#MORTIVERSARIO/BATAILLE. Conversazione (im)possibile con GB su riso e angoscia

di Andrea Muni

Le parti di Bataille sono montate da L’esperienza interiore (edizione Dedalo), e da L’amicizia e Su Nietzsche (edizione SE). Le parti in traduzione mia dal testo originale sono tratte da “La limite de l’utile”, in Oeuvres completes de Georges Bataille, vol. VII, Gallimard, Paris 1976, e “Conférences 1951-1953”, Vol. VIII, in Oeuvres completes de George Bataille, Gallimard, Paris 1976.

AM: Eccoci qui, caro GB. Scusa se ti disturbo, ma il fatto è che ci è venuto in mente (a me ad altri amici) di dedicarti questo #mortiversario per i sessant’anni dalla tua scomparsa, e allora mi pareva inevitabile, quasi d’obbligo, scomodarti per un’intervistina. Sei l’ospite d’onore, ero certo che non avresti potuto sottrarti (letteralmente! – sic) a questa nostra piccola chiacchierata. Benvenuto dunque, come inside!

Allora, io vorrei parlare di uno dei temi che ti stanno più a cuore e che hai più trattato nella tua vita: il riso. Vorrei farlo per due motivi, il primo è che la tua “teoria” del riso è veramente unica e originalissima, diversa da tutto ciò che è stato detto al riguardo nella storia del pensiero occidentale, e l’altro è che nella tua teoria del riso c’è lo spazio per ritoccare quell’immagine che alcuni tuoi detrattori – e persino alcuni tuoi ammiratori – hanno contribuito a forgiare di te: quella di un nichilista folle, perversamente innamorato della morte e della distruzione. Mi pare che tutti costoro non colgano – come Freud e diversamente da Lacan (che non a caso era un tuo folle e segreto ammiratore) – il significato profondamente simbolico di quella pulsione fondamentale che chiamiamo istinto di morte. Mi pare che in troppi non capiscano cosa venga davvero messo in gioco, cosa sia ucciso, dal riso folle, dal godimento, dal pianto disperato, dalla trasgressione e dall’eccesso: non il soggetto biologico, bensì il soggetto del pensiero a cui siamo identificati, il soggetto calcolante dell’utile che ci hanno iniettato nella carne come super-io e disciplinato a inscenare sul triste palcoscenico delle nostre vite in società. La pulsione di morte, nelle sue varie manifestazioni, è semplicemente ciò che uccide, ciò che ci fa perdere, l’identificazione con questo soggetto indotto in cui siamo pregati di riconoscerci. Il suo al di là, l’al di là del serio, è il tuo reame: il regno sfavillante di tutto ciò che, caro GB, ti ha avvinto e appassionato nella tua vita di uomo e di studioso.

Ma andiamo con ordine, partiamo dal riso e dal buon vecchio Bergson, che ne pensi della sua teoria del riso?

GB: Mi riport[i] a un tempo in cui la mia vita si era dissolta, all’uscita da una lunga pietà cristiana, nel riso. Ero a Londra, nel 1920 e dovevo trovarmi a pranzo con Bergson. Allora non avevo letto nulla di lui: mi venne questa curiosità, e trovandomi al British Museum, chiesi Il riso (il suo libro più breve); la lettura mi irritò, la teoria mi sembrò di corto respiro (a tal proposito il personaggio mi deluse: questo omino prudente, filosofo!), ma la questione, il senso rimasto nascosto del riso fu da allora ai miei occhi, la questione chiave (legata al riso felice, intimo, da cui vidi subito che ero posseduto), l’enigma che avrei risolto a qualsiasi prezzo (che, una volta risolto, avrebbe risolto da se stesso tutto). Per lungo tempo conobbi soltanto un’euforia caotica. Solo dopo molti anni, sentii il caos divenire, per gradi, soffocante. Ero spezzato, dissolto per aver troppo riso, così, depresso, mi ritrovai: il mostro inconsistente, vuoto di senso e di volontà, che ero, mi fece paura.

AM: Ma poi sei riuscito a dominarti…

GB: Dominarmi? [Certo], è facile. Ma non mi piace l’uomo padrone di sé che posso diventare. Scivolo verso la durezza, ma tomo presto all’amicizia verso me stesso, alla dolcezza: per cui ho bisogno di infinite chances. A questo punto, non posso che cercare la chance, tentare di afferrarla ridendo. Giocare, cercare la chance, richiede la pazienza, l’amore, l’abbandono completi. […] Ieri dei fanciulli correvano dietro ad un tram, altri all’autobus. Come sono le cose nel cervello dei bambini? Come nel mio. La differenza fondamentale è la decisione, che poggia su di me (non posso, io, appoggiarmi ad altri). Eccomi, io: che mi sveglio uscendo dalla lunga infanzia umana nella quale, in tutte le evenienze, gli uomini si appoggiarono senza fine gli uni sugli altri. Ma quest’alba del sapere, del pieno autopossesso, in fondo è soltanto la notte, l’impotenza. Una piccola frase, “ci potrebbe essere libertà senza l’impotenza?”, è il segno oltrepassante della chance. Un’attività che abbia come oggetto soltanto cose interamente misurabili è potente, ma servile. La libertà deriva dall’alea. Il nevrotico ha una sola via d’uscita: deve giocare. La vita in lui si ferma. Non può seguire un corso regolare nei suoi tracciati. Essa si apre una via nuova, crea per se stessa e altri un mondo nuovo. Ciò che mi obbliga a scrivere, penso, è la paura di diventar pazzo. Soffro di una aspirazione ardente, dolorosa, che perdura in me come un desiderio inappagato. La mia tensione somiglia, in un certo senso, a una voglia pazza di ridere…

AM: Eh già, tu sei un tipo dai grandi estremi, dai grandi salti, come sarebbe piaciuto a Jim Morrison, “Il punto più alto e il punto più basso sono quelli importanti, tutto il resto è semplicemente nel mezzo”. Peccato che vi siate mancati di poco… . Comunque il punto è questo: tu lavori l’esperienza del riso in modo diverso dagli altri autori che ne hanno parlato (da Blumenberg a Bergson, e fino Pirandello). A te non interessa il comico, non ti interessa semplicemente capire perché ridiamo, o cosa ci fa ridere. Tu vuoi sapere chi (o meglio, dove) siamo “noi” mentre ridiamo, specie quando ridiamo follemente. Tu consideri il riso un’esperienza sovrana e culminante, lo associ alle lacrime, all’eros, all’ebbrezza, e in generale a tutte quelle esperienze in cui – nell’angoscia, ma anche in un’eccitazione febbrile – ci troviamo letteralmente sbattuti fuori di noi, o meglio al limite di ciò che siamo, su quel confine poroso in cui comunichiamo con gli altri (compreso quello speciale “altro” che siamo noi stessi).

GB: [Sì], la comunicazione non si aggiunge alla realtà umana, la costituisce. […] L’uomo cessa – al limite del riso – di volersi tutto, e si vuole infine ciò che è, imperfetto, incompiuto, buono – se è possibile, fino ai momenti di crudeltà. […] I momenti sovrani sono relativamente banali: basta un po’ di ardore, di abbandono, mentre una certa codardia ce ne allontana. Ridere alle lacrime, godere sensualmente, non vi è nulla di più comune, evidentemente (ciò che è strano è piuttosto l’atteggiamento servile che assumiamo parlando di queste cose a posteriori, come se nulla fosse). L’estasi stessa ci è vicina: si pensi all’incanto provocante della poesia, all’intensità di un riso irrefrenabile, e quel vertiginoso senso di assenza, ma li si pensi semplificati, come ridotti a punti geometrici, nell’indistinzione. O ancora, l’apparizione, di notte, alla finestra di una casa isolata, del volto amato, ma orrendo, di una morta: improvvisamente, al manifestarsi di questa visione, la notte mutata in giorno, il tremito di freddo in un sorriso folle, come se nulla fosse – poiché il rapimento acuto si distingue appena da un qualsiasi altro stato o momento. L’angoscia, allora, sarebbe il ritiro dal gioco. Ho bisogno di amare. Ho bisogno di lasciarmi andare alla felicità, indovinando la chance. […] Non posso essere in gioco senza l’angoscia che mi dà il sentimento di essere sospeso. Ma giocare significa superare l’angoscia. Sono una provocazione per quelli che amo. Non posso sopportare di vederli dimenticare la chance che sarebbero se s’introducessero nel gioco. Una speranza insensata mi innalza. Mi vedo davanti una specie di fiamma, che sono io stesso, e che mi incendia. “…vorrei far del male a coloro che illumino”. Sopravvivo – non potendo far nulla – alla lacerazione, seguendo cogli occhi questo bagliore che mi schernisce. Del riso, ho detto: “Io lo sono – al momento estremo del suo rompere – finché ridere è superfluo e fuori luogo”.
L’esistenza non si trova dove gli uomini si considerano isolatamente; essa comincia con le conversazioni, il riso condiviso, l’amicizia, l’erotismo; essa ha luogo solamente nel passaggio dall’uno all’altro. Odio l’idea di essere legato alla separatezza e rido del solitario che pretende di riflettere il mondo. Egli non può veramente rifletterlo perché divenendo lui stesso il centro della riflessione, cessa di essere un’immagine dei mondi che sfuggono in tutte le direzioni. [Quando] invece vedo che i mondi non assomigliano a nessun essere separato e chiuso su se stesso, ma a quel che passa da un essere all’altro quando noi ridiamo a crepapelle o quando noi ci amiamo, allora l’immensità di questi mondi mi si apre e io mi confondo col loro fuggire. Ovunque, in tutta la realtà accessibile, è necessario trovare il luogo sacrificale, la ferita. Ogni essere è toccato solo nel punto in cui soccombe. Colui che, odiando la solitudine egoista, esige la perdita di sé, prende “per la gola” la distesa del cielo, poiché deve sanguinare e gridare. Nella misura in cui le esistenze appaiono perfette e compiute, rimangono separate, chiuse su se stesse. Si aprono soltanto attraverso la ferita – che è in loro – del non compimento dell’essere. Ma attraverso quel che si può chiamare non compimento, nudità animale, ferita esseri innumerevoli e separati gli uni dagli altri comunicano, e nella comunicazione dall’uno all’altro prendono vita perdendosi.

AM: Questo riso dunque, che ti interessa, al pari dell’eros, della comunicazione e della festa è una specie di accesso – ateo e relazionale – a uno stato “mistico”, qualcosa che possiamo vivere con gli altri e che può coglierci nei momenti più banali, quotidiani…

GB: [Certo, ad esempio] quando ero piccolo e mi facevano il solletico al pancino, questo produceva al mio “piccolo ventre” dei movimenti muscolari repentini, che non dipendevano da me. Questi movimenti che non controllavo mi facevano spaccare dal ridere. Nello stesso movimento in cui mi liberavo del mio ripiegamento in me stesso, “loro” (i movimenti involontari) si liberavano di me. Io e il mio solleticatore entravamo allora in una sorta di convulsione comune, in grazia del fatto che questo “piccolo ventre”, questo “pancino”, era sfuggito alla stabilità che gli attribuivamo. Il riso raddoppiava al raddoppiare del solletico, fino a farmi male, e più mi avvicinavo a gridare d’angoscia, più ridevo. Il momento “liberatorio” del riso non è tanto il suo inizio, quanto quello in cui il riso si raddoppia fino a raggiungere un’intensità meravigliosa. In quel  momento infatti l’angoscia, che solitamente paralizza l’attività, accresce invece la violenza di un’eccitazione che non può essere arrestata.

AM: Ecco una questione che non sembra proprio andare da sé. Mi sa che questa ce la devi spiegare un po’ meglio, anche se sappiamo che spiegare non è il tuo forte. Tu colleghi, lungo tutta la tua opera e con un’insistenza sintomatica, il riso all’angoscia. In questo sei molto diverso sia dall’idea che ha Bergson del riso, sia dal delicato concetto pirandelliano di “ironia”. Il riso parrebbe infatti essere il contrario, la negazione dell’angoscia, eppure tu sembri percepirlo piuttosto come un lato della moneta, quasi il “rovescio della fodera” dell’angoscia stessa…

GB: [Di] certo non è l’angoscia a scatenare il riso, ma l’angoscia – sotto qualche forma – gli è necessaria. E’ al “levarsi” dell’angoscia che il riso comincia. In condizioni normali un’angoscia quasi impercettibile è “tolta” da un piacere. Dei bimbi ridono di gusto per la caduta di una persona che temono, del proprietario del chiosco che li insegue perché hanno fatto cadere delle mele. Ad essere “tolto”, “risolto”, nel riso, è più il rischio di un’angoscia che non un’angoscia vera e propria. Nel riso, diversamente da altre forme di depénse, non c’è perdita, ma accordo con la perdita.

Una giovane inglese rideva malvagiamente ogni volta che apprendeva delle morte di persone conosciute. Questa condotta inconsueta – rispetto alla sua generale buona educazione e gentilezza – mette bene in evidenza quel che tradiamo ridendo: l’accordo intimo, al fondo delle cose, della nostra gioia con un movimento che ci distrugge. La ragazza rideva proprio perché sapeva che “non doveva”, allo stesso modo in cui un attore sul palco rovina una scena perché colto da un attacco di ridarella. Questa angoscia “seconda”, che strangola il riso, è proprio ciò che lo fa esplodere a dismisura, ben più irresistibilmente che alla prima tornata. […] Quando mi sono trovato sotto i colpi di un simile riso “raddoppiato” non potevo percepire nulla distintamente, salvo questo doloroso e voluttuoso accordo dentro di me del riso e della vertigine […] Ciò che possiamo controllare e modificare a nostro piacimento ha relativamente poco senso e importanza. Se solo potessimo smettere di considerare inferiori le emozioni che proviamo nel nostro fou rire, allora forse potremmo davvero “cambiare stato”, sublimarci, costruirci un altro mondo, ma ci mancano le forze: siamo legati.

AM: Tu dici “siamo legati”, non possiamo farci niente, ma è davvero così?

GB: Non possiamo sopprimere questa pesantezza, né modificare le condizioni alle quali ridiamo. Un uomo che vi riuscisse differirebbe già dagli altri uomini quanto un uccello da un serpente. […] Nei momenti in cui il riso si raddoppia, un uomo che abbia la forza di reggerlo si sentirà dio. […] Così è colui che è in preda al riso folle: questa crisi lo afferra alla vita, gli schiude la possibilità smisurata dei mondi fino a farlo morire. Poiché in questa specie di al di là da cui sorge – da cui non può sorgere che “malgrado” se stesso – ha cessato di potersi distinguere da ciò che più lo sconvolge e inquieta; non è più separato dalla morte, da ciò che uccide, poiché un riso inestinguibile – che lo strazia – gli ha fatto varcare il confine, lo ha posto in accordo col mostruoso unisono.

AM: Hm, capisco, dici che non possiamo ma alla fin fine, in tutto quello che scrivi e nei tuoi deliri più ispirati, sembri dire proprio il contrario. Penso solo al modo magistrale in cui riprendi il rapporto di Nietzsche con il riso, al modo in cui nei tuoi lavori diaristici ti si può letteralmente sentire vincere l’angoscia proprio grazie a questo riso sovr(um)ano. E in fondo, ammettilo GB, questo tuo riso assomiglia moltissimo a quello del giovane pastore dello Zarathustra

E in vero io vidi cosa non mai veduta prima. Vidi un giovane pastore che si contorceva soffocato, col volto contratto; e dalla bocca gli pendeva un grosso serpente nero.
[…] Forse egli dormiva, e il serpente gli si era cacciato nella gola, attaccandovisi coi denti? La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sé — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: “Mordi con tutta forza: Mordi!”,
“Stacca coi denti la testa! Mordi con forza”, così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in si unirono in me in un solo grido. […] Che cosa  vidi io in quella parabola? E chi è colui che deve venire un giorno? Chi è il pastore, nella cui gola si cacciò il serpente? Chi è l’uomo, nella cui gola entrerà tutto ciò che è più pesante e più nero?

Ma il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Sputò lontano la testa del serpente: — e sorse in piedi. Non più un pastore, non più un uomo — ma un rinnovato, un illuminato, che rideva! Mai ancora sulla terra uomo rise al pari di lui! O fratelli miei, io udii un riso che non era umano, — ed ora una sete mi divora, un desiderio che non ha tregua. Provo il desiderio di quel riso; e questo desiderio mi divora: oh, come posso sopportare ancora la vita? E come potrei ora acconciarmi a morire?».
(F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Capisco in ogni caso quel che vuoi di dire GB: il riso di cui parli è un’esperienza sovrana, ma di queste esperienze non si può parlare senza tradirle, ed è per questo che – a volte – quando ne scrivi più teoricamente è come se ti ritraessi dalle tue stesse parole, come se ti vergognassi del tradimento implicito che c’è in ogni tentativo di mettere simili esperienze in discorso, di mettere la vita che siamo in parole. Ci sono momenti in cui letteralmente non possiamo conoscere ciò che siamo, momenti (o forse è così la vita intera?!) in cui non possiamo conoscerci perché siamo troppo impegnati a esserci

GB: [Beh,] l’autonomia dei momenti di angoscia o di gioia (estasi o piacere fisico) [è] la meno contestabile. Il piacere sessuale (che si nasconde ed è motivo di riso) raggiunge l’essenziale della maestà. E così la disperazione. Ma il disperato, il voluttuoso, non conoscono la loro maestà. E se la conoscessero, la perderebbero. L’autonomia umana necessariamente sfugge (si rende schiava proprio affermandosi). La vera sovranità è una esecuzione capitale di se stessa, così coscienziosa che non può, in alcun momento, porsi il problema di questa esecuzione. A una donna occorre più virtù per dire: “No men around, i’ll go and find one”, che per rifiutare nella tentazione. Se si è bevuto, si scorre naturalmente l’uno nell’altro. La parsimonia è allora un vizio, un’esibizione di povertà (di disseccamento). Se non fosse per la capacità che hanno gli uomini di offuscare e avvelenare le cose sotto ogni aspetto – di essere rancidi e pieni di fiele, piatti e meschini – che scusa avrebbe la prudenza […] ?  Dai recessi d’infelicità che portiamo in noi, nasce il libero riso che richiede un coraggio angelico. “Questo v’è di grande nell’uomo: che è un ponte, non un fine; ciò che si può amare nell’uomo, è il suo essere una transizione e un declino. Amo coloro che sanno vivere solo tramontando, perché così passano al di là. Mi piacciono i grandi spregiatori perché sono grandi adoratori, frecce del desiderio teso verso l’altra riva”. Quando si leggono, queste frasi di Zarathustra (prologo della prima parte) hanno ben poco senso. Evocano un possibile e chiedono di essere vissute sino in fondo da chi fosse disposto ad agire senza misura, accettando di se stesso unicamente il balzo col quale poter superare i propri limiti. Odio i monaci. Rinunciare al mondo, all’apertura sul possibile, alla verità dei corpi, dovrebbe secondo me provocare vergogna. Non c’è peccato più grave. Sono felice di ricordare la notte in cui ho bevuto e ballato – ballato da solo, come un contadino, come un fauno, in mezzo alle coppie. Solo? Veramente si ballava l’uno di fronte all’altro, in un potlatch di assurdità, il filosofo – Sartre – ed io. Ricordo di aver danzato volteggiando. Saltando, battendo il pavimento coi piedi. In un sentimento di sfida, di comica follia. Questa danza – davanti a Sartre – si collega in me al ricordo di un quadro (le Demoiselles d’Avignon di Picasso). Il terzo personaggio era un pupazzo fatto di un teschio di cavallo e di un’ampia vestaglia a righe, gialla e color malva. Uno squallido baldacchino di letto gotico sovrastava questi sollazzi. Un incubo di cinque mesi finiva in un carnevale. Che stranezza associarmi a Sartre ed a Camus (cioè parlare di scuola)…

AM: Vabbè dai, adesso non tirartela troppo GB. Restiamo sul pezzo, torniamo a Nietzsche. C’è il riso del pastore, ma che c’è anche quell’altra bella espressione, in cui si parla di Zarathustra come del wahrlacher, di “colui che ride la verità”, e poi c’è una terza celebre sentenza di Nietzsche sul riso, a cui sei molto legato…

GB: La mia comunità con Nietzsche riguarda l’esperienza del non-sapere, a cui si può accedere anche attraverso una certa esperienza del riso. [Ti cito allora] alcune parole di Nietzsche, che si trovano in una nota degli anni 1882-1884. Nietzsche scrive “Vedere sprofondare le nature tragiche e poterne ridere, malgrado la profonda comprensione, l’emozione e la simpatia che si prova. Questo è divino”. Ecco, io credo che quanto dico parlando del non-sapere, dell’esperienza e dei suoi effetti su di noi non possa essere dissociato da una simile affermazione. Il riso di cui parlo, il riso che può essere divino, è il riso che può scatenarsi nel veder soccombere una natura tragica. Certo, forse c’è già qualcosa di un po’ troppo magniloquente in questa frase di Nietzsche, mi disturba un po’, forse è un po’ troppo tragica lei stessa. Poiché quando ci si chiarisce il vero significato del tragico, fino a poterne ridere, tutto si alleggerisce. Ridendo dell’impossibile che mi colpisce, ridendo del sapermi sprofondare, sono un dio, che si prende gioco del possibile che è. Non convoco più l’impossibile al fine di eluderlo, come fa invece la tragedia, seguendo la teoria della catarsi di Aristotele. Zarathustra rese sacro il riso. Adesso posso dirlo con chiarezza: il riso è leggerezza – ma se Nietzsche l’avesse detto avrebbe fallito il bersaglio. Resta vero che questo ridere, diversamente dalle lacrime, è legato a una posizione dominante.

AM: Credo sia difficile per molti, caro GB, capire in che senso qualcosa che ci sovrasta, che ci possiede, qualcosa che (in un certo senso e fino a un certo punto) ci distrugge, possa rappresentare ciò che chiami una posizione dominante e una forma estrema, l’unica possibile, di sovranità

GB: Potremmo supporre che il risibile sia non semplicemente sconosciuto, bensì letteralmente inconoscibile. Dobbiamo anche affrontare questa possibilità. Il risibile potrebbe essere letteralmente l’inconoscibile. […] Noi non rideremmo, in questo senso, per una ragione che non riusciamo a comprendere (a causa di una mancanza di analisi o di informazione), bensì perché l’inconoscibile fa ridere. Ci fa ridere passare di colpo da un mondo in cui tutto è dato nella sua stabilità, a un altro dove di colpo queste nostre sicurezze sono rovesciate, dove scopriamo che esse erano fallaci, dove scopriamo che la loro prevedibilità è stata rovesciata da un elemento imprevedibile che ci scombina e che ci rivela una verità ultima: che le apparenze superficiali dissimulano una loro perfetta assenza di risposta nei confronti delle nostre aspettative. Ci rendiamo insomma conto che, nonostante tutto cada sotto l’esercizio della conoscenza, il mondo intero è non di meno posto fuori da questo esercizio. E non solo il mondo, ma persino noi stessi. C’è insomma, in noi e nel mondo, un qualcosa che si rivela, di cui però la conoscenza non può darci l’accesso, la chiave. Un qualcosa che può essere situato unicamente come ciò che non può essere raggiunto dalla conoscenza. Credo che, in ultima istanza, sia di questo che ridiamo, ciò che al fondo ci illumina e ci riempie di gioia.

AM: Sì, bello, ma onestamente si capisce male perché il tragico, l’inconoscibile e il non-sapere dovrebbero far ridere. Perché il non-conoscibile dovrebbe farci ridere, specialmente quando questo inconoscibile siamo noi stessi? Perché il vertiginoso impatto con questa parte di noi che “non è fatta per essere conosciuta” (come Lacan – copiandoti, amava dire del reale), dovrebbe illuminarci di gioia e farci sbregare dal ridere? A volte bisogna prenderti così, ruminarti. Sei un animale raro anche per questo…

GB: [Mah, sai AM], l’immensità messa alla luce, invece di portare la trasparenza all’infinito, è infranta dall’agitazione dei muscoli. […]. Soltanto un’insistenza nello slancio, una leggerezza senza legami (l’autonomia, la libertà stesse) danno al riso un potere senza limiti…

AM: Già, ma non sono troppo convinto che si possa fare di queste pur profonde verità un principio particolarmente stabile a cui appoggiarsi nella vita, che ne dici?

GB: La vita? La morte? Talvolta butto l’occhio con amarezza verso il peggio; non potendone più, recito a scivolare nell’orrore. So che tutto è perduto; la luce che potrebbe infine illuminarmi brillerebbe per un morto. Tutto in me ride ciecamente alla vita. Cammino nella vita, con la leggerezza di un bambino, la reggo. Ascolto cadere la pioggia. La mia tristezza, le minacce di morte, e questa specie di paura, che distrugge ma indica un culmine, si agitano in me; tutto questo mi ossessiona, mi soffoca… ma vado oltre – andiamo oltre.

AM: Si GB, andiamo oltre. Sei il miglior compagno che una persona in preda a grandi emozioni possa trovare sulla propria strada. Sei più un amico che un filosofo (cosa che va a tutto vantaggio della tua filsosofia). La mia vita con te è una comunità. Grazie di esserti prestato a questo gioco, sono certo che ne avresti riso a crepapelle. Speriamo di farci presto un’altra chiacchierata. Ciao!

1 Commento

  1. Pas mal Dott.Muni , non ho letto GB , ma trovo l’argomento attraente quanto la Festa.”L’insostenibile leggerezza dell’Essere” “The light side of the Moon (man)”.Intenso ,appagante, erotico, eccitante ,il riso è liberatorio e preparatorio a una vita intensa , vissuta , baciata ,amata sdrammatizzata.

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