“Questo fiocco di neve è una valanga”. Considerazioni generazionali alla vigilia del 25 settembre

di Enrico Cattaruzza

(Immagine di Silvia Mengoni)

Questo fiocco di neve è una valanga

(Idles, “I’m scum”)

L’illusione più grande: essere soli. La menzogna: dover sempre pagare un prezzo. Il segno dei tempi: l’ansia, un borborigmo appena percepibile sotto la faglia, poi inarrestabile quando sfonda. Bisogna direzionarne il corso, perché non si può sopprimere. Tornando a respirare dopo un’apnea, forse, come suggerisce Sara Nocent nel suo contributo a questo dibattito. O ridendo in faccia a chi ha lucrato sulla nostra paura di sbagliare, offrendo cinquecento euro in cambio di quaranta ore di lavoro. Oppure addentrandoci nel momento e nel dolore, guardando in alto e fuori.

Dietro l’angolo, le elezioni politiche. Arrivano dopo un trentennio fatale, e la storia di due crisi ad accompagnare i nostri anni migliori, mentre attorno si smantellavano le certezze.

Settembre ’22, vigilia di un autunno, più che caldo, misero. La bestia è affamata, stramazza morente. Nemmeno l’acqua è in mano pubblica. Non si trovano gli infermieri, professione cruciale ma senza potere, scarseggiano i medici. Gli ultimi concorsi per funzionari ministeriali sono andati deserti: vivere nella Capitale è insostenibile anche per chi ci lavora. Le multinazionali tornano a casa dalla provincia, senza lasciare nulla, dietro al silenzio imbarazzato di uno studio legale. Riscaldarsi e cucinare costa a volte un terzo dello stipendio, mentre metà del salario è impegnata dall’affitto o da un mutuo che pregiudicherà le tue scelte ancora per vent’anni, sempre che un algoritmo ti giudichi degno del privilegio di un cappio costruito a tua misura.

Ma la Repubblica è fondata sul lavoro, ci rende liberi, coinvolti nella sua florida vita. Del resto, l’occupazione aumenta. Ma quale occupazione? Gli italiani nel periodo centrale della propria esistenza, quello prolifico di amori e idee, sono un esercito di lavoratori poveri. Molti se ne sono andati, a malincuore. Nella mia città c’è una voragine: chi va a scuola e chi in pensione, in mezzo il silenzio.
E i più giovani? Spaesati. Se sintonizzati sui dibattiti che prendono piede sui social, dove il mondo si trasforma a velocità inudibile, non possono certo ritrovare sé stessi nei luoghi del potere e del lavoro, fondati su strutture desuete, forme che non vogliono cambiare perché non possono cambiare senza essere costrette a rendicontare la propria inutilità, esercizio a cui si sottraggono con saggi d’ipocrisia; né può un ventenne identificarsi con gerarchie burocratiche e aziendali tra cui vagherebbe sperduto in cerca di un perché, divorato da un anacronismo, dissociandosi per salvare pelle e psiche evitando di assecondare fino all’intimo la voce di un capo non più abituato a gestire dissensi. Ma del resto, è il capo a decidere? Può negoziare, venire a patti, cambiare il corso di una scelta? No, è imbelle: si decide altrove, più in là, fino a non vedere il volto del responsabile. La colpa, si difende la classe dirigente più floscia di sempre, sta nel meccanismo, non in chi lo fomenta con carburante ad alto costo, scaricato su chi per ultimo arriva.

Forse non è questo il problema. “Esiste una sconfitta pari al venire corroso, che non è mia ma dell’epoca in cui vivo”. Esistono anni svuotati di idee, silenziati dal chiasso che maschera il pensiero, figli di una strategia malcelata eppure subdola.
Esiste una generazione che sta mollando in silenzio, che non ha più interesse a dimostrare il diritto a una dignità attraverso un lavoro inutile. Esiste una generazione che dal fondo vede la luce di un’alternativa.

Non siamo più disposti a essere i tirocinanti della vita, a emendare le colpe imposte da chi ha imparato i trucchi al mercato globale, inculcandoci il sospetto che la nostra formazione, cultura e capacità critica fossero peccati da espiare, sbagli da correggere. Non siamo più in grado di assecondare amministratori delegati privi di una visione purchessia, in preda a egotismi e spinte incontrollate. Non ci riconosciamo in un’etica del lavoro fine a sé stessa, priva di uno scopo da noi avvalorato; non siamo più propensi a sacrificarci per produrre beni che sfuggono, utili che decollano verso conglomerati occulti.

Non abbiamo più voglia di lavorare tra cingoli arrugginiti, consumatori privati del piacere residuo di consumare, alzando architravi a sostegno del nulla. Avremmo voglia, invece, di cooperare, di ricostruire come in un dopoguerra, liberando i nostri orizzonti un tempo sbarrati da chi ha prosperato su rendite di manomorta, e fabbricato lussuose tane negli interstizi del potere, rosicchiando favori e plusvalenze.
Stanno rifiorendo associazioni, formali e informali, fervono sui social messaggi di ritorno al futuro, è tornato il pensiero irrobustito dai tagli lineari, come quelle specie animali o vegetali che una volta mozzate ricrescono in forme più capaci e resistenti.
Esiste una generazione che sta mollando in silenzio il lavoro degli altri, il mondo dei numeri usati come lame, dell’educazione sottratta, dell’ambizione a escludere. Ma il resto lo desidera ancora, non importa se è quella vasta porzione che si stenta a rappresentare con simboli di profitto.

Esiste una generazione che sta mollando solo ciò in cui non crede. Lo sta mollando in silenzio, consapevole che la ritirata farà un gran baccano. Sta mollando per vedere gli invertebrati – quei dirigenti e politici nazionali e locali schifosi fin dall’abito – inginocchiarsi sui propri pantaloni stazzonati, a chiedere scusa per avere lucrato sugli intelletti sminuiti, sulle ingenue speranze di chi si affacciava alla vita adulta con la stolida volontà del tecnico appena istruito alle esigenze del sistema.
Del resto, el cambio viene, y nada lo detiene: è da un po’ che sono loro, gli invertebrati, a mendicare i nostri favori, implorandoci di non lasciarli soli, perché hanno bisogno di infermieri, di informatici, di inservienti, per lenire le tristezze di vite da riparare alla svelta o da buttare, per non perdere nemmeno un voto della propria clientela, per mantenere il controllo, un barlume.
Avranno bisogno di tutti noi, e già richiamano chi se n’è andato, non perché pentiti, ma disperati. È tempo per dettare nuove condizioni, negoziare da un punto più alto.

Nel frattempo, ci sono le elezioni. Veniamo invitati a esprimerci, con giudizio di preferenza, proprio su quelle strutture – i partiti – che da tempo riteniamo inadeguate a rappresentare il magma di bisogni e desideri che muove una comunità. Noi, tra i venti e quarant’anni, siamo in netta minoranza, vista la diaspora, e lo spaesamento di chi resta. Dobbiamo scegliere fra quello che c’è, fra nomi inseriti nelle liste con procedure ignote: tireremo i dadi o ci tureremo il naso, ma sceglieremo. Abbiamo sempre fatto il nostro dovere: ci hanno insegnato, del resto, che le rivoluzioni sono inutili, e forse è vero; che il ribelle è un fastidioso, come conviene; che siamo soli – un’illusione; che siamo in difetto – un tradimento.

Ci sono forze politiche che promettono di redistribuire, rassegnate alla sperequazione del modello economico a cui non c’è alternativa; si spingono a proporre – non troppo convinte – l’introduzione di un salario minimo: sarebbe un bel passo in avanti, un’inversione di tendenza. Forse, o difficilmente, perché la frattura resta, la dissociazione dell’automa che compie il proprio dovere e poi si ritira in cameretta, privo dello slancio sufficiente a esercitare il dubbio.
Ma quello slancio, di nascosto, lo conserviamo, da alcune parti anzi straborda. Verrà il giorno in cui si paleserà, come l’acqua alta delle libecciate, ma non sarà una rivoluzione; piuttosto, una rivelazione, un riconoscimento di vissuti comuni.
Sarà questa solidarietà da sconfitti la più grande vittoria, ritrovarsi quasi increduli, dopo un percorso doloroso e solitario, sulla stessa strada spianata, verso quell’orizzonte che non smettiamo di raccontarci.

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