Fallimento, depressione e dittatura neoliberale. Disperata ‘Lettera aperta’ alla nostra generazione (PT. I)

di Andrea Muni

Non è necessario fare ricorso alla forza per costringere il condannato alla buona condotta, il pazzo alla calma, l’operaio al lavoro, lo scolaro all’applicazione, l’ammalato all’osservanza delle prescrizioni […]. Colui che è sottoposto a un campo di visibilità, e che lo sa, prende a proprio conto le costrizioni del potere; le fa giocare spontaneamente su se stesso; inscrive in se stesso il rapporto di potere in cui gioca simultaneamente entrambi i ruoli [di vittima e carnefice], diviene il principio stesso del proprio assoggettamento. Il potere esterno tende all’incorporeo, e più si avvicina a questo limite, più i suoi effetti sono costanti, profondi, acquisiti una volta per tutte: una perpetua vittoria che evita lo scontro fisico e gioca sempre d’anticipo. (M. Foucault, Sorvegliare e punire – Il panoptismo)

Meglio Kleist, Sacher-Masoch e Sofocle per questi tempi bui, lasciate stare Netflix e Zerocalcare
Amici, amiche, esiste un antidoto alla nostra proverbiale depressione generazionale: si chiama lotta, si chiama (al limite) vanità della causa persa: alzare la testa davanti ai soprusi come l’Antigone di Sofocle, il Michael Kohlhaas di Kleist, la Madre di dio di Sacher-Masoch; alzarla come le miriadi di donne e uomini infami e reali che hanno lottato e lottano per la giustizia sociale nelle sollevazioni popolari di tutto il mondo.

Per non morire dentro bisogna combattere nel reale i soprusi e le umiliazioni che patiamo e che spesso siamo costretti a perpetrare. Non possiamo più accontentarci di rimuoverli. In modo diverso e più perverso delle generazioni che ci hanno preceduto, la nostra pare infatti aver scambiato le vessazioni cui è sottoposta per i propri più alti ideali, averne fatto una vera e propria Sindrome di Stoccolma, averle letteralmente introiettate come super-io. E questo nonostante Nietzsche nella Genealogia e Freud nel Disagio, per tacere di Marx, stiano lì da un secolo e più a spiegarci che la Morale di una società, in ultima analisi, non è altro che l’introiezione, il “rovescio della fodera”, della violenza disciplinare istituzionalmente e collettivamente subita dai suoi membri. Ma a quale “disciplina” siamo stati così traumaticamente formati? Riusciamo ancora a vederlo?

La Morale autoimprenditoriale è un totem, uno strumento ideologico fondamentale, una serpe che ci hanno pasciuto in seno e che si nutre di condizioni lavorative umilianti e aspettative social-genitoriali imbarazzanti che siamo stati pregati di prendere per la nostra essenza più profonda, per noi stessi.

La disciplina a cui ci hanno formato – attraverso famiglia, scuola, stage, lavoro, master, dottorati, praticantati, mezzi di comunicazione, tv, internet, pubblicità, Netflix, ospedali, amministrazione pubblica, repressione – è la percezione spontanea di noi stessi come “liberi” attori del grande Gioco dell’Oca neoliberale. L’idea di cosa sia un individuo è letteralmente, storicamente forgiata dalle discipline che la innervano e la modellano senza sosta, proprio come quella che abbiamo della libertà.

La libertà è letteralmente un fantoccio, un burattino dagli occhi vuoti parlato da mille voci diverse, contrastanti, incompossibili. Quella dominante ci dice che siamo liberi quando scegliamo razionalmente, responsabilmente, una cosa invece di un’altra. Fare o non fare, essere o non essere. Sarà per questo che gli specchi ci fanno così paura? Sarà per questo che non riusciamo a vedere fino a che punto “libertà” nella nostra società non sia altro che il nome magico e paradossale dato a tutto ciò che, in realtà, siamo obbligati a fare?

In me più di me

Una proiezione ottica, un avamposto ideologico “interiore” che rispecchia lo sfruttamento e le umiliazioni che tolleriamo, la torbida ambizione che fin dall’infanzia sorbiamo – senza accorgercene – come uno squisito veleno, una nera testa di serpente che non riusciamo a vomitare ridendo perché abbiamo disimparato a mordere. Vomitare libera, dà sollievo, ma lì per lì è doloroso, fa star male, ed è pure socialmente sconveniente: una perfetta metafora del perché è così difficile disintossicarci.

Questa Morale è l’unica normalità, la sola soggettività, che abbiamo conosciuto. Tutto il resto ce lo siamo creati da noi, e possiamo senz’altro andarne fieri. Ciò di cui invece proprio non possiamo andare fieri è la totale inibizione, la quasi-angoscia, che ci coglie nei momenti in cui potremmo alzare la testa. Nei momenti in cui – senza rischiare troppo – potremmo effettivamente combattere nel reale le logiche dei tanti impliciti sociali e istituzionali che quotidianamente ci feriscono e ci inducono a odiarci e competere al solo scopo di metterci meglio al lavoro. Allo stesso modo, non possiamo andare fieri dell’atteggiamento esistenziale cui ci costringe l’insicurezza che ci hanno abissalmente destinato a provare riguardo a ogni cosa. Un’insicurezza che ci induce tristemente a temere e lusingare il potere e i potenti (pur senza amarli, è chiaro, solo per necessità); un senso di fragilità che ci fa amaramente, disincantatamente consapevoli di quanto dipendiamo da loro per colmare i cronici vuoti del nostro conto corrente e quelli della nostra autostima.

Vomitarli, poter ridere di questi valori e di questi ideali – quando possibile, se possibile. Questa dovrebbe essere la nostra prima ambizione, non quella a cui ci hanno disciplinato i visi sornioni e attempati da cui abbiamo imparato che il mondo si poteva cambiare solo arrivando a gestire le leve del potere, solo facendo la gavetta. Volti spesso fidati e affettuosi, a cui molti di noi, troppi, hanno ingenuamente creduto. Sguardi obliqui di infelici, carichi di un desiderio meschino: rendere gli altri simili a loro, per illudersi meglio che sia normale, una cosa da tutti, sacrificare la propria dignità per una briciola di potere e riconoscimento sociale. Persone che, come il vecchio della storiella, dopo decenni passati a leccare suole – quando il potere di dire e fare “quello che vogliono” è finalmente nelle loro mani – non riescono nemmeno più a ricordare cos’è che avrebbero tanto voluto dire e fare, né per quale kafkiano spaesante scopo avevano inizialmente intrapreso una così indegna e umiliante ascesi.

Prima di dire qualcosa, bisogna avere qualcosa da dire. Ma per avere qualcosa da dire bisogna avere una vita che meriti di trasparire in ciò che diciamo e facciamo. Sarà anche per questo che ci viene così facile, quasi spontaneo, riconoscerci negli agrodolci fallimenti celebrati nella serie di Zerocalcare, che diversamente da noi è una star iper-realizzata e socialmente super-riconosciuta che oscilla ambiguamente tra i centri sociali e i salotti buoni di Gedi, laRepubblica e La7. In questo momento quei “salotti” sono il cuore pulsante della lotta di classe dei ricchi e dei padroni contro i poveri. Sono ideologia pura, nemici di classe nel senso più pieno del termine, e frequentarli – invece di denunciarne il sottile, continuo lavorio politico e ideologico – equivale a compiere una scelta di campo. Qualche anno fa si poteva ancora provarci, si poteva cercare dignitosamente di tenere il piede in due scarpe (di “lotta” e di “governo”), oggi non più. La frattura non è rimarginabile.

I figli siamo – e restiamo – noi. 
Le nostre vite di relazione, complice il covid, sono implose. Non c’è tempo, non c’è voglia. Dopotutto si sta così bene con se stessi, a coccolare le proprie misantropie e depressioni. Ma poi ci si sente soli e allora si sovraccaricano di significato gli amici, dimenticandosi che (più di ogni altra categoria di affetti) gli amici devono sentirsi pienamente liberi nei nostri confronti per essere davvero tali. Stesso discorso per l’eros e le sue varianti più alla moda, trombamicizie e poliamori vari, che non tappano i buchi e spesso non fanno che preannunciare l’avvitamento solipsistico nella coppia, che a sua volta non è che l’anticamera del più apocalittico tabù dei trenta/quarantenni di oggi: il figlio.

Nella serie di Zerocalcare nessuno dei protagonisti ha figli. I figli – eterni – siamo e restiamo noi. L’ho trovato impressionante, forse perché ho avuto un figlio molto giovane. Sì la precarietà, la povertà, il femminismo, tutto verissimo. Però è pieno di poveracci – di immigrati, di italiani di medio-bassa estrazione sociale e istruzione, di donne sole con due palle così – che hanno figli e lavorano come schiavi di fatica fin da quando sono ragazzi. Persone che, nonostante tutto, hanno trovato nelle loro vite sfruttate un minimo di stabilità esistenziale che le trattiene al di qua della depressione. Mentre a molti laureati della piccola e media borghesia italiana è stato lettelalmente instillato – non necessariamente dalle famiglie di provenienza, più spesso dagli impliciti e dai sottotesti mostruosi della società in cui viviamo – il terrore sacro di avere una famiglia propria. La famiglia, ce lo hanno insegnato, scandito, non doveva intervenire a ostacolare le prospettive, le ambizioni, il “futuro” di noi (ex)giovani. Quali prospettive e quale “futuro” poi non si sa, visto che la stragrande maggioranza di noi, laureati addottorati e senza famiglia, è comunque schiavizzata e sfruttata quanto e peggio di chiunque altro.

Ma riuscite a vedere la vera e propria spiritualità, la dimensione ascetica, di questa missione autoimprenditoriale che ci strepita in sottopelle fin dall’infanzia? Riuscite ancora, gettando un’occhiata esitante, a vedere quanto è penetrata in profondità, quanto si è fatta “anima”?

Prima della nostra generazione nella storia solo le mistiche, i monaci, le sante o alcuni tipi di filosofo e di prete (ma solo dopo la Riforma Gregoriana, e poi più massicciamente con la Controriforma) hanno rifiutato così radicalmente l’idea di una famiglia propria perché d’intralcio alla loro vocazione. Mi chiedo sinceramente se si possa ancora denunciare il vero e proprio attacco sferrato negli ultimi decenni dall’ideologia e dalla società neoliberali alla famiglia senza ricevere d’ufficio il marchio infamante di neo-fascio, di fusariano (tremo) o di rossobruno. Sto per scoprirlo.

Siamo la generazione a cui è stato ripetuto come un mantra che per fare figli bisognava prima sistemarsi. Peccato che “sistemarsi” per la nostra generazione – diversamente da come è andata per i nostri genitori – era ed è letteralmente impossile almeno fino ai quarant’anni (nei casi più felici).

Eh già, chi poteva immaginarlo. Noi nel dubbio, come al solito, abbiamo ubbidito. Prima il divertimento, il lavoro, lo sfruttamento, il successo, poi la famiglia. Non ci siamo chiesti come mai, pur essendo ben più povera e precaria di oggi, la gente nella storia dell’umanità abbia sempre fatto figli, spesso molto giovane. Ignoranza, mancanza di contraccezione, dicono. Ma non è tutto qui. Avere figli, prendersene cura, è una cosa che cambia alcune prospettive sulla vita, molte delle strutture fondamentali del rapporto con noi stessi; è qualcosa che (negli uomini non meno che nelle donne) sazia e realizza un certo ineliminabile narcisismo in un modo profondamente diverso da quello escogitato e “messo al lavoro” dalla teologia autoimprenditoriale.

Uno dei soprusi più gravi del disciplinamento neoliberale cui ci hanno sottoposto, talmente traumatico che a volte non riusciamo nemmeno più a dircelo, a denunciarlo, è proprio il condizionamente che abbiamo subito rispetto all’idea di una famiglia nostra. Siamo stati indotti in tutti i modi a rimandare al più tardi possibile (al limite, a mai più) il momento in cui noi stessi cessiamo di essere il nostro primo pensiero, il nostro primo problema nella vita. Non mi fraintendano gli amici e le amiche che hanno scelto consapevolmente e liberamente di non avere figli, questo discorso ovviamente non vale per loro, vale piuttosto per i tanti che – pur desiderando figli e famiglia – avvertono oscuramente di essere stati condizionati pavlovianamente a negarsi questo desiderio.

La famiglia “classica” è ovviamente solo una delle tante forme possibili, durature, felici, autosufficienti e in salute di “noi”. “Noi” è ogni forma autonoma, sovrana, di vita sociale e comune. È in queste microcomunità che palpita tutta la resistenza che è ancora possibile opporre alla violenza dell’ideologia neoliberale, all’individualizzazione, all’isolamento e all'(auto)disciplinamento che ci abitano nel dentro, e umiliano nel fuori.

Ci hanno condizionato a vedere nella famiglia un qualcosa che dovevamo meritarci, un perverso premio-di-produzione riservato a vite grandiosamente, asceticamente percorse entro i binari prestabiliti, quando invece nella storia degli esseri umani, al contrario, avere una famiglia propria ha sempre rappresentato piuttosto l’inizio di un nuovo capitolo, un rito di passaggio che introduceva ufficialmente alla vita adulta.

Falliti, sì, ma non nel senso buono

Ci emozioniamo per Zerocalcare – certo, anch’io eh, il finale è toccante non c’è che dire – ma caspita è una serie in cui non si capisce se il protagonista è un sedicenne o un quarantenne; dove praticamente nessuno lavora davvero (se non per vedere depresse le sue aspettative), dove la vita si schiva e in questo si cerca – e addirittura si trova! – un che di agrodolce in cui riconoscersi, una specie di nuovo collante sociale. Troppo poco.

È veramente il ritratto di una generazione di falliti, ma non nel senso in cui spesso ci piace immaginarci, ossia cullandoci nell’idea che siamo anime troppo belle per realizzarci sgomitando tra i liquami della società odierna. No! La verità è che siamo una generazione di falliti perché non abbiamo mai alzato la testa, io per primo. Il “noi” che ci restituisce Zerocalcare nella sua serie non ha nulla di sano, di felice, di autonomo, di sovrano. A me – onestamente – fa solo tristezza. Si ride, sì, tanto, ma nevroticamente, mai sovranamente.

Mi chiedo se questo sia legato al fatto che (come generazione) non abbiamo mai avuto uno scatto di dignità, di rottura, di rabbia che esplode compatta in una lotta, mentre sotto i nostri occhi si consumavano – e non smettono di infuriare – l’apocalisse dei diritti dei lavoratori, l’armageddon climatico, il naufragio dei diritti civili, il disciplinamento sempre più minuzioso e tecnoscientifico delle nostre esistenze.

Siamo i figli di mezzo della storia, senza scopo né posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. (Fight Club)

Da Fight Club a Zerocalcare, è sconfortante osservare che in questi vent’anni non ci siamo mossi di un millimetro. Se abbiamo lottato, l’abbiamo sempre fatto per qualcun altro – contro le guerre in altri paesi, per gli immigrati, contro le grandi opere dannose per l’ambiente locale, per i nostri nipoti (vedi questione climatica nella sua salsa più gretina, ossia quella che evita accuratamente la critica al modo di produzione capitalista) – quasi che l’idea di lottare per noi stessi ci risultasse impossibile, imperdonabile, mentre i padroni la loro lotta di classe egoistica non hanno mai smesso di farla e con risultati eccellenti. Noi stessi invece – salvo qualche momento importante come le proteste studentesche dell’Onda o il movimento Occupy, che ormai datano un decennio fa – a quanto pare non ci riteniamo degni di essere qualcuno per cui lottare.

Perché facciamo così fatica a realizzare che – diversamente da altre sacrosante lotte valoriali e identitarie – la particolarità della nostra lotta (della nuova lotta di classe che ci attende) è che non è buona, non è nel giusto, non è altruista. La lotta di classe è soltanto la nostra lotta: egoistica, singolare, e al contempo universale e collettiva. Nella lotta singolare, individuale, di ogni sfruttato per una vita degna pulsa, rugge un frammento della grande battaglia tutti gli sfruttati contro la violenza del Capitale. La storia è la storia della lotta tra le classi – Marx dixit. È da questa lotta che dipendono tutte le altre, da questa miccia: dalla riappropriazione di una dignità e di un orgoglio, individuali e collettivi, che ci hanno costretto a rimuovere, a calpestare. Nessuno ha mai fatto la rivoluzione per altruismo, nemmeno il Cristo.

Sempre sotto ricatto – reale ed economico per i più poveri, psicologico e autoimprenditoriale per i più ricchi, questa è la nostra costante generazionale, la nostra interclassista nuvoletta di Fantozzi. Non è facile alzare la testa, lo so. Non è un caso che Zero apra la sua serie ricordando Genova come il trauma originario di una violenza di Stato inaudita a partire dalla quale avremmo tutti più o meno capito (per poi non parlarne mai più) che di questa dittattura neoliberale non si può cambiare un cazzo. A volte mi chiedo se questo abbia a che fare col fatto tragico che molti tra i migliori della nostra generazione – pur denunciando gli alti valori autoimprenditoriali con cui ci hanno intossicato – li abbiano poi ligiamente, quasi religiosamente, seguiti come bimbi sperduti alla rincorsa dell’Isola che non c’è, giovani Edipi ed Edipe enormemente ingoiati dall’amore di genitori delicati ma ingombranti, dalla raffinatezza di capi rispettabili e seduttivi.

Grazie all’ultimo Foucault, e poi a Sloterdijk, abbiamo riflettuto tanto sul fatto che l’esercizio è il vero scambiatore, il trait ‘d’union tra etica e politica. L’unico problema è che non abbiamo proprio pensato al fatto che la maggior parte degli esercizi che facciamo e in cui ingaggiamo gli altri, la maggior parte delle ascesi attraverso cui ci trasformiamo, non le scegliamo noi, non sono coscienti, e soprattutto sono già lì come le caselle di un gioco che siamo stati finemente, violentemente programmati per abitare come altrettanti oggetti e pedine, mossi da una mano aliena – che non siamo – e che si fa prendere per me stesso.

[CONTINUA]

7 Commenti

    • L’ho scritto apposta… “vediamo chi sarà il primo a darmi del fusariano”, complimenti… Hai vinto il premio!!! 🙂
      Se ti interessa dai un occhio alla mia storia intellettuale prima di parlare cazzate. Se hai delle obiezioni e dei temi su cui discutere sono a tua disposizione, altrimenti… Buona giornata.

      ps: sei sicuro di aver letto il pezzo? O commenti giusto così per riempire di senso le tue domeniche mattina? Forse l’hai letto ieri sera e poi ci hai pensato su tutta la notte prima di scrivere un commento così articolato e attinente,… o forse sei solo uno di quelli che commentano senza leggere i pezzi…

    • Faccio un ultimo tentativo, poi ti lascio trollare in pace 🙂 Tu non pensi che sia così, che ogni forma di “noi” indebolisca l’ideologia neoliberale, che questa ideologia si nutre dell’individualizzazione e dell’atomizzazione di ogni persona e di ogni singola esistenza?

      non credo Fusaro dica questo: “La famiglia “classica” è ovviamente solo una delle tante forme possibili, durature, felici, autosufficienti e in salute di “noi”. “Noi” è ogni forma autonoma, sovrana, di vita sociale e comune. È in queste microcomunità che palpita tutta la resistenza che è ancora possibile opporre alla violenza dell’ideologia neoliberale, all’individualizzazione, all’isolamento e all'(auto)disciplinamento che ci abitano nel dentro, e umiliano nel fuori.”

      … e onestamente sono contento tu sia un troll e non qualcuno che reagisce così dopo aver “davvero” letto un pezzo che, dall’inizio alla fine, dice esattamente il contrario di quello che dice Fusaro, che è un clerico-fascista che sfrutta questi temi per piegarli verso la destra reazionaria cristiana. Un pezzo che cerca anzi di sottrarre questi temi cruciali all’avanzata incontrastata delle destre.

  1. Ho letto l’articolo e i relativi commenti. Condivodo l’analisi sulla incessante valorizzazione dell’individuo quale soggetto capace di un’unica relazione di tipo consumusitico e,di converso, il continuo discredito e disincentivo del “noi”. Ritengo che una delle forme di amore più grandi che l’essere umano conosca è l’amore c.d. filiale, ovvero gratuito. Che, però, può darsi, può verificarsi, anche all’esterno di un rapporto parentale o di sangue. Trovo contraddittoria e strumentale l’idea della genitorialità quale via per la stabilità esistenziale e fattore di protezione dalla dilagante depressione giovanile. Contraddittoria perché “alzare la testa” contro il proprio datore di lavoro allorquando si abbia la responsabilità di un’altra persona è ancora più difficile di quando si deve rispondere solo a se stessi delle proprie azioni. Strumentale perché (solo) attraverso la riproduzione di un’altra vita potrei porre le basi della mia crescita morale. Difficile raccordare concettualmente la lotta di classe, ovvero la lotta contro lo sfruttamento, con la necessità di una genitorialità. Sicuramente coltivare rapporti interpersonali, ovvero un “noi”, è una forma di resistenza attiva all’egoismo che deprime l’io individuale e ne impedisce non solo la realizzazione ma anche la rivolta contro lo sfruttatore. A quest’ultimo proposito: sì la lotta di classe è anche e primariamente lotta individuale, che però deve necessariamente essere coordinata in una lotta collettiva. La lotta del singolo, se va bene, consente di mantenere un fazzoletto di libertà individuale che può scomparire alla prima brezza mattutina. La libertà sociale non può che essere conquistata da e per mezzo di un movimento sociale. Almeno, questo è quello che penso. Non sono un cultore delle materie filosofiche né, tantomeno, della psicanalisi, dunque le chiedo: cosa intende per “esercizio” quale “trait ‘d’union tra etica e politica”? Grazie Luca

    • Grazie mille Luca [diamoci del tu, dai :)] , sono completamente d’accordo con te, al punto tale che credo di aver scritto proprio quello che dici tu. Cioè appunto che la “famiglia” è solo una delle opzioni, una variante possibile di questi “noi” che contrastano l’invidualismo e l’atomizzazione neoliberale. Inoltre “famiglia” è solo una parola, che varia storicamente di significato: solo duecento anni fa una “famiglia” (soprattutto non borghese) era ancora qualcosa di più simile a un clan che alla famiglia mononucleare edipica moderna, che a volte pensiamo sia sempre esistita e che invece è un’esperienza storica della famiglia recentissima.
      Come dici perfettamente anche tu, la “famiglia” può essere anche qualcosa di diverso dalla Famiglia. L’aggressione che io vedo nei confronti della famiglia la vedo – e l’ho denunciata in molti altri articoli – a livello di tutti i “noi” che possono contrastare la solitudine e l’atomizzazione neoliberali: l’amicizia, l’eros, i rapporti con i compagni di lavoro, per tacere dei rapporti sociali e politici più generali. Non ho inteso assolutamente dire che la famiglia sia (o dovrebbe essere) il “rimedio” alla solitudine e alla depressione, né che sia di per sé uno strumento più vantaggioso di altri per la lotta di classe. Facendo quel focus sulla famiglia speravo di riportarla, sottraendola ai discorsi di destra ed estrema destra che negli ultimi decenni se la sono intestata, nella sua vera casa, ossia quella dei tanti “noi” possibili che possiamo opporre alla violenza del disciplinamente e dell’individualizzazione neoliberali. Su questo e sul discorso “lotta di classe”, mi farebbe molto piacere (se hai tempo) se leggessi anche la seconda parte della letteraa, per poi discuterne ancora insieme (https://www.chartasporca.it/fallimento-depressione-e-dittatura-neoliberale-disperata-lettera-aperta-alla-nostra-generazione-pt-ii/).

    • Ti rispondo a parte sull’ “esercizio”, su cui effettivamente sono andato via un po’ veloce. Diciamo che in questi primi vent’anni del nuovo millennio, in molti ambienti filosofici è andato alquanto di moda parlare di “esercizio”, intendendolo come un modo per cambiare se stessi e la propria vita, e con essi “incidentalmente” anche il mondo che ci circonda. Questa idea, in sé tutt’altro che sciocca e che è al cuore di molte filsofie antiche, è stata estremamente valorizzata anche da filosofi politicamente impegnati (vedi gli ultimi corsi di Foucault, usciti negli ultimi vent’anni, e i lavori di questo Sloterdijk,prima che si scoprisse che era destrorso :)). L’idea sarebbe che in fondo anche la rivouzione, il cambiamento politico – e qui sta il trat d’union tra etica e politica – potrebbe essere l’effetto, la somma vettoriale, di una miriade di disparate trasformazioni indivuali, che le persone metterebbero in pratica coscientemente nelle loro vite per “migliorare/migliorarsi”, ma producendo un cambiamento globale positivo (esempio sciocco: esercitiamoci tutti a fare individualmente la differenziata e salvaremo il pianeta).
      La mia critica a questo discorso (in cui sono cresciuto e che non credo sia tutto da buttare) è che, in fin dei conti, la maggior parte degli esercizi attreverso cui trasformiamo noi stessi e il mondo è “inconscia”, o peggio obbligata (e quindi poi rimossa). Pensa solo un agente immobiliare come “deve” diventare la persone che si esercita a essere “per lavoro”, a come deve “diventare” un venditore nella vita, nell’intimità, per poterlo essere al meglio anche al lavoro (spero tu non faccia l’agente immobiliare, hahaha :)).
      Qui sotto sotto la presa in giro è nei confronti di quelli che – lo hai intuito perché parli di psicoanalisi – hanno creduto di poter portare avanti un discorso sulla “politicità” dell’esercizio come scambiatore tra etica e politica, senza fare i conti con l’inconscio nel suo doppio senso: 1) nel senso che letteralmente non ci accorgiamo dei riti e degli esercizi inconsci o rimossi che compiamo quotidianamente e che pure ci determinano e determinano “il mondo”; sia nel senso che raramente riusciamo a fare i conti col fatto che spesso – quasi sempre – quello che crediamo “coscientemente” di desiderare non è quello che “vogliamo”. Ci vuole un nuovo modo di “sposare” Marx e Freud. Discorso lungo, mi fermo intanto, in attesa di un tuo feed back. Grazie ancora del tuo tempo e della tua attenzione

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