiche? Per una volta, una sola, si può avere la decenza di ammettere che le direzioni del progresso non sono quasi mai del tutto limpide, svincolate e disinteressate? Si replicherà che è questione di fini, che in questo momento la priorità è combattere un virus a diffusione planetaria. D’accordo. Ma non sarà forse la stessa risposta che si darà domani al ripresentarsi di un nuovo e diverso virus o di qualsiasi nuovo e urgente problema? Il nodo della questione è proprio questo: guardare il qui e ora senza la complessità, l’istante senza la prospettiva. È il sintomo di una chiusura ormai ermetica delle tecniche e dell’iperspecialismo dei singoli recinti disciplinari, unicamente proiettati a uno sviluppo certo capillare e meticoloso, ma troppo spesso dettato da una meschina autoreferenzialità. Fin dal 1935, ovvero dalle riflessioni contenute ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Husserl aveva intuito gli effetti esasperati di questa nuova modernità descrivendo il profitto come il motore stesso del sapere, della sua divisione e frammentazione: definiva prosperity l’abbaglio con cui l’uomo moderno ha preferito oggettivarsi e determinarsi nei risultati entusiasti delle singole discipline rinunciando di fatto alla cura complessiva di sé. Quella prosperity è in questi mesi più che mai esercizio di una competenza privata e sigillata, tecnicismo impenetrabile del qui e ora, insomma: certamente progresso ma nella sola logica dell’utile.

Che fine ha fatto la credibilità?

Ecco perché oggi le nostre società possono certamente avanzare in ogni ambito del sapere e della tecnica raggiungendo traguardi impensabili anche solo fino a cinquant’anni fa, ma faticano moltissimo nel rimanere coese e unite in termini di fiducia nelle istituzioni e negli organi rappresentativi: dai leader di partito agli scienziati della prima serata, non c’è appello al bene degli italiani e della collettività che possa essere preso seriamente e ottenere davvero una diffusa credibilità se tutti sanno che è pressoché nulla la vicinanza concreta ai bisogni del singolo, quando questioni apicali come la salute non solo non hanno una gestione pubblica, ma sottostanno sfrontatamente e impudentemente alle leggi del mercato, o quando l’intero sistema ha inglobato dentro di sé persino le idee, le figure e i personaggi che dovrebbero contraddirlo e contrastarlo.

Di queste dinamiche che oggi senza precedenti saturano la scena, si parla, tra le altre cose, anche nel nuovo testo dello psichiatra Piero Cipriano Il libro bolañiano dei morti, dove, tra le righe, si stila con ironia il censimento di moltissimi personaggi che la pandemia ha letteralmente offuscato. Intellettuali, studiosi, artisti, scrittori? Al momento non raggiungibili. Politici e militanti dei diritti? Con problemi di connessione. Medici, cultori della mente e dello spirito? Intenti a prescrivere farmaci dopo l’impennata di disturbi che le restrizioni hanno prodotto. In uno e in un solo appello risultano tutti presenti, quello del perbenismo pandemico, dove in ordine: 1) devono sparire necessità fondamentali, come tutte quelle di ordine sociale, 2) è fonte d’onore rinnegare ogni vitalità, 3) si può svalorizzare lo sport, 4) si deve mantenere la distanza dai propri nonni, 5) bisogna garantire la morte in solitudine, senza neanche il conforto di una carezza, 6) è cosa buona e giusta – quasi esaltante – vedersi da dietro uno schermo, 7) rivoluzionare le esistenze nella dimensione “on demand”, 8) niente cinema, 9) niente scuola, 10) niente teatri, 11) niente cultura, 12) niente bar e ristoranti, 13) home delivery is the future! Che mondo bellissimo! Impossibile criticarlo rischiando la gogna mediatica; meglio adattarsi. In fondo è solo un’altra onda da cavalcare.

Una questione in sospeso

Eppure c’è qualcosa che non torna. Passi lo sfoggio di altruismo, passi la gallery di foto profilo #iorestoacasa, passi l’abnegazione, ma… come conciliare la sensibilità dispiegata per i rischi mortiferi del virus nel ricorrente oblio delle tragedie umanitarie che ieri, oggi e ogni giorno si consumano lontane dai nostri occhi? Abbiamo forse capito che anche a casa nostra si muore? Che anche la parte di mondo felice e benestante può sgonfiarsi come un palloncino? Ci sarà un motivo se non si sentono mai o quasi mai aggiornamenti sui contagi e i decessi da Sars-Cov2 nei territori da sempre già dimenticati dalla cronaca, mentre sono perlopiù i dati dei paesi agiati e facoltosi a finire sotto i riflettori. Forse l’epifania improvvisa della morte e la sua azione selettiva hanno così ridimensionato l’egocentrismo del nostro benessere da aver rappresentato un timore più grande del virus in sé e per sé. Forse il virus ha portato con sé uno specchio nel quale vedere riflesse quelle debolezze su cui continuiamo a soprassedere, forti del nostro narcisismo tecnologico e dell’inarrestabile progresso da cui siamo avvolti. E forse, proprio per non guardare in faccia questa realtà, abbiamo preferito scansarla attraverso una “morte non ancora entrata totalmente in funzione”, per usare in conclusione le stesse parole con cui anche Cipriano chiude il suo libro.

E così…

Quella che doveva essere una replica si è trasformata in un’ulteriore sequenza di domande. Non me ne vorrà Andrea. Probabilmente c’è nella pervasività dell’interrogazione la speranza di una dimensione che sia risparmiata al bieco gioco delle parti politiche e della propaganda, la rivendicazione di una realtà diversa e il desiderio di riscattarci da una condizione asfittica che quanto più ci stringe tra le sue morse, tanto più fa crescere in noi i preziosi semi dell’estraneità e del senso di possibilità.

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