L’emancipazione passa (solo) dalla vagina?

di Nizam Pompeo

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“L’emancipazione delle donne è profondamente connessa alla loro sessualità” dice Eve Ensler, autrice dei Monologhi della Vagina, opera teatrale scritta sulla scia delle testimonianze di più di 200 intervistate, che parlano in tutta onestà della loro idea di sesso, relazioni e violenza sulle donne, temi strettamente connessi alle proprie esperienze vaginali. I Monologhi, al loro debutto Off-Broadway nel 1996, venivano letti dalla stessa Ensler, ma ora vengono interpretati da un numero variabile di attrici che condividono con il pubblico le esperienze, spesso traumatiche, delle donne intervistate.

L’opera, prima di diventare icona di un movimento femminista e anti-violenza, era una celebrazione della femminilità e della consapevolezza dell’essere-donna, in cui la vagina veniva descritta come superiore al pene, in quanto di essa fa parte il clitoride, l’unica parte del corpo umano esclusivamente volta al piacere. Secondo la Ensler, la vagina è da considerare come uno strumento di emancipazione, attraverso il quale le donne possono (auto)affermarsi in una propria identità.

Ma come possiamo parlare di “emancipazione” di donne che si fanno considerare per quello che hanno tra le gambe? Dove sono gli ideali di uguaglianza intellettuale, o le affinità elettive di cui scriveva Goethe, se molte donne pensano sin da piccole – o viene insegnato loro a pensare – che per farsi valere sia necessario “darla alle persone giuste” o “farla solo annusare”, o ancora “tenersela stretta fra le gambe”? Per queste donne il corpo, e in particolare la vagina, diventa uno strumento di potere, non più (solo) di piacere. Se un tempo si evitava di pensarla, nominarla o – non sia mai! – “usarla”, ora si è arrivati ad eleggere questa parte del corpo come unico e supremo elemento di femminilità e di “potere” in mano alle donne. In questo perverso gioco di potere che vede contrapposti i due sessi, la vagina viene considerata l’arma vincente, l’asso nella manica da sfoderare al momento giusto per chiudere la partita.

Il ruolo femminile nella società è da sempre una questione spinosa, e Simone De Beauvoir, nel saggio Il secondo sesso, focalizza l’attenzione sulla “differenza”, esprimendo la necessità del superamento di una visione gerarchica che pone il femminile come inferiore, secondario, “altro” rispetto al maschile considerato la norma.

Anche Luce Irigaray ha studiato a lungo la questione della differenza sessuale, che indica però come punto di forza della nostra società, fondata su molte altre differenze – linguistiche, culturali e religiose. Secondo la Irigaray, la differenza tra uomo e donna è la differenza primaria, basilare, e consiste nel conoscersi e nel riconoscersi nelle proprie caratteristiche, e nel rispetto di esse: “occorre coltivare e sviluppare identità e soggettività al femminile, senza rinunciare a se stesse. I valori di cui le donne sono portatrici non sono sufficientemente riconosciuti e apprezzati, anche dalle stesse donne. Però sono valori di cui il mondo oggi ha urgente bisogno, che si tratti di una maggiore cura della natura o di una capacità di entrare in relazione con l’altro”, scrive. Rispettare le differenze, proprie e altrui, diventa quindi imprescindibile per un’unione armoniosa dei sessi, in una cultura mutuale, di partnership.

Il femminismo che impera al giorno d’oggi non si presenta più come un sano desiderio di parità tra i sessi, un messaggio di uguaglianza e di armonia generatrice, ma un mero tentativo di rovesciare la supremazia. Un mondo con sole donne al potere non è però da augurarsi; appare invece evidentemente distopico, in quanto sarebbe solo un’altra forma di tirannia: poco importa che il dittatore sia maschio o femmina, sempre dittatore è. Non è uno scambio di ruoli tra “vittima” e “carnefice” in cui dobbiamo sperare, ma l’abolizione stessa di questi ruoli. Sono la divisione, la classificazione e l’incasellamento che andrebbero del tutto evitati, allo scopo di non idealizzare né stigmatizzare nessun aspetto. Negli ultimi anni si è spesso cercata una vendetta o, peggio, un’umiliazione nei confronti dei maschi, magari anche sotto forma di innocuo intrattenimento, talvolta con effetti tragicomici (mi viene in mente Mel Gibson che prova ad utilizzare la ceretta per depilarsi le gambe in una scena di What Women Want).

È sicuramente importante parlare di temi come il sesso, lo stupro, l’amore, la mutilazione e via dicendo, peraltro tutti presenti nei Monologhi della Ensler, e cercare di sensibilizzare le persone sui problemi che le donne affrontano in tutto il mondo, ma queste discussioni non devono essere accolte con rassegnazione quanto piuttosto con la profonda e intima presa di coscienza che qualcosa va fatto, e non siamo davanti solo a un’ennesima lotta contro oppressori immaginari o generalizzati.

Anche nell’Occidente moderno che ci piace definire “civilizzato”, nonostante i diritti umani fondamentali vengano solitamente rispettati, si hanno comunque esempi di ingiustizie nei confronti delle donne, seppur meno evidenti o meglio mascherate.

A mio avviso, è un grande sintomo di arretratezza il pensare attraverso miti e stereotipi come quello della lotta fra i sessi. Tralasciando il business che essa costituisce per il mondo dello spettacolo – per quanto riguarda il cinema basti pensare a Maschi contro femmine, che ha avuto addirittura un seguito, dall’originalissimo titolo Femmine contro maschi – è assurdo che si cerchi ancora di imporre la supremazia di uno dei due sessi, e soprattutto che si parli di “sesso debole”, implicando così un “sesso forte”, o comunque “più forte”.

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Le continue, spesso inutili, campagne di sensibilizzazione, le iniziative contro la violenza sulle donne che le dipingono indistintamente come creature indifese e bisognose – talvolta con spot che le ritraggono imprigionate in vere e proprie gabbie, o bendate e imbavagliate: sono tutti elementi che aumentano la distanza tra i sessi, perché non cercano una vera soluzione al problema, e mistificano e additano l’uomo come avversario, nemico, carnefice, non in grado di comprendere né di sopportare tutti i flagelli di cui le donne si fanno carico, dai dolori mestruali ai nove mesi di gravidanza, dalla depressione post-parto alla menopausa. È questo vittimismo infinito che ci allontana dall’affermarci come donne forti, indipendenti, considerate non in qualità di “femmine” ma di esseri umani.

Le vere donne, quelle che vengono ascoltate seriamente, perché intelligenti, capaci e acute, preparate a autorevoli – anche se non necessariamente autoritarie – non si abbassano ad umilianti allusioni, vestitini provocanti e sguardi languidi che dimostrano agli uomini la loro disponibilità. Saper farsi seguire per quello che abbiamo in mente e non tra le gambe: questa è emancipazione, è (ri)affermazione di dignità.

Queste considerazioni nascono a poca distanza dalla celebrazione del V-Day – da non confondersi assolutamente con il V(affanculo)Day di Grillo – dove V sta per Vagina, Vittoria e Valentino. Il 14 febbraio infatti non è solo la festa, (ormai – quasi – universalmente riconosciuta come inutile e commerciale) degli innamorati, ma è anche la giornata dedicata alla lettura dei Monologhi di Eve Ensler a scopo di beneficenza.

Al di là della scelta, abbastanza discutibile, di far cadere l’evento proprio il giorno della celebrazione romantica per eccellenza, il V-Day è un’occasione per prendere atto delle tragiche condizioni in cui sono costrette a vivere certe donne – di cui, ripeto, non sono colpevoli solo gli uomini, e di sicuro non tutti.

L’Italia si è resa conto relativamente presto della portata dell’evento, e i Monologhi hanno debuttato già nel 2001 al Teatro Argentina di Roma, alla presenza dell’autrice, letti da più attrici (tra cui Emanuela Grimalda, Claudia Gerini e Lunetta Savino) dirette da Emanuela Giordano, per poi fare tappa a Trieste, Modena, Cagliari e diffondersi negli anni in teatri minori e scuole.

Se non consideriamo l’aspetto comico e più apertamente d’intrattenimento dello spettacolo, ci soffermeremo sull’essenziale testimonianza di donne, ma ancor prima di persone che hanno sofferto e continuano a farlo, in silenzio o meno, sperando che qualcosa cambi nel Sistema, o forse più semplicemente nelle singole coscienze. Viene da chiedersi, citando la stessa autrice, “Se non ora, quando?”.

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