di Pier Francesco Corvino
Durante alcuni lavori di ammodernamento in una hacienda nei pressi di San Juan Capistrano è stato rinvenuto, occultato in un’intercapedine, un quaderno rilegato in pelle bovina, irrigidito dall’umidità. Le pagine conservano tracce di una scrittura diaristica attribuibile a Demetrio López García, ufficiale delle milizie coloniali della California spagnola.
Non è possibile stabilire con assoluta certezza se il manoscritto sia autentico oppure prodotto di falsificazione. Alcuni elementi paleografici e linguistici sembrano indicare una datazione compresa tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo. Dei numerosi fogli che compongono il quaderno, solo pochi risultano oggi parzialmente leggibili. Si riproducono qui i brani più significativi.
[…] Le presenti osservazioni vanno prese per quello che sono: congetture di un uomo vecchio e assai limitato, il quale è riuscito soltanto molto tardi a superare l’imbarazzo della propria condizione di militare a riposo. […] Mia madre voleva che imparassi a suonare la dulciana, ma non c’è stato verso […].
[Quel che ven]go a esporre segue direttamente dalle osservazioni del dodici Maggio. Ciò dovrà apparire in totale accordo con il Cursus Medicus Mexicanus del Salgado Ceròn. Essendo questo l’unico libro di cui disponevo presso la caserma del Pueblo de Los Ángeles – insieme a un altro, ben più tedioso, mi pare su Santo Ignazio di Loyola – lo rilessi tante e tante volte, così da farmene – io credo – un’idea piuttosto [circostanziata].
[…] Chiamo questa mia teoria il principio dell’esuberanza. Prima di esporla, è necessario ricordare quanto già detto, e cioè che in particolare luoghi di questa nostra Santissima terra, in cui vi è penuria di beni e di mezzi, e in cui la dieta non è in grado di garantire forza e robustezza, più facilmente si verificano delle forme di assottigliamento della materia spirituale. Tale principio segue direttamente dal §121 del Cursus Medicus, a patto che si scusi la relativa oscurità dell’autore. Riguardo tale assottigliamento bisogna precisare quanto segue […].
[…] come è proprio del suddetto principio dell’esuberanza. Dicevamo che la maggior parte degli individui possiede appena quanto basta per sostenere il proprio corpo. Vi sono però alcune costituzioni privilegiate, nelle quali la Natura accumula più disposizioni di quante la materia possa adeguatamente ricevere. Mentre gli uomini faticano a mantenere unite le proprie qualità, […] tanto che nella vecchiaia […]. Al contrario, questi altri sembrano eccedere continuamente la misura loro assegnata. Anche il Salgado accenna più volte alla necessità che la complessione si accordi con la materia che la sostiene, anche se poi non trae tutte le conseguenze necessarie.
[Secondo il principio dell’esuberanza] quando tali disposizioni eccedono una certa misura, la Natura è costretta a intervenire. Non potendo aumentare indefinitamente la capacità del corpo, essa ricorre – a mio modesto parere – a un espediente economico: distribuisce l’eccesso sopra un secondo corpo. Si tratta di un fenomeno raro, ma non impossibile, specialmente nei luoghi in cui vi è continua occasione di accomodamento. […] chiamo omuncolo esuberante tale corpo secondario nel quale vengono raccolte le qualità che non [possono/devono?] trovare luogo nell’organismo principale.
[…] mi feci una certa idea di questo mio principio, proprio durante il mio servizio presso il Pueblo de Los Ángeles. In quegli anni la prospera e benedetta provincia dell’Alta California era impedita nella propria missione dalle scorribande di un bandito senza scrupoli, noto come Zorro. Più volte ebbi modo di fronteggiarlo, e ritengo sempre con onore […]. Tuttavia, il mio servizio al Pueblo fu anche occasione per me di fare conoscenza con l’amabilissimo e sempre troppo precocemente scomparso Don Diego de la Vega.
[…] Ebbene mosso da un certo sottile sesto senso – tipico dei militari di rango – che sempre mi guidò nella vita, ebbi modo di notare come i due si rassomigliassero oltre ogni misura ragionevole: medesima statura, simili lineamenti e perfino una certa concordanza nei gesti o nel tono della voce. Ma proprio questa eccessiva somiglianza mi persuase dell’impossibilità del paragone. Vi era un’evidenza troppo vera per essere verace, e infatti intorno a me nessuno sembrava prendere in reale considerazione la possibilità che questi fossero una medesima persona.
[…] A tal proposito un fatto che per molto tempo non seppi spiegare e che solo in seguito mi apparve in tutta la sua importanza. Una sera, trovandomi con Don Diego presso la taverna, ebbi occasione di raccontargli un incidente occorsomi alcuni giorni prima durante un’ispezione alle stalle. Un gallo di straordinaria ferocia, sfuggito non so come a una cesta, mi si era avventato contro mentre ero intento ad affrontare un’urgenza. Essendomi trovato con i calzoni abbassati fui costretto a difendermi con la sola cintura e, nel farlo, caddi dentro un abbeveratoio.
Pregai Don Diego di non farne parola con alcuno. Egli promise, ma rise molto, più di quanto la cosa meritasse, tanto che mi pentii di avergli concesso tanta confidenza, e me ne andai. Sulla strada verso la caserma, tuttavia, ricevetti notizia che Zorro era stato veduto nei pressi del magazzino delle gabelle.
Partii con quattro uomini e riuscimmo a sorprenderlo mentre scavalcava il muro settentrionale. Seguì un breve combattimento, nel quale mi comportai, credo, con la consueta fermezza. Avendogli impedito per due volte di raggiungere il cavallo, quel miserabile mi disse ridendo che mi trovava «assai più valoroso quando avevo una spada in mano, anziché una cintura».
Per alcuni istanti rimasi immobile, paralizzato. Nessun altro, per quanto potevo sapere, era a conoscenza dell’episodio della cintura e del gallo. Don Diego mi aveva dato la sua parola e non avevo ragione di dubitare di lui. Zorro approfittò naturalmente della mia esitazione per montare a cavallo e dileguarsi. Non ne feci parola con i miei commilitoni.
[…] Tornato al Pueblo, mi recai senza indugio alla taverna. Vi trovai Don Diego nel medesimo luogo in cui l’avevo lasciato poco prima, intento a terminare con molta calma una bottiglia di vino. Mi accolse domandandomi se avessi catturato «quel povero diavolo». Nel suo aspetto non vi era alcun segno di concitazione o di una fuga precipitosa. Osservai perfino le sue scarpe, che erano pulite, mentre il terreno presso il magazzino era ancora molle per la pioggia del giorno precedente.
Fu allora che commisi, lo riconosco, un errore. Domandai a Don Diego se avesse parlato ad altri della mia disavventura. Egli parve sorpreso se non addirittura deluso, e mi assicurò di no. Aggiunse anzi che non avrebbe mai tradito la confidenza di un amico. Feci le mie scuse ed egli rise nuovamente. Mi aveva evidentemente già perdonato, come è tipico dei cuori grandi.
[…] Non riuscivo a persuadermi ancora. Nondimeno, dovevo riconoscerlo, l’ipotesi che Don Diego e Zorro fossero la medesima persona, nonostante sulle prime potesse apparire semplice, generava difficoltà assai maggiori di quelle che pretendeva di risolvere. Come avrebbe potuto Don Diego trovarsi nuovamente alla taverna, senza affanno, senza fango e nella medesima disposizione in cui l’avevo lasciato, quando avevo visto con i miei occhi Zorro fuggire poco prima in direzione opposta?
Restava però il fatto della cintura. Zorro sapeva. […] Fu soltanto più tardi, tornando ad alcune osservazioni del Salgado Ceròn circa la conservazione delle facoltà nelle materie derivate, che compresi come avessi posto male la questione. Non bisognava domandarsi come Zorro avesse appreso ciò che sapeva Don Diego. Bisognava domandarsi per quale ragione avrebbe dovuto ignorarlo.
Se infatti due corpi procedono da una medesima complessione, non è affatto necessario che la separazione della materia comporti altresì la separazione di tutte le sue disposizioni. Alcune di esse possono conservarsi in entrambi, come due rami separati conservano ciascuno la natura dell’albero da cui procedono.
Mi tornò allora alla mente quella risata e finalmente giunsi alla retta conclusione: partecipando i due della medesima materia spirituale era assai plausibile che alcune concrezioni circolassero per entrambe le sembianze e, come un’eco, raggiungessero le orecchie, quando non il cuore, di entrambi.
[…] una notte, accompagnato dal solo Salgado Ceròn, perché avevo vergogna dei miei passatempi speculativi di fronte ai miei commilitoni, fabbricai nella mia mente la suddetta teoria dell’esuberanza. Tale Zorro non era che l’omuncolo del nobile Don Diego, separato in principio dalla sua ardimentosa complessione. […]
[Quanto alle loro] somiglianze, esse non mi stupivano più. Mi avrebbe piuttosto stupito il contrario. Don Diego possedeva, infatti, una delle complessioni più notevoli che io abbia mai veduto: dallo sguardo profondissimo e ammaliatore, egli aveva una voce calda e soffusa, che teneva in scacco ognuno dei suoi ascoltatori. Le volute nobili del suo corpo possente comunicavano la gloria del Creato e il candore della sua pelle facilmente evocava la grazia di un Trono, di un Arcangelo o di un Serafino. Le labbra, di venerea fattezza e superbamente incorniciate, sembravano avere – ipotizzo – il sapore del miele.
[…] Adunque era assai naturale che l’omuncolo generato da una simile sovrabbondanza conservasse parte della fisionomia e delle sue inclinazioni. […] E le differenze fra i due risulteranno ulteriormente istruttive. […] Quel tal dannosissimo Zorro sembrava, infatti, aver ricevuto in sorte tutte le facoltà attive o cinetiche della medesima complessione: il movimento, l’audacia, l’iniziativa e una certa tendenza all’esibizione che, pur non essendo priva di fascino, raramente si accompagna alla vera maturità di giudizio. Egli era insomma individuo assai riprovevole, vero e proprio ricettacolo di tutta la depravazione che non poteva certo trovare dimora nell’ottimo Diego.
[…] in entrambi si trovava per altro una lieve tumefazione alla base del collo, immediatamente sopra la clavicola destra. Il fenomeno, che il Salgado lumeggia nel §127 sotto il nome – mi pare – di congestio animosa, è di certo caratteristico delle costituzioni esuberanti. […]
[…] Se questa mia teoria è corretta, allora si deve concludere che l’infausta morte di Don Diego abbia comportato anche quella del suo omuncolo. Né potrebbe essere altrimenti. Infatti, cessata la complessione principale, viene meno anche il principio che sostiene la sua propagazione. Da molti anni ormai non si hanno più notizie di tale infamissimo Zorro, circostanza che reputo una conferma non trascurabile delle mie osservazioni. […]
La Provvidenza ha spesso celato agli uomini i segreti più profondi della Natura, non vedo perché un vecchio sergente dovrebbe essere chiamato a risolvere definitivamente la questione. Comunque sia, non mi aspetto certamente che queste pagine trovino lettori, né che il mio nome venga ricordato. Anzi, conoscendo il mondo, ritengo assai più probabile che esse finiscano dimenticate in qualche baule, insieme alle ricevute, alle mie uniformi smesse e a tutto ciò che va sottoposto alla violenza del tempo.
Se tuttavia queste note dovessero sopravvivermi, vorrei che fossero considerate nulla più che un modesto pegno della mia devozione immutata per l’unico Don Diego. Sono già trascorsi molti anni dalla sua triste dipartita, eppure ancora mi sorprendo a cicalare, a ridere e a scherzare coi ricordi che serbo nel mio cuore. Soprattutto mi ritrovo a maneggiare i frammenti di una voce che pian piano va sparendo dalla mia testa ammalorata. E tremo. […]
Se da qualche luogo di questa terra, per i prodigi di cui è capace il Salvatore, gli fosse concesso di guardare, anche distrattamente, spero che non abbia di che rimproverarmi. […] e che il Signore conceda a questo corpo vecchio e guasto di non dimenticare almeno il calore, velato, delle sue belle mani, e la gioia, segreta, dei suoi occhi.
