Europa e immigrazione: pratiche dell’accoglienza o teorie di un abominio?

di Lorenzo Natural
mappamedioriente1231“Non c’è alcun modo per aumentare in modo organico la popolazione dell’Unione europea di altre 42 milioni di persone entro il 2020, per non parlare di altri 257 milioni entro il 2060: non si può costringere la gente a fare più figli. Aumentare l’immigrazione è dunque il solo modo con cui l’Europa può salvare se stessa dal disastro fiscale”.

Da questa frase dello scorso anno dell’economista Leonid Bershidsky vorrei partire per provare a tracciare una breve analisi di quella che, volente o nolente, resta una delle tematiche più scottanti all’interno di quel che resta dell’Unione Europea e del nostro Paese.

Se da un lato si osserva la demonizzazione di ogni sacca di opposizione al coatto fenomeno immigratorio, bollata con i termini consuetudinari del dizionario della neolingua politically correct (a seconda dei casi e delle occasioni, in ordine: razzista, nazista, fascista, nazifascista, xenofoba, reazionaria, conservatrice), dall’altro si bada a costruire nell’immaginario collettivo del popolo del web e della tv – che sono, oramai, l’unica cartina al tornasole dell’impatto ricettivo da parte dell’opinione pubblica – l’immagine dei “migranti brava gente”, quasi più ridicolo dell’ “italiani brava gente” di passata memoria. Caso ultimo la becera e falsa strumentalizzazione di ragazzi immigrati impiegati come volontari nelle operazioni di soccorso post terremoto.

Qui non si vuol tentare l’improbabile difesa di atteggiamenti razzisti da bar sport, degli slogan leghisti che dopo vent’anni hanno spostato la direzione del proprio malcontento da Roma a Brussel sino al mondo non bianco e non cristiano intero, ma cercare di capire, per quanto possibile, perché sinistra, Chiesa e capitale vadano a braccetto nella battaglia pro immigrazione e in Italia e in Europa.

Sanciamo subito un confine: il lato umano della tragedia di gente costretta a scappare da situazioni insostenibili è perlopiù causa delle tremende politiche estere di stampo occidentale e inoltre dell’incapacità o della corruzione delle élites locali a risolvere i problemi interni. Che sia concesso diritto di protezione e accoglienza è sacrosanto oltre che umanamente necessario. Diversa cosa è proporre come ricetta alla malattia occidentale il riversamento di milioni di uomini e donne in Europa da ogni parte del mondo. Innanzitutto andrebbe compreso su quali fondamenta si basa l’idea che e in Italia e nell’UE sia necessario un tot di persone (un numero, si badi bene, come fosse un’equazione matematica semplice) per evitare il collasso demografico ed economico, ma ancor di più ciò che desta sospetto in questa ricetta della crescita infinita, sempre più messa in discussione, è la necessità di immigrati – o migranti che dir si voglia – nei territori europei. Perché piuttosto non si mettono in atto reali politiche sociali favorevoli alla natalità degli italiani e degli europei stessi se è il calo demografico a suscitare preoccupazione ai governi? È qui, a mio avviso, che casca il palco e che sinistra, Chiesa e capitale trovano il punto d’incontro.

La geografia dei fedeli cattolici è oramai mutata: gli europei si stanno sempre più allontanando dall’istituzione ecclesiastica sia a causa delle progressiva secolarizzazione della quotidianità contemporanea sia anche degli innumerevoli scandali che hanno colpito la Chiesa cattolica nell’ultimo decennio e che hanno inevitabilmente allontanato diversi fedeli. Francesco I, che dell’accoglienza ai migranti e dell’ecumenismo ha fatto i suoi cavalli di battaglia se non altro per la formazione gesuita, in occasione del Giubileo dello scorso anno ha compiuto un atto tanto simbolico quanto pragmatico: per la prima volta la porta sacra è stata aperta non più a Roma, ma a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, uno degli stati più poveri del mondo. Tale gesto profondamente anti-romano, nel senso dell’universalità cattolica di Roma, ha chiaramente un risvolto pratico: i nuovi fedeli sono sempre meno europei e sempre più africani, sudamericani, appartenenti, insomma, al Terzo e al Quarto Mondo, dove la dottrina escatologica cristiana più superficiale può attingere con più forza e ridonare all’istituzione-Chiesa un nuovo ruolo di potere.

Al contempo la sinistra, sia quel che resta di quella istituzionale sia buona parte della parte movimentista ed extraparlamentare, notoriamente anticlericale, ha fatto da cassa di risonanza all’invito papale all’accoglienza indiscriminata. C’è, sicuramente, da una parte l’aspetto più prettamente solidaristico e universalista che non va escluso, ma c’è pure quella carsica tensione di rigetto di ogni aspetto concernente l’identità – propria, non altrui – che un’eventuale “società meticcia” porterebbe a superare, oltre i confini, le lingue, le etnie, i costumi. Insomma, la prefigurazione dell’utopia marxista che segnerebbe la palingenesi degli ultimi (che saranno i primi) e del rovesciamento dei poteri di forza, tra cui, ovviamente, anche le nozioni di Stato, identità, cultura nazionale.

Questo sogno perlopiù occidentale e intellettualistico si scontra però con due fattori: da una parte, molti degli sventurati che approdano in Europa non sono tabulae rasae, ma uomini e donne che portano con sé tradizioni, usi, costumi, lingue e ricchezze uniche alle quali non hanno – giustamente – tutta questa voglia di rinunciare; dall’altra si schierano molti, soprattutto giovani, che sono pronti a sradicarsi completamente pur di correre incontro al treno del benessere occidentale 3.0, ovvero quello che osserviamo ogni giorno nelle nostre strade. In entrambi i casi l’utopia si trasformerebbe in incubo. Inoltre, non mi è ancora chiaro per quale motivo la sinistra – e mi scuso della categorizzazione alquanto banale e generalizzante – continui a interessarsi alle splendide culture altrui e a ripudiare la propria, per quale motivo si faccia attrarre dall’afflato terzomondista in ogni salsa e sputi a vista appena scorga un tricolore o una scritta “Italia” sulla maglietta di un ragazzo. Per accogliere gli altri, prima, sarebbe il caso di riconoscere se stessi.

In ultima istanza, il capitale, che si sfrega le mani nel vedere orde di schiavi legalizzati lavorare in condizioni sempre peggiori e al contempo un mercato di consumatori plasmabile su scala mondiale. Connivente è ovviamente il sistema mediatico che attraverso quella che è stata definita “pornografia del dolore” punta a impressionare l’opinione pubblica con mirate foto strazianti, ultime quelle del povero Aylan e del ragazzino impolverato di Aleppo (mentre il macabro video del dodicenne palestinese sgozzato vivo dopo essere stato espiantato non trova spazio, forse perché sono i “ribelli moderati” ad aver commesso la barbarie), e a ingrossare la macchina dell’accoglienza. Gongolano anche le assicurazioni di casa nostra che da un lato spingono affinché la nuova linfa dei profughi mantenga in vita il sistema pensionistico – sempre secondo le empiriche teorie di Bershidsky – dall’altro le “buste arancioni” di Boeri incentivano la corsa alla previdenza complementare privata, nuovamente con gioia dei privati, pronti a investire in qualche altro fondo marcio i proventi derivati dall’operazione.

Insomma, serve manodopera a bassissimo costo per competere sul mercato mondiale, giovani forti che non siano impippati di tutte quelle cavolate riguardo ai diritti del lavoro, protezione sindacalista e che piuttosto che morire di fame accettano di lavorare in condizioni subumane. Si crea un po’ di caos nei paesi laici strategici, si fomentano flussi migratori, si predispone tutta la macchina necessaria: istituti, sistemazioni, propaganda culturale e televisiva, qualche dato di qualche autorevole economista e il gioco è fatto. Se poi, in aggiunta, ci si può mangiucchiare su qualcosa e far ricadere sul pubblico le colpe del privato, tanto di guadagnato.

Si punta a costruire una società slegata da robaccia come tradizioni, famiglia, usi e costumi per annacquarla con altri usi, altri costumi, come se ogni uomo fosse uguale all’altro: dove cento uomini valgono cento uomini, uno vale uno, ognuno non vale niente. È la globalizzazione, bellezza.

Che l’accoglienza umanitaria non debba guardare in faccia al meccanismo di fondo è un dato assodato. Che la costruzione di una narrazione storica secondo cui lo stile di vita migrante dello sradicato sia “avanguardia di questa globalizzazione” è invece malafede. Malafede che vede nell’uomo una mera merce di scambio, indifferenziata, traslabile da una parte all’altra del pianeta come i carriarmatini del Risiko, sradicati non solo dalla propria terra e dai propri affetti ma, nell’intimo, dalla propria essenza di Esseri Umani, dalla propria Unicità che è specchio della grandezza dell’Universo. Spacciare tutto questo per solidarietà è un abominio.

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4 Commenti on "Europa e immigrazione: pratiche dell’accoglienza o teorie di un abominio?"

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Stefano Tieri
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Sono sempre un po’ scettico quando mi si parla di “grandi disegni” compiuti da èlites che vivono nell’ombra e tirano le fila dell’intero Occidente. Ciò che mi sembra sostieni con tutti i “si” impersonali: “si crea un po’ di caos nei paesi strategici”, “si fomentano flussi migratori”, “si punta a costruire una società slegata da robaccia come tradizioni, famiglia, usi e costumi”,… Come se vi fosse un soggetto che, volutamente, stia traghettando l’Europa nella direzione da te indicata, e non invece una molteplicità (infinita) di forze, spesso contrapposte e in conflitto tra loro, le cui risultanti sono imprevedibili quanto non… Leggi di più »
Andrea Muni
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Sto guardando una bella serie britannica, Utopia, che parla proprio di progetti dietrologici di regolazione della popolazione mondiale (e se l’avete vista anche voi vi prego di non spoilerarmi il seguito :)). Secondo me non è improbabile che ci siano progetti di “ampio respiro” da parte di una certa intellighenzia (come dice Lollo), così come è vero che spesso i fenomeni globali non sono altro che frutto di una serie incalcolata e incalcolabile di concause (come sembra dire Stefano). Detto questo, non vedo perché queste due tesi non potrebbero coesistere parallelamente, nel senso:il fatto che ci siano disegni segreti (come… Leggi di più »
Andrea Muni
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“Secondo David Nelson e Thomas Stubbs [16], il modello neoliberale di sviluppo economico mette in concorrenza paesi in cui il sistema di produzione capitalistico si trova a gradi profondamente differenti del proprio sviluppo. Questo scarto produce strutturalmente sia la disoccupazione nei paesi di più antica industrializzazione, sia la proletarizzazione di quelli in via di sviluppo. La “brutale tettonica della colonizzazione neo-liberale” [17] ha mandato sulla strada dell’esilio milioni di uomini, donne e bambini che fuggono dai loro paesi pur sapendo che il rischio di morire prima di arrivare in Europa è elevatissimo [18]. Immaginare che il rischio della pena possa… Leggi di più »
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