Aspettando l’insurrezione che viene

di Jacques Bonhomme

“Amore, fai presto, io non resisto

Se tu non arrivi non esisto”

(Ornella Vanoni, L’appuntamento)

Il cielo è caduto su Parigi. Anche quest’anno. Il consueto autunno caldo francese, che dal Bel Paese osserviamo puntualmente a debita distanza, è cominciato con una precisione quasi cronometrica. Per una serie di coincidenze e concatenazioni causali la cui origine si perde nei meandri dell’inconscio, mi sono trovato anch’io a passare da quelle parti. Una comparsa, certo. Una figura di sfondo nell’affresco della Storia.

Il 29 settembre il sole è ancora alto quando, finito di lavorare, torno a casa. Il tragitto è breve e ormai lo conosco a memoria: basta prendere la linea 9 della metropolitana, da Alma-Marceau a Nation. Chi conosce Parigi avrà già intuito la distanza che separa queste due fermate. Non tanto in termini geografici, quanto per ciò che rappresentano: da una parte il centro-vetrina, la città che si mette in posa per il mondo; dall’altra il confine orientale, dove la cartolina comincia a sbiadire e la città torna, almeno in parte, a somigliare a se stessa. Appena riemergo dalla stazione, mi concedo il consueto sospiro di sollievo. Non sopporto il salotto borghese in cui lavoro, con la sua compostezza posticcia, ottenuta espellendo sistematicamente tutto ciò che non è considerato decoroso. Soprattutto, non sopporto le coppie che percorrono migliaia di chilometri per farsi immortalare il giorno del matrimonio proprio su rue Valentin. Le ritrovo puntualmente lungo il mio tragitto, intente a costruire il ricordo perfetto di quella giornata. Io, nel frattempo, sono costretto a uno slalom maldestro per non rovinare la loro felicità, accumulando quei minuti di ritardo che ormai fanno parte della mia routine.

Quel giorno, però, qualcosa è diverso. Salendo le scale della metropolitana, mi trovo davanti migliaia di persone in corteo. La prima domanda è quasi istintiva: chi diavolo organizza una manifestazione di martedì? La seconda arriva subito dopo: come fanno a essere così tante? È lo sciopero intersindacale del pubblico impiego, convocato contro la decisione del primo ministro di procedere a tagli alla spesa pubblica per 54 miliardi di euro. Me ne aveva parlato uno dei tanti pompieri che, pochi giorni prima, si erano accampati sotto la Tour Eiffel per rilanciare la mobilitazione. Quanto odio la Tour Eiffel. È il monumento di un destino che sembra ormai inevitabile per tutte le città del vecchio continente, condannate a trasformarsi in scenografie deserte, date in pasto ai nuovi barbari: i turisti. Il flusso dei miei pensieri, inarrestabile, mi riporta a dieci giorni prima, quando la polizia aveva sgomberato la stessa piazza a colpi di lacrimogeni. C’è una certa ironia, amara e quasi didascalica, nel fatto che quella manifestazione fosse stata organizzata proprio contro la violenza poliziesca e l’approvazione di una legge sullo scudo penale, ribattezzata «permis de tuer»: licenza di uccidere. Me lo ricordo bene, quel giorno. La mia prima manifestazione a Parigi. Come dimenticarla? L’aria era irrespirabile. Il fuoco dei cassonetti bruciati si mescolava all’odore acre dei lacrimogeni, che penetrava nelle narici, protette a malapena da una kefiah. Questa volta, invece, niente lacrimogeni. Ad accogliermi trovo i grossi falò accesi dai pompieri e dalle diverse sigle della CGT, il principale sindacato francese. Il fumo si alza sopra la folla. Intorno, piccoli capannelli di persone discutono, bevono e ridono. La tensione, tuttavia, è palpabile. Da qualche settimana, infatti, i gilets jaunes hanno annunciato l’intenzione di tornare in piazza il 17 ottobre, dopo otto anni. Immagino che per un parigino sia difficile non ripensare a quell’esperienza di autentica insurrezione che, per alcuni mesi, era riuscita a tenere sotto scacco il governo. Nella coscienza collettiva della città, i ricordi sembrano riaffiorare lungo le strade, tra le vetrine barricate e gli ingressi dei negozi sbarrati da pannelli di legno. La città si era preparata, ancora una volta, a difendersi da se stessa.

Il corteo, organizzato da sigle sindacali non certo rivoluzionarie, è tenuto sotto controllo da un dispositivo di sicurezza imponente. Faccio fatica a contare i poliziotti e le camionette disseminati lungo il percorso. A ogni incrocio, a ogni accesso laterale, si ripete la stessa scena: uomini in tenuta antisommossa, mezzi blindati, cordoni che delimitano lo spazio con la precisione di una coreografia. È una prova di forza. Una dimostrazione muscolare. Il messaggio è chiaro: «Questa volta non la farete franca». Eppure, a questa mascolina esibizione di potenza, la piazza risponde con una certa leggerezza. L’atmosfera ricorda quella di un Primo maggio all’italiana. Quando il corteo si esaurisce, compaiono le griglie, si stappano le birre, la musica comincia a risuonare tra le strade. Alcuni si fermano a discutere, altri si siedono sui marciapiedi, altri ancora si allontanano lentamente. Come se la manifestazione non fosse davvero finita, ma si stesse semplicemente sciogliendo nella vita ordinaria della città. Dopo aver scambiato qualche parola con un paio di attempati sindacalisti, decido di tornare a casa. Mi allontano, lasciandomi alle spalle le ultime voci della piazza. Durante il tragitto, però, qualcosa attira la mia attenzione. Su un muro, una scritta in vernice rossa, ancora fresca. Poche lettere e una data: «RDV le 17/10». Appuntamento il 17 ottobre. Il messaggio è semplice, quasi anonimo. Non c’è bisogno di aggiungere altro: chi deve capire, capirà. Da quel momento, quella data comincia a seguirmi. Riemerge nei discorsi, nelle conversazioni ascoltate per caso, nei frammenti di notizie che circolano in rete. Giorno dopo giorno, la tensione cresce. Si accumula. Si addensa. Tutti aspettano qualcosa da quel 17 ottobre. È una sensazione difficile da descrivere. Le strade sembrano trattenere il respiro, e io con loro, in attesa che l’ondata barbarica dei gilets jaunes torni ad attaccare il cuore dell’Impero. Alla manifestazione del 29 settembre avevo notato anche alcuni studenti delle scuole superiori. Un dettaglio che, nei giorni successivi, si sarebbe rivelato tutt’altro che secondario. Mentre i sindacati portavano in strada le proprie rivendicazioni, nelle scuole francesi stava infatti prendendo forma una mobilitazione capace di aprire uno spazio inedito. Tutto era cominciato in sordina, al liceo Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia sud-orientale di Parigi. I ragazzi denunciavano le condizioni caotiche della rentrée, il ritorno a scuola dopo la pausa estiva: classi sovraffollate, servizi insufficienti, un’organizzazione incapace di garantire persino il funzionamento ordinario degli istituti. Questioni concrete, materiali. La protesta aveva poi cominciato ad allargarsi, trasformandosi gradualmente in un movimento di portata nazionale. Alle prime rivendicazioni si erano aggiunte quelle contro il classismo del sistema di orientamento, il  Parcoursup. Anche gli universitari iniziavano a occupare le facoltà, denunciando la legge «Bienvenue en France», che istituiva una gerarchia discriminatoria, escludendo dai sostegni sociali allo studio gli studenti non cittadini europei.

A partire dal 29 settembre, la convergenza con le mobilitazioni sindacali aveva segnato un salto di qualità. Le rivendicazioni degli studenti si intrecciavano con quelle dei lavoratori, senza tuttavia confondersi con esse, mentre i blocchi degli istituti cominciavano a diffondersi in tutto l’Esagono. C’era qualcosa di insolito nel movimento presto soprannominato dei «lycéens». Non sembrava nascere in reazione a una singola decisione politica. Non c’era una legge da abrogare, un decreto da ritirare, una misura da bloccare sul nascere. La protesta sembrava muoversi in un’altra direzione: prendeva forma a partire dalla rivendicazione, quasi prepolitica, dei desideri e della rabbia di un’intera generazione. Anche le pratiche di lotta erano cambiate. Le forme della protesta studentesca si orientavano sempre più apertamente verso la rivolta: cassonetti incendiati, fuochi d’artificio lanciati contro i poliziotti, scuole date alle fiamme. I blocus non erano semplici occupazioni simboliche. Diventavano azioni di sabotaggio e guerriglia urbana, accompagnate dalla costruzione di vere e proprie barricate. Spazi da conquistare, certo, ma soprattutto da difendere contro la violenza dello Stato. La risposta repressiva non si era fatta attendere. L’intervento sistematico delle cosiddette forze dell’ordine era stato annunciato pubblicamente dal ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, che si stava così inconsapevolmente condannando a diventare il bersaglio di una straordinaria produzione di slogan e cartelloni denigratori. Del resto, com’era il detto? Una risata vi seppellirà.  Ma c’era  ben poco da ridere. Al 5 ottobre si contavano 5.060 gardes à vue, i fermi di polizia. Per avere un termine di paragone, durante la rivolta delle banlieues del 2005, che aveva messo a ferro e fuoco la Francia, i fermi erano stati 4.402 nell’arco di un mese. Intanto, centinaia di blocus a oltranza si moltiplicavano tra scuole e università in tutto il Paese. A Rennes, gli studenti rendevano espliciti i propri riferimenti tornando a scrivere sui muri l’eco di una memoria tutt’altro che sepolta: «Vive la Commune». Le parole d’ordine si facevano più esplicite. I tentennamenti lasciavano spazio alla determinazione. La fiamma della rivolta aveva già cominciato a bruciare: La flamme de la révolte brûle déjà. Il prossimo appuntamento era fissato per il 6 ottobre.

Nelle scuole francesi, una nuova generazione cominciava a sperimentare il significato concreto della parola conflitto. Non quello addomesticato dai corpi intermedi, ma quello vivo, produttivo, capace di interrompere la continuità del presente. Insieme al conflitto emergeva qualcosa che il discorso pubblico tende sistematicamente a rimuovere: la gioia della rivolta. La scoperta che l’azione collettiva può spezzare, anche soltanto per qualche ora, l’individualismo nel quale siamo abituati a consumare la nostra sofferenza. Ma come si organizza una collettività nell’epoca dell’individualismo? I sindacati studenteschi hanno provato, goffamente, a dettare il ritmo di una rivolta che non potevano davvero contenere. Il movimento si organizzava soprattutto altrove: nelle connessioni informali, in una rete fluida di contatti, informazioni e relazioni che si estendeva ben oltre gli spazi burocratizzati delle organizzazioni tradizionali. Mi tornano in mente due frasi del Comitato invisibile:

«Là où la seule expérience commune est la séparation, on n’entendra que le langage informe de la vie séparée».

«Ce ne sont pas les raisons qui font les révolutions, ce sont les corps. Et les corps sont devant des écrans».

I corpi, appunto. E gli schermi. I social media, Snapchat e TikTok, avevano svolto un ruolo cruciale. Bastava un video, un messaggio, per sapere dove darsi appuntamento. Ma le piattaforme non servivano soltanto a coordinare ciò che stava accadendo. Contribuivano anche a immaginare ciò che sarebbe potuto accadere. La loro forza, in altre parole, non era soltanto tattica, ma strategica. La convocazione si costruiva attraverso la ripetizione, la condivisione, l’emulazione. Un video ne generava un altro, una testimonianza diventava un appello, un appello si trasformava in una data su cui convergere. Anche il linguaggio della mobilitazione aveva qualcosa di inedito. Gli slogan, i simboli e le immagini attingevano direttamente all’immaginario della cosiddetta «Generazione Z»: immediati, ironici, visivi, capaci di alternare la denuncia alla dissacrazione. Così, davanti alle barricate di un liceo, potevi trovare Spiderman, Batman e Topolino. Intanto circolavano meme esilaranti sui poliziotti che tentavano, goffamente, di infiltrarsi nelle chat dei liceali: «Bismillah c’est les ténèbres». Ridicolizzare il potere significa anche sottrargli una parte della sua aura, incrinare la solennità con cui pretende di imporsi. Non è molto, forse. Ma non è niente.

L’immaginario della Gen Z si intrecciava anche con un richiamo consapevole al Sessantotto. Il Maggio francese veniva interpretato come un processo che le generazioni precedenti non avevano portato fino in fondo, finendo per tradirlo. Molti cartelli lo riprendevano, attraverso un meme che sono troppo vecchio per capire: «Génération 6-7 refait mai 68». Mi sembra una risposta piuttosto eloquente ai rumores senum severiorum che dobbiamo tediosamente sorbirci al di qua delle Alpi. Quei borbottii alla Galimberti e Crepet, per intenderci, di chi ha fatto della critica ai giovani una professione. Per par condicio, bisogna riconoscere che in Francia non mancano i loro equivalenti. Anche lì, qualcuno era pronto a evocare lo spauracchio del casseur: il presunto vandalo infiltrato tra i pacifici e innocui liceali, l’elemento estraneo. 

Tutte queste immagini, questi codici, viaggiavano rapidamente sulle piattaforme. Sarebbe ingenuo, naturalmente, ignorare le ambivalenze dei social media. Sono anche dispositivi di controllo, strumenti che consegnano i nostri dati ai padroni del capitalismo globale. La violenza algoritmica solleva interrogativi profondi sulla nostra presunta libertà; e non esiste alcuna liberazione automatica inscritta nella tecnologia, con buona pace dei post-operaisti e dei loro abbagli. Non basta un hashtag per produrre un movimento. Eppure, le piattaforme possono aprire spazi di organizzazione, aggregazione e incontro tra corpi, contribuendo a ricomporre una moltitudine dispersa. Possono diventare, in definitiva, il mezzo attraverso cui la schiavitù si rovescia in rivolta. È forse proprio questo il punto. Quando la rabbia generazionale smette di consumarsi nella frustrazione individuale e trova una forma collettiva, quando la connessione digitale si traduce in corpi che occupano una strada, accade qualcosa: la rabbia non scompare, ma cambia direzione. Diventa generativa. È quello che sarebbe successo il 6 ottobre. La mattina stessa della manifestazione, sulle numerose pagine social nate spontaneamente circolava un appello rivolto agli studenti: prendersi la testa del corteo, sottrarsi alla direzione degli opportunisti, rifiutare il tentativo degli adulti di ricondurre la protesta entro forme prevedibili e innocue.

«Laissez pas les syndicats marcher devant vous à votre propre manif. Laissez pas les “adultes” vous encadrer. La pacification ne profite qu’à nos ennemis».

In quelle parole, diffuse attraverso semplici storie su Instagram, si esprimeva già un programma rivoluzionario. La posta in gioco non era soltanto stabilire chi dovesse guidare il corteo, ma decidere chi avesse il diritto di determinarne le condizioni, i tempi e le pratiche. 

Divorato dalla fear of missing out, non posso restarmene a casa. Scrivo a Ludovica, conosciuta la settimana prima. Ci separano pochi anni e ci siamo subito trovati. È a Parigi per una ricerca. Su cosa, non l’ho ancora capito. Del resto, non ho ancora capito che cosa ci faccio io qui. Ci diamo appuntamento a Place de la République, dove è stato convocato il concentramento. Non so esattamente che cosa aspettarmi, ma ho la sensazione che quella giornata segnerà un passaggio importante. Quando arriviamo, il nostro sguardo si scontra con una marea umana che sembra non finire mai. Le persone continuano ad affluire da ogni direzione, riversandosi nelle strade circostanti. Nei giorni successivi si parlerà di oltre centomila partecipanti. Eppure, ciò che mi colpisce non è tanto la consistenza numerica del corteo – mi è capitato di trovarmi in manifestazioni più grandi – quanto la sua composizione, nel senso che il termine assume nella tradizione operaista. La nozione di composizione rimanda alla consapevolezza delle differenze che attraversano la classe: non soltanto sul piano delle condizioni materiali e tecniche, ma soprattutto su quello della soggettività. Le forme attraverso cui ciascuno percepisce se stesso e gli altri, i riferimenti culturali, i modi di pensare, i bisogni, i desideri. La classe, intesa come soggetto di uno specifico ciclo di lotta, non è dunque un blocco omogeneo. È una realtà articolata e stratificata, attraversata da esperienze differenti, talvolta contraddittorie. Questa eterogeneità è immediatamente visibile nel corteo. Da una parte, gli studenti dei licei del centro; dall’altra, i ragazzi provenienti dalle banlieues, riconoscibili dalle tute Nike nere e dai passamontagna. La rabbia di questi ultimi non trova espressione nei codici tradizionali della sinistra, né sembra riconoscersi nei suoi rappresentanti politici. Il linguaggio, l’abbigliamento, l’estetica stessa della mobilitazione attingono piuttosto ai codici culturali dei quartieri popolari, dando forma a una politicità che sfugge alle rappresentazioni consolidate del conflitto sociale. A prima vista, queste due componenti sembrano avere ben poco da spartire. Per molti aspetti, è effettivamente così. Eppure, proprio dentro queste differenze può aprirsi lo spazio per una possibile ricomposizione di una soggettività comune.  A renderla pensabile sono alcune esperienze condivise da un’intera generazione: la violenza poliziesca, resa manifesta dall’uccisione di Nahel Merzouk, e lo spettacolo raccapricciante del primo genocidio trasmesso in diretta streaming. Esperienze che non cancellano le distanze, ma contribuiscono a definire un posizionamento condiviso lungo la linea del conflitto. Non è un caso, del resto, che in piazza la bandiera palestinese, accanto a quella congolese, sia una presenza costante. Ogni lotta lascia una traccia che sopravvive alla propria conclusione. Una sedimentazione che, almeno potenzialmente, prepara le condizioni delle lotte successive.

In Italia, qualcuno ha definito «generazione Palestina» i protagonisti delle mobilitazioni dell’autunno 2025. Un’espressione che, tuttavia, rischia di non trovare un referente adeguato nella realtà. Perché il problema è proprio questo: nelle nostre interminabili assemblee abbiamo elaborato una sofisticatissima cartografia delle oppressioni, che però ci dice ben poco delle metropoli in cui viviamo. L’intersezionalità che tanto sbandieriamo finisce spesso per ridursi a una griglia astratta, viziata da un materialismo determinista. Una chiave di lettura che non restituisce la complessità dei processi reali e che, soprattutto, rischia di idealizzare i soggetti delle lotte, facendone perdere di vista tanto le potenzialità quanto i limiti. Essere sottoposti a una forma di dominio o di sfruttamento non costituisce, di per sé, una condizione sufficiente alla produzione di una soggettività rivoluzionaria. Nella realtà capitalistica, i soggetti subalterni non esprimono alcuna coerenza progressiva necessaria. Le loro esperienze e le loro forme di aggregazione possono svilupparsi in direzioni contraddittorie, riprodurre gerarchie esistenti e alimentare nuove forme di reazione. Anche il Capitale, del resto, soggettivizza. Organizza desideri, modella aspirazioni, costruisce appartenenze, orienta immaginari. La soggettivazione non è dunque un processo univoco. Allo stesso modo, la contro-soggettivazione non rappresenta il rovesciamento automatico di una condizione di subalternità. È, piuttosto, un esito possibile e contingente, il prodotto di sforzi organizzativi che non hanno mai un risultato garantito in partenza. È quello che stiamo vedendo in Francia, dove l’opposizione alla violenza poliziesca è diventata il punto di condensazione di un malessere più ampio. Una piega attraverso cui rivendicazioni, esperienze e tensioni differenti hanno potuto incontrarsi, senza per questo dissolversi in un’unica soggettività. Come se fosse entrato in gioco un attrattore gravitazionale, capace di deformare il campo di forze e ridisegnare le traiettorie della convergenza e della divergenza politica.

«Oh, ma ci sei?». La voce di Ludovica mi strappa ai miei voli pindarici. «Non ti ricordi? Dobbiamo raggiungere Sara». Già. Ci eravamo dati appuntamento con un’altra ragazza, conosciuta anche lei pochi giorni prima. La chiamo. «Sono in mezzo alle bandiere rosse». Perfetto. Mi torna in mente Fantozzi alla riscossa: lui che deve trovare Pina, garofano in mano, in mezzo a un convegno di donne socialiste. Quanto sono vecchio. Altro che Gen Z. Partiamo dalla coda del corteo e cominciamo a risalirlo. Ci facciamo largo tra le bandiere, schivando i gruppuscoli molecolari che pretendono di fare la rivoluzione vendendoti il loro giornale. Le strade sono sature. Ogni metro richiede uno sforzo. Avanziamo a fatica, ma alla fine riusciamo a trovare Sara. Quasi senza accorgercene, ci ritroviamo in testa al corteo. Nel posto giusto, al momento sbagliato. Mancano poche decine di metri a Place de la Nation quando la polizia blocca la manifestazione. Un lacrimogeno, una carica simulata. In un istante, qualche migliaio di persone si ritrova isolato dal resto del corteo. Noi compresi. Ma non succede quello che ci si potrebbe aspettare. Il corteo non si disperde. Rimane compatto. Per qualche istante restiamo fermi, cercando di capire come muoverci. Intorno a noi, protetti da ombrelli e fumogeni, quasi tutti si cambiano d’abito. Nel frattempo, Ludovica e Sara, gli unici punti di riferimento che avevo in mezzo a quella marea umana, approfittano di uno spiraglio per indietreggiare. Non hanno protezioni contro i gas e preferiscono non correre rischi. Io, invece, sono testardo. O forse ho semplicemente poco senso di autoconservazione. Le saluto in fretta e continuo a avanzare.

Ora sono solo. Intorno a me, migliaia di persone vestite di nero. Non conosco nessuno. Non so come andrà a finire. Eppure, sento qualcosa. Una forma di calore che soltanto un movimento infinitamente più grande di me può trasmettere. Mi sento parte di una collettività reale, concreta. Nella mia mente risuonano le parole di quel tale: «Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco». Non faccio in tempo a soffermarmici che una voce si alza sopra il brusio e trascina con sé tutte le altre. «Et la rue, elle est à qui?» La risposta arriva immediata, corale. «Elle est à nous!» La strada è nostra. È il segnale. Si avanza. Poi, uno scoppio. E tutto precipita nel caos. Cominciano gli scontri. Da una parte, le pietre e i fuochi d’artificio; dall’altra, la Gendarmerie e la CRS, i celerini francesi, che fanno un uso spropositato di lacrimogeni, spesso sparati ad altezza d’uomo. Non ho mai capito perché si insista tanto su questo particolare. Anche un candelotto lanciato a palombella può fare male. Proprio mentre ci penso, uno di questi mi colpisce il piede. Fanculo. Ma non è questa la loro arma più infame. La peggiore è quella maledetta granata assordante. Ne lanciano tre o quattro in mezzo alla folla, facendole esplodere con una violenza capace di provocare mutilazioni. Nei giorni precedenti, il loro impiego indiscriminato aveva già ferito decine di ragazzi. C’è chi ha perso un occhio, chi una mano. Eden, a quattordici anni, ha perso la mascella.

Cominciano le cariche. Negli occhi degli sbirri mi sembra di leggere un godimento malsano. Finalmente possono manganellare qualcuno. C’è qualcosa di osceno in quell’accanimento, nella foga con cui uomini in divisa si scagliano contro ragazzi che potrebbero avere l’età dei loro figli o essere quasi loro coetanei. Non è un caso che l’odio per le cosiddette forze dell’ordine – i keufs, nel gergo delle banlieues – costituisca uno dei collanti fondamentali del movimento. Che venga esercitata nei quartieri popolari o contro i movimenti sociali, la violenza è la stessa. A incarnarla sono i corpi iper-equipaggiati della gendarmerie mobile e delle squadre motorizzate Brav-M. Eppure, il corteo resiste. Arretra, si ricompone. Riparte. Deborda, si espande, sfugge a ogni tentativo di ricondurlo entro i confini del consentito. Non è più una manifestazione. È conflitto aperto. Rivolta urbana. I muri delle banche vengono martellati per ricavarne pietre da lanciare. I negozi vengono saccheggiati e il materiale recuperato serve a costruire barricate, alle quali viene dato fuoco. Sui muri compare una scritta: «Macron au bûcher». Macron al rogo. Il presidente della Repubblica, intanto – lo avremmo scoperto più tardi –, è impegnato a testare un missile intercontinentale nell’oceano Atlantico. Che squallida provocazione. Qualcuno intona un vecchio canto dei gilets jaunes: «Même si Macron ne le veut pas, nous on est là!» Anche se Macron non vuole, noi siamo qui. E noi siamo qui davvero.

Le prime barricate servono a guadagnare terreno alla polizia. Pochi metri, appena. Ma soprattutto servono a prendere fiato, a permettere a chi ha resistito fin lì di arretrare e riposare mentre altri avanzano. La rivolta si organizza anche così: attraverso una successione di corpi che si alternano, si sostengono, si danno il cambio. È in quel momento che capisco che cosa significhi la parola collettività. Non un’identità da esibire, né un’appartenenza da proclamare. Una pratica concreta. Una rete di persone che si prendono cura l’una dell’altra. C’è chi soccorre i feriti, chi spruzza una soluzione di acqua e antiacido per alleviare il bruciore dei lacrimogeni. Nessuno viene lasciato solo. Anche gli abitanti dei palazzi intervengono. Aprono i portoni, fanno entrare chi è ferito, chi tossisce, chi non riesce più a respirare. Qualcuno, più sbrigativamente, il portone lo apre a suon di calci. Un ragazzo, avrà avuto quattordici anni, mi si avvicina e mi chiede una mascherina. Gliela do. La maggior parte dei suoi coetanei, però, non ne ha una. Sono lì, esposti direttamente ai gas, alle granate, ai manganelli. Ragazzi che potrebbero essere a casa, in giro con gli amici. Sono con i loro amici, sì, ma in prima linea. E non arretrano.

Anzi, saranno proprio loro a condurre la manovra decisiva. A centinaia, avanzano urlando slogan che si perdono nel frastuono della rivolta. Non riesco a distinguere le parole. Non importa. A parlare è il corteo stesso, con la sua forza, con la sua capacità di ricomporsi ogni volta che la polizia tenta di disperderlo. Dopo ore di scontri, conquistiamo finalmente l’ingresso di Place de la Nation. Pian piano arrivano anche gli altri spezzoni. Adulti, pensionati e lavoratori si dispongono in catene umane per proteggere i liceali dalla violenza poliziesca. Le generazioni si mescolano. Si sostengono. Si riconoscono. Poi succede qualcosa. Le voci si fondono. Prima poche, poi decine, centinaia, migliaia. Un solo canto attraversa la piazza. L’Internazionale. La polizia è costretta a indietreggiare. La piazza è nostra. Finalmente posso togliermi la mascherina e respirare. L’aria sembra diversa, anche se è ancora impregnata di gas e polvere. La gioia, però, è soltanto una parentesi. Arrivano nuovi reparti. Nuovi uomini. Equipaggiati come Robocop – evidentemente i miei riferimenti culturali sono diversi da quelli della Gen Z –, con uno scudo distopico dotato di luci LED intermittenti, concepito per stordire chi si trova davanti. Sono tornati per vendicarsi.  Cominciano gli arresti arbitrari. Fermano chiunque capiti loro a tiro. Gli scontri riprendono. Passano le ore e, a poco a poco, la maggior parte delle persone lascia la piazza. Quando restano soltanto alcune centinaia di manifestanti, la polizia interviene per sgomberare con la forza gli ultimi irriducibili. Sono le dieci di sera. Resisto ancora un poco, ma l’indomani devo lavorare. Alla fine mi rassegno a tornare a casa. Cammino nel buio, sotto una luna fioca. Le gambe sono pesanti, la gola brucia ancora. Inizio a canticchiare un vecchio adagio. Una di quelle canzoni che, in certi momenti, smettono improvvisamente di appartenere al passato: «Ma oggi ho visto nel corteo tante facce sorridenti, le compagne, quindici anni, gli operai con gli studenti…» La giornata è finita. La rivolta, invece, è appena cominciata.

Nei giorni successivi accade qualcosa di inedito. La contestazione comincia a propagarsi anche all’interno di quelle istituzioni che, per definizione, dovrebbero riprodurre l’ordine esistente: le facoltà di ingegneria, le cosiddette grandes écoles, gli istituti privati, in maggioranza cattolici. Per giovedì 8 ottobre, l’alleanza intersindacale proclama uno sciopero nel sistema scolastico nazionale. Ma la rabbia dei giovani non vuole lasciarsi imbrigliare nei tempi, nei comunicati, nel linguaggio dei corpi intermedi. I ragazzi vogliono tutt’altro. Rompere la liturgia della protesta. Saltare il copione. Annunciano l’intenzione di prendere la Bastiglia. La mattina, dalle scuole e dalle facoltà partono diversi cortei spontanei. Convergono alle tre del pomeriggio verso Place de la Bastille, luogo simbolico per eccellenza, memoria viva della Rivoluzione del 1789. L’hanno detto. L’hanno fatto. Sono in migliaia. Siamo in migliaia. La prima cosa che mi colpisce è ciò che manca. Non ci sono interminabili comizi. Non ci sono palchi da cui qualcuno pretende di parlare a nome di tutti. Nessuna processione di sigle, nessun rituale stanco della rappresentanza. C’è solo la piazza. Ci sono i ragazzi che si incontrano, si riconoscono, si abbracciano. C’è la gioia di stare insieme, di occupare uno spazio e farlo proprio. La sensazione che, per una volta, non ci sia bisogno di chiedere il permesso a nessuno.

Naturalmente, ci sono anche i rappresentanti delle istituzioni. Ma nessuno sembra disposto a concedere loro il centro della scena. Questa volta il palcoscenico appartiene alla Gen Z. I politici che vorrebbero intercettarne la rabbia devono accontentarsi di restare ai margini, cercando di capire quale posto possano occupare in una mobilitazione che non controllano. Soltanto una figura sembra godere di un riconoscimento autentico: Bally Bagayoko, sindaco di Saint-Denis. Al suo arrivo, la piazza esplode in un boato. Nei giorni precedenti, alcuni suoi interventi in difesa degli studenti, in prima linea contro la violenza della polizia, sono diventati virali. I video circolano sui social, vengono condivisi, rilanciati. Ora, quando Bagayoko compare in piazza, la reazione è immediata. La sua non è una semplice passerella istituzionale. La sua presenza sembra rappresentare qualcosa di più. Sarebbe però un errore scambiare questi segnali per un improvviso ritorno della fiducia nella politica istituzionale. Non è questo che si respira. Questa generazione sembra ormai profondamente delusa dai meccanismi della rappresentanza e dai partiti che pretendono di parlare in suo nome. Del resto, una parte consistente di chi riempie le piazze non ha nemmeno diritto di voto. E le petizioni promosse dai sindacati studenteschi per abbassare a sedici anni l’età elettorale raccolgono, in tutta la Francia, appena poche migliaia di adesioni. Questi ragazzi non sembrano chiedere di essere ammessi al tavolo delle decisioni. Vogliono ribaltare il tavolo. È qui che emerge una frattura più profonda. Mentre gran parte della sinistra continua a leggere la mobilitazione come un movimento studentesco da estendere e accompagnare, lo Stato la tratta come una successione di rivolte urbane da reprimere. La brutalità poliziesca non è un incidente di percorso, né una semplice risposta agli eccessi della piazza. È anche l’espressione di un apparato di controllo che, da decenni, disciplina i quartieri popolari attraverso la sorveglianza, la coercizione e la violenza. In questo scarto si consuma una contraddizione che la sinistra sembra incapace di affrontare. I suoi appelli all’estensione della lotta degli studenti delle scuole superiori finiscono così per scontrarsi con la componente rivoltosa del movimento: proprio quella che ne porta più lontano la rottura con l’ordine esistente. 

La piazza continua a cantare. La folla si muove, si stringe, si allarga. Poi, a un certo punto, alzo lo sguardo verso la colonna di Luglio, al centro della piazza. Qualcuno sta srotolando uno striscione. «Révolution, RDV 17 octobre».  La data è tornata. In realtà, non se n’è mai andata. È lì, davanti a tutti. Una promessa, forse. Una sfida, sicuramente. Intanto, la lezione dei giorni precedenti non è stata dimenticata. Questa volta gli studenti sono arrivati preparati. Hanno portato scudi improvvisati per proteggersi dai colpi della polizia. Si impara in fretta, quando l’inesperienza si paga con ferite e mutilazioni. Anche la polizia cambia tattica. Dopo che il ministero ha vietato l’impiego di alcuni tipi di granate, entrano in azione gli idranti. Ma gli studenti tengono duro. Lo sgombero richiede tempo, molto più di quanto le autorità avessero probabilmente previsto. Sara e io, quel giorno, abbiamo poca voglia di rischiare. Ci allontaniamo nella direzione opposta, verso il Canal Saint-Martin. Lei vuole raggiungere l’assemblea generale convocata per la sera. Io, invece, voglio tornare a casa e finire la tesi che mi trascino dietro da anni. Non scriverò una riga, naturalmente. Ma bisogna pur vivere di illusioni. Aspettare Godot. Forse è proprio per questo che mi ostino a fare politica. Saranno le dieci di sera quando, dalla Bourse du Travail, mi arriva un messaggio: «Martedì abbiamo deciso di assaltare Matignon, la residenza del primo ministro». 

L’indomani, i sindacati annunciano un nuovo punto di ritrovo. Non il municipio, come stabilito dall’assemblea, ma Place de l’Italie. Le organizzazioni autonome, intanto, fanno circolare una mappa degli obiettivi da colpire. I nomi sono quelli dei grandi centri del potere economico: LVMH, il colosso del lusso; BlackRock e Vanguard, i giganti della finanza; Tesla, Meta e Apple; le banche, da BNP Paribas e Société Générale fino a JPMorgan. Nel frattempo, le occupazioni continuano. Le università restano attraversate da assemblee e discussioni, i collettivi si organizzano, le iniziative si moltiplicano. Il 13 ottobre arriva in fretta. Anche questa volta, il corteo ha la Generazione Z in testa. Lo striscione d’apertura non lascia spazio a interpretazioni: «Le monde ou rien». Arrivo di corsa, direttamente dal lavoro, e mi faccio strada tra i manifestanti per raggiungere il corteo. Ho ancora addosso la stanchezza della giornata, ma basta immergersi nella folla perché passi in secondo piano. Intorno a me ci sono ragazzi giovanissimi, cartelli, bandiere, cori che rimbalzano da un gruppo all’altro. A un certo punto, leggo una scritta che mi strappa un sorriso: «In Francia la primavera inizia a ottobre». È proprio vero. Il corteo attraversa la città e si dirige verso Place Vauban. Per un paio d’ore si susseguono gli scontri con la polizia, ma il clima rimane sorprendentemente disteso. Si scherza, si grida, si provoca, mentre la tensione sale e scende come una corrente sotterranea. A un certo punto, i ragazzi cominciano a sfidarsi in aura battles davanti ai poliziotti. La folla esulta, urla, applaude. È lì per giudicare quale dei partecipanti abbia più aura : una specie di carisma, un misto di eleganza e sicurezza di sé ostentata senza sforzo, da anni ormai radicato nel gergo e nell’immaginario dei più giovani. Mentre formulo mentalmente questa definizione, mi sento improvvisamente vecchissimo. Di nuovo.

Alla fine, la polizia ricorre ai cannoni ad acqua per disperdere la folla e riprendere il controllo dello spazio. Il corteo si sfalda lentamente, i gruppi si allontanano e la giornata comincia a esaurirsi. Prendo la metropolitana e torno a casa. Parigi scorre fuori dai finestrini, indifferente, come se nelle sue strade non fosse successo nulla. Nei giorni successivi, tutto sembra procedere più velocemente. Sotto la superficie, però, cresce l’attesa. Sui social comincia a circolare uno slogan: «On va quitter l’époque contemporaine». Abbandoneremo l’epoca contemporanea. Sono parole potentissime, tanto più perché sembrano emergere dal basso, elaborate da una generazione che, spesso senza saperlo, riscopre una tradizione millenaria: quella del messianismo. Il punto è che viviamo in un’epoca in cui l’apocalittica è stata interamente assorbita dal Capitale e messa al suo servizio. La catastrofe è diventata il nostro orizzonte permanente, l’emergenza la forma ordinaria del governo. Crisi economiche, guerre, collasso ecologico, precarietà: ogni giorno ci viene annunciato che il mondo sta per finire. Eppure, questa fine non arriva mai.

La crisi non è più – come nella sua etimologia greca – il momento decisivo che precede una trasformazione, il punto di rottura oltre il quale nulla può restare come prima. È diventata una condizione stabile. Una fine senza fine, un’apocalisse durevole nella quale l’eccezione si trasforma in regola e la sospensione di ogni certezza diventa il fondamento stesso dell’ordine. Forse è questa la definizione più precisa del contemporaneo: uno stato di emergenza indefinito, in cui tutto deve cambiare affinché nulla cambi davvero. Ci viene chiesto di vivere nell’attesa della catastrofe, di adattarci continuamente al peggio, di accettare come inevitabile ciò che viene presentato come una necessità storica. Il futuro si restringe fino a coincidere con la gestione di un presente perpetuo. Ogni possibilità viene ricondotta entro i limiti di ciò che esiste già. Uscire dall’epoca contemporanea significa allora interrompere questo tempo sospeso. Sottrarsi alla sua logica. Rifiutare l’idea che non esistano alternative. Questa volta, a differenza di tante altre, non ho l’impressione di trovarmi davanti all’ennesima «bolla speculativa militante». Non mi sembra una di quelle ondate di entusiasmo che l’intellighenzia radicale alimenta periodicamente, annunciando l’imminente assalto al cielo per poi ritirarsi, qualche settimana dopo, tra le proprie riviste e i propri seminari autoreferenziali. Se non siamo in grado di uscire da noi stessi, d’altronde, come possiamo pretendere di uscire da un’intera epoca? Questa volta è qualcosa di diverso. Deve esserlo. Per parafrasare Max Stirner, non si tratta di conquistare un cielo che continui a sovrastarci, ma di distruggerlo. Mentre penso a tutto questo, la notte del 16 ottobre non riesco a dormire. Esco di casa, scendo le scale e mi metto a camminare. Senza una meta, senza una ragione. Le strade del XX arrondissement sono deserte. Frugo nelle tasche della giacca e trovo una sigaretta. L’accendo. Perché? Non fumo neanche. Faccio un paio di tiri, tossisco, poi la butto via. Non riesco a stare fermo. Non mi è mai riuscito, a dire il vero. Ma questa notte più del solito. Cammino verso Place de la Nation, dove tutto è cominciato. Non c’è quasi nessuno in giro, soltanto qualche senzatetto in cerca di un riparo. La città sembra sospesa. Le strade vuote, le finestre buie, il rumore dei miei passi. È un silenzio strano, quasi innaturale. Un silenzio che ti costringe a pensare.

Tra poche ore sarà finalmente il 17 ottobre. Ho aspettato a lungo questo giorno. L’ho atteso come, dopo una notte interminabile, si attende l’alba. Mi torna in mente Ecce Bombo, quella scena memorabile di Nanni Moretti: la spiaggia di Ostia, una generazione sconfitta, la disillusione. La noia. L’autocoscienza. E poi la battuta di Paolo Zaccagnini, che riporta tutto alla realtà: «Sto male, c’ho pure freddo». In effetti, da qualche giorno anche a Parigi le temperature sono scese. Mi fermo un momento e guardo il mio fiato condensarsi nell’aria: una nuvola bianca che si dissolve quasi subito. Resto lì a osservarla, come se ci fosse qualcosa da capire. Ma non c’è niente da capire. Mi infilo le mani in tasca. È tempo di tornare a casa. Chiudo gli occhi. Quando li riapro, il 17 ottobre è arrivato. Lo sento addosso, come un temporale che, dopo una lunga accumulazione di forze, è sul punto di esplodere. I blocchi cominciano all’alba, in tutto il Paese. I concentramenti annunciati si moltiplicano e dalla Gare du Nord parte un corteo spontaneo.  Questa volta è diverso. Questa volta siamo preparati. Abbiamo tutto il necessario per proteggerci dai lacrimogeni: occhialini da piscina, maschere antigas e una soluzione d’acqua e antiacido da spruzzare all’occorrenza. Siamo in sei, un gruppo composito formato da persone che ho conosciuto appena poche settimane prima, come Sara, da altre incontrate soltanto qualche giorno fa e da amici che frequento da anni. Uno di loro ha guidato per milleduecento chilometri pur di raggiungermi, convinto, come noi, che questa sarebbe stata una giornata da ricordare. È un pazzo, e io come lui. Abbiamo nomi in codice, simboli e un sistema per riconoscerci nel caos. Decidiamo che, quando il fumo dei lacrimogeni renderà difficile distinguersi, alzeremo tre dita verso il cielo.

Il riferimento è alla P38, la pistola diventata uno dei simboli degli anni di piombo. Il gesto però richiama anche una storia molto più antica. Ci riporta alla Germania centrale del Cinquecento, alla Bundschuh, la Lega della scarpa: un movimento di rivolta contadina che aveva fatto della calzatura dei poveri un segno di appartenenza e di opposizione allo stivale dei nobili. Per decenni, quelle comunità avevano sfidato principi e clero, opponendosi a un ordine sociale che le condannava alla miseria e alla subordinazione. È una storia che appartiene alla grande tradizione delle jacqueries, le rivolte popolari che attraversarono l’Europa tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna. Non movimenti organizzati, ma esplosioni improvvise di conflitto: spasmi della storia che mettevano a nudo le contraddizioni di un mondo in trasformazione. Mentre prendevano forma nuovi rapporti economici e si consolidavano i processi di accumulazione originaria del Capitale, le popolazioni contadine si ribellavano alla pressione fiscale, agli espropri e alla violenza dei signori. Le tensioni religiose e le guerre alimentavano un fermento che, pur senza un centro né una direzione comune, finì per scuotere gli equilibri del potere costituito. Quel 17 ottobre, in qualche modo, la jacquerie sarebbe tornata in Francia. Nella stessa Francia in cui era esplosa nel 1358, durante la guerra dei Cent’anni, quando i contadini si erano sollevati contro condizioni di vita sempre più insostenibili e le violenze dell’aristocrazia. Sono passati quasi sette secoli, ma la rabbia è la stessa. «Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre». 

Non c’è però tempo per soffermarsi sul significato dei simboli. Le mie elucubrazioni vengono interrotte da Edoardo, che mi passa una bottiglia di vetro raccolta da terra: «Prendila. Questa ci servirà dopo». Ci dirigiamo verso il cuore della città, attraversando il Marais e la zona di Les Halles. Lungo il percorso incrociamo diversi cortei che si spostano da una strada all’altra, convergendo verso Place de la République, dove è previsto il concentramento del pomeriggio. Nessuno sembra disposto ad aspettare. Prima ancora dell’ora stabilita, i quartieri centrali vengono attraversati da cortei selvaggi, sempre più numerosi, che si formano spontaneamente e trascinano con sé migliaia di persone. I manifestanti sono perlopiù giovanissimi: ragazzi della Gen Z che si muovono con una sicurezza sorprendente. Sanno come proteggersi dai gas, conoscono le strade, reagiscono rapidamente agli spostamenti della polizia. Non sembra una folla completamente disorientata. Al contrario, la mobilitazione appare capace di reinventarsi di continuo: scompare da una strada e ricompare poche centinaia di metri più avanti, si disperde e si ricompone, sfugge a ogni tentativo di contenerla. Per ore ci muoviamo senza sosta, seguendo il flusso dei manifestanti, cercando di evitare le cariche e attraversando strade invase dal fumo. Compaiono le prime barricate. Colonne di fumo nero si alzano tra i palazzi, rendendo sempre più difficile capire che cosa stia succedendo anche a pochi isolati di distanza. Parigi sembra aver perso la propria geometria abituale. Di nuovo. Le strade non conducono più semplicemente da un punto all’altro: diventano luoghi di scontro, di fuga, di ricomposizione.

Quando finalmente arriviamo a République, il corteo viene investito da una pioggia di lacrimogeni. I candelotti sono decine. Il gas si diffonde rapidamente nelle strade circostanti, fino a invadere le stazioni della metropolitana. La folla arretra, si disperde, cerca riparo nei passaggi laterali. Ma la manifestazione non si dissolve. Si spezza e si ricompone, debordando ancora una volta verso il centro. La direzione, ormai, è chiara. La si sente ripetere ovunque, nelle conversazioni, nei cori, sui muri: l’Élysée, il palazzo presidenziale. A poche centinaia di metri dall’obiettivo, la polizia ci sbarra la strada. I lacrimogeni arrivano fitti, accompagnati da cariche violente che spezzano il corteo e costringono i manifestanti a disperdersi. È difficile capire dove andare. Si corre, si cerca di evitare il gas, si prova a ritrovare le persone con cui si era arrivati. Passano minuti che sembrano interminabili. Alzo lo sguardo e cerco le tre dita dei miei compagni. Finalmente li trovo. Poi, come già accaduto più volte durante la giornata, la folla si ricompone e riprende a muoversi. Il corteo si dirige verso gli Champs-Élysées, il grande boulevard che Parigi esibisce al mondo come una vetrina di lusso e di potere. Ed è proprio quella dannata vetrina a finire nel mirino. Le boutique vengono assaltate, i vetri infranti, le merci portate via e redistribuite. Dior, Gucci, Louis Vuitton: i marchi che rappresentano un lusso a cui noi eterni precari non potremo mai accedere perdono la loro aura di intoccabilità. Dietro il vetro infranto affiora ciò che il decoro urbano cerca di nascondere: la violenza delle disuguaglianze, la distanza tra chi può permettersi tutto e chi resta escluso da quel mondo. I saccheggi proseguono per ore. La polizia, in difficoltà, non riuscirà a riprendere il controllo della situazione.

Nel frattempo, noi ci dirigiamo verso Place de la Concorde, o meglio, Place de la Révolution, come venne ribattezzata nel 1792, dopo la caduta dell’ancien régime. È qui che sarebbe stata installata la ghigliottina. È qui che Luigi XVI avrebbe perso la testa. Quella memoria torna a galla anche nei cori dei manifestanti. Giovani a cui la scuola ha inculcato il mito di una Rivoluzione addomesticata, ripulita dalle sue vive contraddizioni. «Louis XVI, on l’a décapité! Macron, Macron, on va recommencer!». Il messaggio non ha bisogno di spiegazioni. La monarchia è caduta una volta, dicono. Nulla impedisce che la storia possa ripetersi. Siamo ormai vicinissimi all’Assemblée Nationale, una delle due camere del Parlamento francese. A separarci dall’edificio c’è soltanto il ponte della Concorde, interamente presidiato dalla polizia. Gli sbirri provano ad avanzare, guadagnare qualche metro, respingere la folla. Ogni tentativo, però, si scontra con la determinazione dei manifestanti. 

All’improvviso sento una folata di vento. Il gas si sposta, i lacrimogeni si diradano e, per qualche istante, riusciamo a respirare. Sopra di noi splende un sole magnifico, capace di scaldare questa fredda giornata di metà autunno.  Non c’è più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non sereno, ma infinitamente alto, con nuvole grigie che vi strisciano sopra dolcemente. Penso al principe Andréj disteso sul campo di Austerlitz: «Che silenzio! Che quiete! Che solennità!». Davanti ai miei occhi, però, quel cielo limpido contrasta con il fumo nero che sale dalle barricate alla mia sinistra. Le colonne sono ormai diverse. Anche qui, le strade sono state sbarrate. Il fuoco si riflette negli occhiali da snowboard del ragazzo che mi sta accanto. Non lo conosco, ma per un momento sento che qualcosa si ricompone dentro di me. Penso a Spinoza. All’amore, come lo intendeva lui. Non alle cazzate da Baci Perugina. All’amore concreto. Vero. Spinoza lo definiva, a memoria, come un aumento della nostra capacità di agire accompagnato dall’idea di una causa esterna. E io le vedo, le cause esterne. Sono tutt’intorno a me: le barricate in fiamme, i compagni al mio fianco, la bottiglia che stringo in mano. E per un istante lo sento, l’amore. Tutto intero. Fuori e dentro di me. Senza confini, senza separazioni. Io, gli altri, il fuoco, la strada. Una cosa sola. Il gomito guida lo scatto. La bottiglia comincia a fendere l’aria. L’insurrezione è arrivata. Finalmente. Ce n’est qu’un début.

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