Rompere le catene della schiavitù: il corpo nelle riflessioni di Silvia Federici

di Ivan Volpi

Ci sono donne che hanno legato in maniera coerente il loro pensiero a un vissuto ispirato da pratiche politiche originali; pensatrici che oltre un secolo fa hanno creato i presupposti per una trasformazione degli orientamenti e dei comportamenti femminili, rivoluzionando profondamente i modelli culturali e i paradigmi teorici dominanti. Sono filosofe e scrittrici come Simone de Beauvoir e Virginia Woolf ma, se vogliamo andare ancora più in dietro, sono donne come Mary Wollstonecraft, che nel 1792 a Londra pubblicò la Vindication of the Rights of Women, quello che diverrà il primo manifesto del femminismo ottocentesco.

Oggi Silvia Federici continua a seguire le tracce di un lungo percorso, nel solco di un sentiero già tracciato ma ancora ben lontano dall’essere concluso. Dagli Stati Uniti, dove negli anni Settanta ha cominciato i suoi studi, Federici è entrata in contatto (e ha trovato ispirazione) con il mondo femminista e con quello operaista; il terreno comune tra i due ambiti è alla base di molte delle sue riflessioni, che pongono proprio il femminismo al centro di un rilancio del pensiero marxista. Ad esempio, Potere femminile e sovversione sociale di Mariarosa della Costa, testo in cui viene messa in discussione la tesi di Marx secondo cui il lavoro casalingo della donna non è “produttivo”, diventa presto un suo riferimento imprescindibile; sono tracce che in Italia troviamo in scritti come Il femminismo e il movimento contro la guerra USA del 2004, oppure ne Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista del 2012.

Con il libro Oltre la periferia della pelle. Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo (traduzione di Patricia Badji), la filosofa Silvia Federici ci regala un piccolo gioiello che D Editore incastona in una collana pensata come “un ossario di corpi in rivolta, il sabotaggio organizzato del nuovo millennio, una raccolta di istruzioni per scioperi e boicottaggi ai danni del capitalismo e del patriarcato”. Ne fa parte anche un autore importante che da un altro versante della lotta alle discriminazioni di genere, lavora per la critica e la demolizione del patriarcato: Lorenzo Gasparrini. Da pochi giorni infatti è stato pubblicato il suo Ci scalderemo al fuoco delle vostre code di paglia, un libro che volge lo sguardo sul potere opprimente e ipocrita del patriarcato nei suoi distorti e violenti valori sociali: una lettura al microscopio di “tipi umani comuni, smontati pezzo per pezzo”.

Ma torniamo al libro della filosofa e a quello che i suoi molti strati ci raccontano. Dobbiamo provare a leggerlo senza un’idea di gerarchia o progressione tra precedenti e attuali; se il linguaggio è una pelle, lei sfrega il suo linguaggio contro l’altro (Giorgiomaria Cornelio) e ci consegna la sua visione di brace a illuminare le sempre nuove forme di tortura e terrore che il Capitalismo mette in atto.

Il testo è la “risposta alle domande scaturite dalle tre lezioni tenute al California Institute of Integral Sudies nel 2015 e ha come soggetto il significato del corpo e le politiche del corpo all’interno del movimento femminista degli anni Settanta”. La chiave di lettura che sviluppa segue le direttrici principali del suo testo forse più conosciuto al grande pubblico: Calibano e la Strega (2014). Al nostro corpo, che come una sfinge interroghiamo per capire le molte storie che lo influenzano, la filosofa pone sostanzialmente quattro quesiti e attorno a essi incardina dieci brevi lezioni: La categoria a cui diamo il nome di donna è ancora necessaria alle politiche femministe? Bisogna rifiutare qualsiasi identità politica e optare per due soli gruppi in opposizione tra loro? Come bisogna porsi di fronte alle nuove tecnologie di riproduzione che ci permettono di cambiare i connotati e ricreare il nostro corpo in modo che siano più simili a come li desideriamo? E infine, queste tecnologie aumentano il controllo che abbiamo sul corpo o lo trasformano in oggetto di sperimentazione e di profitto per i professionisti del settore medico e per il mercato?

Non ci vengono date risposte o suggerimenti per rimettere le cose a posto (Stacy Alaimo), ma indicazioni per aprire crepe nei recinti che il capitalismo ha costruito attorno alle nostre vite. In questo appello per un nuovo modo di abitare il mondo a partire da un motto di ribellione, ci sono gli spunti forse più interessanti. Ci viene suggerito un cambio di prospettiva, l’adozione di una visione che può riscrivere la storia dal “punto di vista del mondo animale, oltre che quello della terra, dei mari e delle foreste” per cercare non un superamento ma una continuità magica con il mondo in cui viviamo. Sebbene i sistemi di dominazione siano interconnessi, come ci è stato spiegato bene da bell hooks, e impediscano ogni trasformazione delle condizioni materiali della nostra esistenza, conoscere quindi le forze sociali che agiscono sul corpo, senza essere accecati dai riflessi di un determinismo biologico o incantati dalle parole di una rappresentazione performativa e testuale, significa per donne come la Federici non cadere nelle mani di chi controlla il capitale, pretendendo piuttosto di scegliere secondo il principio del bene collettivo e della lotta per il cambiamento delle sperequazioni economico-sociali: norme, regole codici che sono stati imposti per appropriarsi dei corpi secondo gerarchie e disuguaglianze consolidate nel tempo, in nome di ideali individualistici e classisti che nel corso del tempo sono giunte addirittura fino al controllo delle nascite, o peggio all’eugenetica.

Ieri come oggi il corpo delle donne è spinto a una continua messa in valore, modellato e rimodellato da una disciplina dell’estetica che la medicina controlla attraverso una forte pressione sociale. Su questo terreno, il libro si avvicina a un limite, una frontiera oltre la quale medicina, legge e filosofia stanno tentando di accompagnare l’evoluzione dei tempi: quello della maternità. Il quinto e il sesto capitolo hanno titoli di capitale importanza: Ricreare il corpo, ricreare il mondo? La maternità surrogata, donare vita o maternità negata? Queste sono forse le parti più intime delle lezioni, in cui Federici si confronta con il cuore della forma attuale del capitalismo: la trasformazione della “gestazione in un procedimento meccanico, del tutto simile al lavoro alienante”.

L’autrice vede nella pratica della maternità surrogata il realizzarsi di una moderna forma di schiavismo, dettata dal controllo sulla vita e dalla compravendita di esseri umani, generati così per uno specifico fine. Il pericolo maggiore diventa quindi la nostra cecità di fronte a ciò che ci sta realmente accadendo, e che ci induce a perdere di vista il nostro “progressivo adattamento al mutevole, e tuttavia inscalfito, progetto capitalistico” (Maria Nadotti). Siamo incatenati alla nave schiavista direbbe Bayo Akomolafe, quella che ci ha visto nascere e crescere e che, dissociando poi la nostra vita sociale e sessuale dalla soddisfazione dei nostri desideri, ha trasformato e represso i nostri corpi secondo sempre nuove e diverse forme di disciplina del lavoro.

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