Mantenere le distanze di sicurezza: sulla soglia di una poesia di Camillo Pennati

di Davide Belgradi

(Illustrazione di Carla Righi)

Quanto di desiderio

Quanto di desiderio mi sorregge
al tuo mancarmi è il sentirne ogni tratto di distanza
ricolmarsi di te.

Agile ed epigrammatica, come quasi tutte le poesie che compongono questo libro di Camillo Pennati: Così levigati relitti (Torino, L’Arzanà, 1987). Si tratta della seconda poesia della prima sezione, il cui titolo è, significativamente, La trama del desiderio. Del desiderio, dunque, e del suo intrico. Ciò che tutto il libro mi è sembrato che inseguisse l’ho ritrovato, a ogni rilettura, in questi tre versi: una raccolta che si fa percorrere per tornare a finire alla seconda poesia.

Versi che ruotano intorno al desiderio, ma anche intorno all’assenza, al passaggio andato a vuoto senza il quale il desiderio sarebbe godimento, e quindi non più desiderio. Tende a perpetuare sé stesso il desiderio (con Lacan), e cosa può rimanere a colui che desidera se non la percezione dell’assenza e del suo essere mancante? Sartre, ne L’essere e il nulla (Milano, Il Saggiatore, 1965, pp. 350-351), descrive l’assenza come qualcosa di diverso dal non-esserci. Il ‘tu’ che manca (al v. 2) non è un ‘tu’ che non esiste, e non è nemmeno un ‘tu’ scomparso per il quale la poesia è solita innalzare compianti (il planh) ma non tensioni desideranti. Quel ‘tu’ è un soggetto che esiste, c’è, ma è altrove: non è là dove dovrebbe essere per l’io. È un ‘tu’ distante.
La mancanza, d’altronde, torna a essere rilevante anche metricamente: infatti, se il componimento è conchiuso da un endecasillabo e da una sua parte a maiore, un settenario tronco, il secondo verso, apparentemente sciolto da misure versali, è in realtà scomponibile in un quinario più un endecasillabo, e la parola intorno alla quale si innesta tale cesura metrica è proprio il segnale dell’assenza, quel «mancarmi» che è slancio alla parola poetica. La prosodia, insomma, tiene per mano la significazione e la invita a svelarsi – ma con pudore – agli occhi del lettore.

Pochi versi, ma in grado di mettere a nudo le distanze, come se capire dov’è situato l’Altro fosse un modo di scoprirselo vicino. Guardando all’assenza, queste parole parlano di una distanza da colmare, da ricucire, quasi che il desiderio non potesse che abitare in un’esistenza che si condivide, in un’in-erenza (per citare Merleau-Ponty). Così, anche osservando la poesia nei suoi aspetti tecnici, ciò che mi colpisce sono proprio le distanze – prima di tutto strutturali – che essa innesca, gli interstizi entro i quali obbliga il fioco movimento delle parti ed entro i quali, paradossalmente, tali parti si confondono. L’‘io’ e il ‘tu’ sono gli unici attori in scena, e sono tanto interdipendenti quanto separati e ripiegati su loro stessi, in un cortocircuito innescato bene dai riflessivi. Due attori distanziati anche nella posizione sulla pagina: al primo verso, l’uno (alluso attraverso il pronome riflessivo «mi»), all’ultimo verso, l’altro.

Gli accenni metrici e la libertà, il desiderio e l’assenza, la vicinanza e la distanza. Una tensione fra diversi elementi che in poche sillabe delinea un equilibrio fragile quanto inevitabile. In treno, mentre rileggo per l’ennesima volta questa poesia cercando di capire perché mi chiami così tanto, la voce registrata dell’altoparlante mi invita «a mantenere le distanze di sicurezza». Se il desiderio è alla base, mi sembra difficile che ci si possa contagiare dell’Altro. Due metri – e tre versi – sono in fondo abbastanza per non toccarsi mai.

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