Note su “La letteratura e il male”. Memorie di un abbecedario invertito #MORTIVERSARIO/BATAILLE

di Donato Novellini

(dipinto di Andrea Savazzi)

La Littérature et le Mal, saggio in otto mosse di Georges Bataille pubblicato nel 1957 da Gallimard, potrebbe a ragion veduta essere consigliato ai neofiti, viatico di lazzaretto letterario per aspiranti cattivi discepoli, congeniale primo approccio – va da sé iniziatico quanto corruttivo – all’ecclettica opera dell’intellettuale francese. Quantomeno così fu per lo scrivente quasi trent’anni orsono, giunto bellamente sprovveduto e con un bagaglio di gagliarda ignoranza a quel tascabile Mondadori (nella traduzione di Andrea Zanzotto), spinto all’incosciente trapasso dal febbrile desiderio di dare un seguito al fatidico maelstrom nicciano: che fare per l’appunto, dopo aver soppesato la trasvalutazione di tutti i valori? E a seguito degli inquietanti annunci funebri riguardanti la morte di Dio? Ubriacarsi probabilmente, drogarsi, darsi ad effimeri baccanali perpetuando il senso di smarrimento e l’ambizione al fallimento; oppure rinsavire pavidamente, rattoppando fuori tempo massimo brandelli di educazione cattolica. Arrendersi pregando in ginocchio, dalla parte del Bene, santi sconosciuti e madonne di gesso? O, peggio, stare ad ascoltare la vuota, untuosa, retorica dei politicanti? Giammai.

Quanta arroganza, si dirà, quanta spavalderia. Ci s’immagini un ventenne, iconoclasta e autodidatta, ingenuamente nichilista come si poteva esserlo negli anni ‘90 e non più – circondato dal grigiore di città anonime, orfane dell’edonismo ‘80, oppresso da cascami di fallimenti ideologici imputabili a generazioni precedenti, frastornato da pubblicità colorate e pornografia, transessuali puttane ai bordi delle strade, ma affascinato dagli ultimi suicidi romantici (Kurt Cobain) – coltivare in autarchia il proprio piccolo, embrionale, orticello di riferimenti estetici, esistenziali, artistici. Senza più passato, tantomeno futuro, di concreto solo la noia finalizzata ad alimentare se stessa pur di non dover diventare un orribile adulto, apatico circolo vizioso. Bataille, filosofo pur senza ritenersi tale, antiaccademico escursionista d’inferi, romanziere scandaloso, pensatore mistico quanto materialisticamente oltraggioso, s’accomodava alla perfezione nel salotto mefitico dei reprobi, dotti ierofanti refrattari al tirannico progresso così come alla comoda nostalgia, banalmente definiti “maledetti” dal grossolano romanticismo della gioventù: Debord Cioran Céline Mishima Pound, Velvet Underground Joy Division Throbbing Gristle CCCP-Fedeli alla Linea, Mario Sironi kazimir Malevich Francis Bacon il Dada, Herzog Wenders Fassbinder Jodorowsky, eccetera; tedio quotidiano alienazione stravaganze, i pomeriggi trascorsi nei cimiteri a contemplare il silenzioso coro dei morti su vecchie panchine in granito, le serate ai bar dei vecchi, birre e sigarette femmine astratte, imprendibili vestali seduttive, Carmelo Bene Cinico TV Fuori Orario, ci si abbeverava da una coppa di fiele in attesa del mescitore bendato.
“Tutto ciò che sappiamo serve a niente” si diceva all’epoca con rassegnato snobismo, facendo sfoggio d’una certa inettitudine pratica, mancata attitudine al far della vita un mestiere da stipendio o un utensile in mani altrui, eppoi asocialità conclamata, pigrizia, alterità alle mode, inedia, vacuità, disinteresse nei confronti dello sport e degli studi comandati, disimpegno politico ed ancor peggio civico; certo il motteggio generazionale non era ai livelli di saggezza del rosacrociano “Summa scientia nihil scire”, ma c’è pur da dire che nel frattempo stava prendendo piede una terminologia sempre più coercitiva, oppressiva, asfittica, omologante: era per l’appunto l’epifania della globalizzazione moderna, intronata dalla tecnologia, sotto l’egida della Produttività e quindi della Sicurezza. In pratica l’agenda dell’attualità.

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Georges Bataille, con la sua destabilizzante dépense, poneva allora e più che mai oggi, un paradigma irrazionale, o forse meglio una disciplina di vita capovolta, pericolosamente seducente, radicalmente antitetica a tutte le possibili parti in causa, avversa alle fazioni o funzioni sullo scacchiere, agli interessi in ballo di chicchessia, al profitto come alla rappresentanza di potere. Al senso di responsabilità, soprattutto. Eros e morte era il Bignami divulgativo mandato a memoria, diarchia invero semplicistica, quando semmai più profondamente l’autore poneva sul piatto incandescente dei paradossi esistenziali la questione del limite, dell’esperienza estrema, il varco incosciente di un oltre non teorizzabile a priori: sorta di eroismo amorale teso all’oltraggio di sé e dell’altro, uno a caso, per cavarne fuori una stilla di vita in purezza da spartire con la vittima, cavalierato dell’inanità, sempre l’atto vano, obnubilante, il dono, la vanità del male più accettabile di quella della virtù, purezza corrotta, vilipendio delle sovrastrutture borghesi, onanismo orgasmo lacerazione carnale, trascendenza, Bernini e l’Estasi di Santa Teresa. Piacere e agonia. Piscio sperma muco saliva bava sangue, squallore e beatitudine. Ciò che ancora stupisce, rileggendo Bataille, è l’epica lussuriosa del tracollo che ne permea l’opera, sordida empietà che nei romanzi si sfalda in spossatezza e nauseabonda lascivia, trattenendo però grumi d’ascetico martirio come da tradizione mistica cristiana (Angela da Foligno, soprattutto), mentre nei saggi la dilapidazione del Sacro, sorta di sacrificio rituale fine a se stesso in absentia Dei, si fa paradossalmente attiguo – anche se speculare indugiando dietro la maschera blasfema – alle disamine antropologiche del cattolico René Girard (capro espiatorio e desiderio mimetico). Cortocircuiti.
Cacciato con pubblico biasimo dalle congreghe surrealiste, accusato presso la rive gauche di degenerazione patologica, ovviamente inviso a Sartre, quindi dato per disperso nelle selve del male più solipsistico – tanto da far sospettare in lui una subdola fascinazione nei confronti dell’esoterismo nazista – Georges Bataille finì col diventare Cattivo Maestro a sua insaputa. Definizione cattedratica alquanto inappropriata, difatti dietro al Male messo in ostensorio, quale strumento liberatorio dalla morale incapacitante, nel suo magistero ribaltato permane sottotraccia un elemento paradossalmente fanciullesco e irresponsabile, stupore terrore meraviglia orrore, come la sensazione del bambino in fuga dai doveri imposti, scolaretto evaso dall’opprimente pedagogia adulta, diretto in preda ad un’emozione inedita nell’oscurità della cantina, in soffitta o nei pressi di una foresta incantata da qualche oscuro maleficio. Auto-spavento e rossori in volto, masturbazione, rantolo di godimento, la mostruosità della prima eiaculazione tra i rovi, ebbrezza del peccato consumato di nascosto, vergogna. Orbene, codesta attitudine alla perdizione clandestina, all’abbandono catartico oppure più banalmente peccaminoso, non reggerebbe affatto se al contempo l’autore non consolidasse di continuo l’ostacolo del dovere morale, fortificandone i bastioni: Bataille ha necessità di un veto credibile per poterlo oltraggiare. Nei suoi scritti permane un’atmosfera liturgica sconsacrata, eucaristica, macabramente euforica com’è dopo il passaggio di vandali iconoclasti, sorta d’anarchia provvisoria che reclama la necessità di un nuovo padrone o despota, dell’ennesima usurpazione: della pala d’altare trafugata resta pur sempre la cornice finemente intagliata a circoscrivere il vuoto sacro, perimetro di parete testimone d’assenza, disvelamento della muffa retrostante, scoperta d’una pittura murale antecedente, e più addietro ancora segno rupestre di cerimonia, qualche funerale ancestrale qualche morte perenne, cortei di prefiche addolorate bagnate di tutti gli umori del mondo. C’è, soprattutto nei romanzi, una sorta di “dialettica olfattiva”, bestialità scriteriata tra lezzo corporale ed evanescenza d’incenso, estrema impudicizia portata al parossismo in quieti contesti famigliari borghesi o addirittura religiosi, la rivelazione d’un afflato tragico (tragicomico?), sottilmente angosciante, emanante dal piacere, qualcosa di putrescente riconducibile proprio all’amore carnale, al sesso e a ciò che ne resta nei corpi dopo il godimento: disfacimento fotografato implacabilmente il mattino dopo, decadenza appiccicata a luride lenzuola, pubblico ludibrio umano esposto alla violenza del sole, alla spietatezza d’uno specchio. Oltrepassando in più passaggi la soglia della volgarità pornografica, Bataille non smette affatto di filosofare, anzi rafforza un certo tipo di pensiero tipicamente francese – il sodale Maurice Blanchot, così pure Pierre Klossowski, possono essere a ragione chiamati in causa – d’ascendenza cattolica, inerente al concetto di perdita e sacrificio, anzi ne sublima lo spirito pauperista nel barocco dello sperpero mondano. V’è ascesi solo nella dissipazione e il culmine del godimento, per Bataille, assomiglia terribilmente ad un martirio senza Paradiso: il martirio nel piacere è già Dio.

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Tornando a La letteratura e il male e alla sua relativa fruibilità, trattasi di manualistica a tutta prima accattivante, giacché il volumetto passa in rassegna con autopsie a d’uopo la poetica degli illustrissimi convenuti alla seduta spiritica: Emily Brontë, Charles Baudelaire, Jules Michelet, William Blake, Sade, Marcel Proust, Franz Kafka e Jean Genet. Georges Bataille, qui nei panni d’un Virgilio traviato, fa da guida nei meandri del Male inchiostrato, affonda il coltello tra le pieghe (e le piaghe) meno indagate d’una compiaciuta, eppure talvolta paradossalmente inconsapevole, colpevolezza artistica; s’inabissa negli anfratti di un’assoluta immoralità letteraria, qua e là ammantata di classicismo, appagata da sordido deliquio, a prescindere dagli intenti più o meno luciferini del rispettivo autore trattato. Orbene, se taluni elementi d’interesse possono risultare estrapolati arbitrariamente da un contesto romanzesco variegato quanto teoreticamente inespugnabile (Brontë), forzatamente piegati alla conferma di una tesi data a posteriori (Michelet), o addirittura trattati più compiutamente da altri (l’enciclopedico Saint Genet, di Sartre, è balena che inghiotte tutto l’interpretabile del ladro-poeta), nondimeno il libro mantiene sottotraccia un filo conduttore coerente, originale rispetto alla classica critica letteraria, affatto pedagogico, tantomeno banalmente divulgativo. Distruggere l’icona poetica piuttosto, per vedere se ne esce fuori un rivolo di sangue. Soprattutto negli approfondimenti dedicati a Baudelaire, Blake, Sade, Kafka e Proust, emergono le vere affinità elettive dell’autore, ed è in quei capitoli che occorre scavare – invero nemmeno troppo a fondo – per trovare il tanto bramato fiele in purezza. Se nei primi quattro casi, a vario titolo esemplari, l’indagine di Bataille s’incunea come vomere nel terreno fertile dell’empietà, riguardo al trattato su Proust la questione diventa decisamente più sottile, mimetica e al contempo affascinante. Per varie e tutte pessime ragioni, vieppiù sconfinanti negli stereotipi accomodanti che avvolgono i capolavori della letteratura depotenziandone la carica destabilizzante, siamo portati a ritenere À la recherche du temps perdu un pachidermico romanzo di formazione, sul quale è fatalmente destinata a posarsi la polvere del classicismo libresco, la cenere un poco necrofila della più barbosa erudizione; tutt’altro invece: golem cosmogonico zavorrato di spleen, enciclopedia sulla nostalgia di un mondo, di un tempo storico, quello del XIX secolo che sta per finire, macrocosmo e microcosmo narrativo, è l’excursus mondano di una confidenziale voce narrante, mappa esistenziale d’un giovane indolente, aspirante scrittore, novizio eppure arguto osservatore, alle prese con un accumulo finemente descrittivo di memoria, annotatore scrupoloso di minuti ricordi e più vasti scenari, collezionista di illusorie verità destinate a fondare significati effimeri, lasciando segni e cicatrici proprio sulla ricorsività aleatoria, quanto artisticamente liberatoria, del tempo. Tempo perduto o perso? “Loisir” non è ben traducibile in italiano, esattamente come dépense.

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Bataille, implacabile contro-moralista, riesce a scardinare la cesellata prosa proustiana, infrange quel raffinato depistaggio maniacalmente descrittivo, labirinto di sublimi formalismi e decadentismi salottieri, elude la trappola di velleità enfasi patetismi fallimenti infatuazioni e fugaci piaceri, profanando la cattedrale gotica, il dogmatismo architettonico del romanzo, per pigliarsi ciò che gli serve. Invero partendo dal prototipo Jean Santeuil, l’autore de La letteratura e il male scende come uno speleologo nelle voragini spiraliformi della Recherche, tirando le fila di un sottotesto catacombale di perversioni e morbosità solo in parte manifeste – presenti principalmente nei libri All’ombra delle fanciulle in fiore, Sodoma e Gomorra, La prigioniera – facendone emergere il lato oscuro, meno decorativo ed astrattamente melanconico. Recuperando lacerti psicanalitici d’ascendenza freudiana, Bataille mette in risalto un particolare apparentemente secondario: mentre l’amatissima figura della nonna viene raccontata senza risparmio di affettuosi dettagli, fino all’incontinente struggimento al momento della sua morte, padre e soprattutto madre del narratore Marcel restano sbiaditi sullo sfondo, personaggi secondari, astratte comparse, fantasmi. Curiosa trascuratezza, per uno scrittore tanto puntiglioso, come da famosa sentenza “capace di impiegare trenta pagine per descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”. Tutto il non detto è un mostro che aleggia. La chiave di lettura esposta ne La letteratura e il male, ripresa e sviluppata più compiutamente da Bataille altrove, soprattutto nei saggi dedicati a Kafka e Genet, sta tutta in una sorta d’archetipale infantilismo dionisiaco, sulfureo privilegio d’incosciente, ebbro capriccio senza sorveglianza, viziosa autoindulgenza tutelata da Bathilde Amédée (la nonna), a discapito della – Educativa? Coercitiva? Castrante? – prossimità genitoriale. Dunque, assecondare il male significa continuare ad essere fanciullo e simbolicamente orfano nel mondo – colui che in totale innocenza fa strage di formiche con l’alcol, ad esempio – mentre scegliere di restare fanciullo a discapito dell’età, crescendo, forse vuol dire giocare col male, farne teatro, rappresentazione, pur di affrancarsi dal carcere delle meccaniche virtù, consegnandosi volontariamente all’ignominia nella comunità d’appartenenza pur di evitare l’agonia del processo borghese, tortura burocratica del Giudizio, i ceppi di qualche ipocrita ravvedimento. Si diventa buoni solo votandosi all’onta, candore d’un sudario nettato con la cenere, al culmine traboccante della propria recondita, generosa, malvagità: si chiama Libertà la più bella schiavitù organizzata dal mondo della bontà istituzionalizzata, normata, sempre più spesso imposta. Optare per l’empietà vuole dire essere liberi d’errare tra fogne affrescate e basiliche di sterco, talvolta addirittura è lo stigma di buoni cristiani, consapevoli del peccato e perciò volontari peccatori, più eccezionalmente quello dei poeti, profeti corrotti capaci di raccontare il paradiso come fosse inferno, e viceversa.

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