Giusta causa

di Simone Raviola

Ogni giorno Valuska doveva essere in Via Benigno Crespi 20, poco lontano dalla fermata della metro gialla Maciachini, alle 9 in punto. Ogni giorno Valuska entrava in ufficio e iniziava a lavorare alle 9.03. 

In apparenza, convinzione diffusa tra i colleghi, il ritardo sarebbe stato dovuto ai continui scioperi che affliggevano l’azienda dei trasporti cittadina, alla sua viziosa abitudine di uscire la sera e bere un bicchiere di troppo, alla rinomata pigrizia che lo accompagnava fin da quando, bambino, doveva tirarsi fuori dalle coperte per andare a scuola. 

Non è così, anzi. Si cadrebbe in un grave errore nel ridurre quei tre minuti a una qualche casualità, o peggio ancora a un’affezione patologica. 

Un giorno, convocato e interrogato dal Commissario per il Lavoro Etico, Valuska ammise che quando terminava la colazione e si rendeva conto di poter arrivare in orario sul posto di lavoro, decideva di trascorrere tre minuti guardando scorrere le gocce di pioggia sulla finestra della cucina o slacciando e riallacciando i lacci di una scarpa. In piedi o seduto, il gomito appoggiato al tavolo, filava e sfilava la sua attesa lasciando che il tempo defluisse per conto suo.

Incalzato, Valuska non sapeva rendere conto in maniera pertinente di quelle perdite di tempo. A detta dei suoi amici, le sue risposte suonavano sempre più o meno così: a volte, amo osservare lo scivolare della condensa sulla finestra della cucina; oppure: mi capita di provare molto piacere nello slacciare e riallacciare i lacci di una scarpa.

Le risposte furono in ogni caso giudicate sbeffeggianti dalle autorità competenti. È chiaro che agli occhi dei colleghi e del Commissario, che cercavano a tutti costi le ragioni laddove sarebbe stato più saggio e utile cercare uno scampolo di bellezza, Valuska non poteva che apparire un ritardatario cronico, un bugiardo, un pazzo. E sempre le tre cose insieme, dettaglio che rende forse inconsistente ciascuna delle loro spiegazioni.

Nei loro intelligenti libri, filosofi amano chiamare questa tipo di indocilità “resistenza minima”, ma quella volta il capo dell’ufficio si limitò a siglare in calce “giusta causa”.

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