Il filosofo con la bombetta. Il Bergson di Federico Leoni

di Nicola Gaiarin

Federico Leoni scrive un libro su Henri Bergson, e questa sembra una delle poche cose sicure. Lo fa con una vocazione che si potrebbe definire da cinema delle origini. Invece di normalizzare il filosofo con la bombetta e il bastone da passeggio, ce lo restituisce con un artificio da vecchia sala di proiezione: prende una serie di fotografie sbiadite e le mette in movimento a colpi di manovella. È un libro cinematografico, quello di Leoni, e il cinema arriva fin dall’inizio, dandoci una chiave possibile, con l’apparizione di Buster Keaton: sempre sul punto di cadere e di sbattere la testa per terra, come in una comica muta in cui vediamo le persone che si spintonano per assistere alle lezioni parigine del filosofo. E proprio come capita con certe vecchie bobine di slapstick, in cui il bianco e nero viene ricolorato, ecco che Leoni ricolora Bergson, gli butta addosso delle ampie pennellate di tinte psichedeliche e lo spintona, dando vita a una vertiginosa bagarre filosofica.

Nei film comici la bagarre, cioè il tutti contro tutti, segue due regole: l’esattezza e l’accumulo. Il movimento deve essere preciso e deve combinarsi, con un meccanismo a orologeria, ad altri movimenti per produrre l’effetto desiderato. Che, naturalmente, è il caos: un disordine generato da una miriade di piccoli ingranaggi che continuano a scombinarsi. Ed è un po’ quello che succede con Bergson. In questo catalogo di eccentricità bergsoniane incontriamo cose piuttosto strane. C’è, ad esempio, una caduta che non smette di non cadere: “Quanto a lui, il movimento della caduta non cade affatto e neppure risale mai, dato che la risalita non è che il fantasma di chi è caduto, e la sommità non è che la figura speculare del fondo”. Oppure, la materia si chiama e risponde dando vita a una specie di universo impegnato in una conversazione generalizzata (in Bergson persino gli elementi chimici dialogano tra loro). E, ancora, incontriamo uno specchio che assomiglia solo a se stesso, l’assoluto che “fa lo scemo”, i fondamenti di un’ontologia pneumatica e di una zoologia “che sono gli animali a coltivare su se stessi”. In un universo costantemente “insufflato”, il soffio diventa una specie di materia universale, una coscienza diffusa che non cessa di spostarsi e di diventare inconscia.

La ricostruzione concettuale di Leoni ha la precisione sospetta di certe pagine di Borges e ci dà l’idea che nessuno abbia potuto davvero concepire il mondo in questo modo. Se ne può concludere solo che questo Bergson è senza dubbio un falso, un filosofo simulato, un attore truccato da accademico, un corpus senza autore possibile. Quello che viene dopo influenza quello che viene prima, con pagine in cui, in tutta tranquillità, sentiamo Bergson parlare con la vocina di Deleuze. Tra semiotiche “barcollanti” e tentativi di decifrare passaggi come “l’universo è l’insieme delle immagini”, Leoni sembra scrivere contro la linearità temporale, come se stesse inserendo i concetti bergsoniani in un circuito di segni che corrono lungo tutta la storia della filosofia. In questo luna park intensivo lo spettacolo che mette in piedi è allo stesso tempo congelato e mobile, con figurine stilizzate che si muovono per variazioni continue: “Ogni cosa ricorda a partire da sé ogni altra, fa di ogni altra cosa un ricordo di sé, si lascia ricordare da ogni altra cosa e si fa ricordo di ogni altra cosa”. Trasmettendo questa sensazione bizzarra di osservare le operazioni di un alchimista in redingote, con collezioni di insetti e tavole periodiche che prendono vita per iniziare a dialogare, da soffio a soffio, scansando l’attribuzione a una forma di coscienza fissa.

Ogni posa si ripete e ripetendosi varia, in una sorta di teatro d’ombre in cui non si capisce bene chi stia manovrando chi. E questo libro su Bergson è la copia di una copia, che cade a terra e, rotolando, prende corpo, diventando un nuovo originale. Col Pierre Menard di Borges potremmo parlare di “tecnica dell’anacronismo deliberato e delle attribuzioni erronee”, di fronte alle avventure di un Bergson automa che, montato come un manichino su una tavola medianica, viene spedito su e giù per lo spaziotempo, a incontrare Plotino, a sperdersi nella rifrazione delle monadi, a dialogare con amebe e salamandre, a rubare pagine da La piega e dai libri sui mondi animali di von Uexküll, per comporre un grandioso falso storico/filosofico.

Dopotutto, ci ricorda Leoni, Bergson è il filosofo del mimetismo generalizzato, e dell’essere “si danno solo doppioni, imitazioni, contraffazioni”. E, allo stesso tempo, è il pensatore per cui la costruzione di un’immagine della cosa è la costruzione della cosa. Ed è proprio la nozione di cosa a rappresentare uno dei possibili fili che corrono lungo il libro, mostrandoci Bergson come filosofo dell’inconscio fisico e biologico che esplora la figura limite di un universo in stato di sogno: “Non sono le interpretazioni a scivolare le une nelle altre con maggiore o minore sognante facilità. Sono le cose a scivolare le une nelle altre con una disinvoltura che ha qualcosa di folle. Le cose sono metastabili. Sono le cose che sognano, non siamo noi a sognare. Il reale è surrealista”.
Allora possiamo dire tra noi che Bergson notoriamente non esiste (chi può ricordarsi di averlo letto?), è solo un collage in cui il parruccone ritagliato di Leibniz viene appiccicato sulla faccia torva di Spinoza. Immagine di immagini che è già memoria. L’idea che da qualche parte Bergson, con la sua aria da preside di provincia, sia esistito davvero è stata trapiantata nell’inconscio della filosofia, facendoci credere che si può essere monisti e tuttavia parlare solo per differenze, diffrazioni, intensità e segni. E, a pensarci bene, come potrebbe essere realmente esistito un pensatore che fa l’elogio degli avverbi? Ecco quindi una filosofia che è un gigantesco deja-vu di qualcosa che non abbiamo mai davvero pensato. Ci vorrebbe Deleuze, per leggere questo libro, per dirci se questo improbabile filosofo mascherato che va sotto il nome di Bergson, è, come sembra, un sofista parigino, parente stretto di Fantômas, o se non è altro che un avatar di Lewis Carroll che, in trasferta francese, si dedica a creare un sottomondo a misura di ragno, di scarabeo e di avverbio.

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