di Lorenza Caporrella
CANI è il referto autoptico di un’ossessione in corso ambientata in una Berlino inorganica. Non c’è
invenzione, né confidenza da diario. In ventisei tessere di prosa chirurgica, il testo applica alla materia
vissuta il rigore di un’analisi chimico-industriale, registrando le interazioni emotive e somatiche
con spietata precisione esecutiva. Di seguito, un estratto: tre tessere
Urto.
Il primo contatto tra chi scappa dalla stessa discarica non è una manovra
romantica, è un riconoscimento animale, uno scambio di guardia in mezzo al caos.
Non c’è stato un prima.
Nessun preambolo, nessuna conversazione da consumare.
Ci urtiamo nel vapore buio di Am Wriezener Bahnhof. Uno sguardo nella calca, le
casse che picchiano nel petto.
Lui ha i riflessi corti di chi viene da un posto che ha dovuto radere al suolo per
sopravvivere.
Qui non c’è da spiegare, niente da vendere.
Un incastro storto, violento, pochi secondi, il tempo di piantarsi nella calce prima
che ci inghiotta.
Non ci siamo scelti.
Ci siamo fiutati a fari spenti, come due cani da cantiere.
La stessa pelle scorticata.
E denti puntati verso il basso.
Contatto.
Mi trova.
“Hope to catch you again”
Il telefono si illumina. È lunedì.
Una sagoma di passaggio o una variabile insignificante capitata sul fondo del
cesso di un club. Niente di tutto questo.
Si è già coagulato nelle viscere, piantato dentro.
Stessa provenienza, stessa trappola staccata a morsi.
Lui si fa spazio con una precisione chirurgica dentro un perimetro in cui non
transita nessuno.
Una foto sgranata, una cabina telefonica, piastrelle, luce liquida alle quattro del
mattino.
Sotto c’è un flusso di parole secche ad alta frequenza, chiuso con una frase tirata
come un cavo: faccio l’unica cosa che mi riesce, pensarti.
Nessuno parla così.
Fisso lo schermo. Registro l’incursione. Mi chiedo se questa consistenza sia il
primo corpo solido da mesi. Una materia a densità diversa.
Non rispondo subito. Lascio che il messaggio galleggi come un reattivo in
sospensione, mentre la frequenza continua a girare a vuoto.
Scarico.
Poi lui scompare. Silenzio prolungato. Nessun contatto di transizione.
Mantiene l’ordine in superficie, tra pareti pulite. Io sono la cavità cieca in cui calarsi
quando gli sale il vapore.
Videochiamata in entrata.
Non la sua faccia, non la sua voce, non una stanza. Solo la penombra del bagno di
uno studio.
Usa lo schermo come uno specchio d’acciaio, un animale che ha fretta.
Poi nero sul vetro.
Pochi secondi per fissare il dosaggio dell’innesco
