Fallimento, depressione e dittatura neoliberale. Disperata ‘Lettera aperta’ alla nostra generazione (PT II)

di Andrea Muni

(Illustrazione di Silvia Mengoni)

Don’t forget to memorize your lies/Non dimenticarti di imparare a memoria le tue bugie,
(Sonic Youth, Disconnection notice)

(Ismene): Fa venire i brividi quel che riscalda il tuo cuore / (Antigone): Ma così vado bene a quelli che devono apprezzarmi davvero / (Ismene): Ammesso che tu ci riesca. Tu ti innamori dell’impossibile. (Sofocle, Antigone)

Amarsi meno, amarsi meglio

A volte ciò che previene dal suicidio – più degli amici, del successo o della fortuna in amore – è la consapevolezza che qualcuno, qualcun altro, ha talmente bisogno di noi che letteralmente non possiamo prenderci il lusso di sparire. Altre volte purtroppo, al contrario, è proprio il sapersi, il supporsi o lo scoprirsi non all’altezza di questa “prova” a condurre verso la scelta più tragica. La verità è che non ci sono “ragioni” per vivere, solo ragioni per non smettere. Questa dolceamara consapevolezza è come un cristallo, che a seconda della luce e delle inclinazioni assume a volte il volto tetro di una condanna, altre quello amico e sorridente di un’inestinguibile, cocciuta promessa di felicità.

La nostra generazione conosce una forma particolarmente autoaggressiva di narcisismo. Il narcisismo non è una colpa, non è niente di malvagio, è piuttosto un’esperienza fondamentale e storica dell’essere umano che dovremmo indagare molto più a fondo di quanto non facciamo. Il problema del nostro narcisismo neoliberale è infatti quello di essere un narcisismo particolarmente infelice, che non ci aiuta minimamente a godere pulsionalmente e matericamente di noi stessi, del corpo che siamo (con e negli altri), ma ci induce piuttosto a soddisfarci perversamente nella contemplazione, oserei dire quasi mistico-teoretica, di un’immagine appagante di noi stessi. Un’immagine che troppo spesso ci illudiamo di aver almeno creato noi, che crediamo di poter modellare dinamicamente per mezzo delle nostre ascesi, dei nostri esercizi spiritual-autoimprenditoriali, e che invece si fa sempre un po’ più ingombrante, vorace ed esigente ogni volta che riusciamo faticosamente a soddisfarne gli imperativi e le mute ingiunzioni.

Raramente abbiamo manie di grandezza (se non quelle che ci hanno instillato e che combattiamo), piuttosto abbiamo grandi ansie, grandi paure, grandi nausee di noi stessi. Ma nella pratica cambia poco, perché alla fine è pur sempre da noi stessi che siamo ossessionati per la maggior parte del tempo, ed è questo – solo questo – che interessa al discorso dominante (no, non leggo Byoblu, non grido al gomblottoh e al grande reset, ma in compenso ho scritto una tesi di dottorato su discorso e ideologia neoliberale).

Non serve amare “oceanicamente” gli altri per capirli, né per battersi per loro

Nell’amare se stessi si annida una contraddizione mostruosa, che i moralisti di tutti i tempi (cristiani e pagani) hanno individuato e denunciato fin dall’alba della nostra cultura. Dobbiamo aspettare il XVIII secolo perché il self-love (l’amor sui dei latini) cessi di essere considerato una vergogna, un errore strategico e una colpa morale, tramutandosi – con Adam Smith, padre e ideologo del liberalismo (cfr. il bellissimo saggio di Serge Latouche, Utilitarisme noble et anti-utilitarisme des nobles) – in qualcosa di ovvio, di naturale e persino di schiettamente sano e positivo.

Si tratta di un grande malinteso, di un vero e proprio arcano politico che sonnecchia tra i gangli logici più profondi del rapporto che intratteniamo con noi stessi. Tra Locke e Bentham, passando per Smith, la tradizione politica inglese, mentre colonizzava il mondo, ha trovato anche il tempo di diffondere un’idea di self, di soggetto, che coincide con un’immagine ideale di noi stessi in cui il discorso dominante ci costringe a viva forza, con violenza disciplinare inaudita. Ma quella roba lì – quell’immagine disincarnata in cui ci hanno sprangato e che ci viene persino intimato di amare – noi non la siamo, i suoi interessi non sono davvero i nostri. Quella cosa è il nemico, è ciò che ci ruba la vita sotto gli occhi, ciò che dobbiamo imparare a combattere, di sponda, nel reale dei più microfisici rapporti sociali. Fino al masochismo se necessario, perchè a volte “masochismo” è l’unico nome ancora concesso alla rivolta, alla dignità, al fiero rifuto dei valori tossici che ci hanno inculcato.

Questa è la nostra grande solitudine, il nostro unico vero fallimento, che nessun Zerocalcare riuscirà mai a consolare: non poter levare la mano contro quella parte del sistema, quella parte di me, che dopo essermi stata iniettata a viva forza nella carne mi viene ora persino subdolamente intimato di amare e onorare (con tutto il portato edipico e familistico del caso), a pena di medicalizzazione, farmaci per curare il mio debilitato self-love, stigma sociale. Una generazione fallita, in cui la rimossa violenza del disciplinamento neoliberale è venuta a saldarsi con pressioni sociali e aspettative familiari spesso insostenibili in un doppio vincolo grottesco, in un mostro ideologico asfissiante e all’apprenza inattaccabile che genera senza sosta ansia, depressione, indateguatezza, panico.

Una prova? Nessuno si è mai odiato quanto noi, con il nostro zelo, con la nostra fredda, fervente devozione. Nessuno come noi se ne è mai così tanto vergognato, di fronte agli altri non meno che con se stesso. Vergognarsi del fatto che ci si odia, questo è il trauma rimosso della nostra generazione: una depressione al quadrato, un’acrobazia autodistruttiva che è il vero grande capolavoro dell’ideologia in cui respiriamo e abbiamo vita. Monetizzare la “cattiva coscienza”, l’odio di sé, metterlo al lavoro.

Bisogna trovare un modo per uscire dal vicolo cieco individualista senza scadere nelle facili consolatorie insidie dell’altruismo buonista, nelle chiacchiere da sacrestia con cui ci illudiamo di stare dalla parte degli eletti; trovare un modo per cambiare senso alle parole egoismo e individualismo, al significato tossico e falso che il discorso dominante gli attribuisce. Egoismo, narcisismo, individualismo, sono solo parole. Il loro significato è storico, in eterna trasformazione, come quello di ogni altra cosa. La polarizzazione morale fomentata dal discorso dominante tra egoismo/altruismo e individualismo/senso di responsabilità collettivo, sembra fatta apposta per occultare il fatto che l’egoismo potrebbe essere qualcosa di profondamente diverso da ciò che crediamo, come pure l’altruismo e l’individualismo.

La lotta di classe, per esempio, la lotta degli sfruttati contri i propri padroni non è altrustica, non è morale: è la lotta nella cui posta in gioco ne va di un altro significato, finalmente positivo, sano, felice dell’egoismo e dell’individualismo. Perché è per se stesso, per la sua famiglia, per i suoi amici, che lo sfruttato combatte, è per loro e per se stesso che vuole una vita felice e libera dai ricatti. Ma è proprio nel gesto, nell’atto, di pretenderla per sé e per i propri affetti che egli o ella la esige, a proprio modo, in un collasso di particolare e universale, anche per tutta l’umanità che condivide la sua condizione, la sua lotta, il suo destino.

Egoismo no-vax, o altruismo no-GP?

Le logiche individualizzanti che colano dal discorso dominante tendono a renderci sempre più difficile capire gli altri, immedesimarci nelle angosce antivacciniste di una bidella sessantenne o nelle ansie “irrazionali” dei tanti genitori costretti in questi giorni a scegliere (sotto ricatto sociale) di vaccinare dei figli per cui hanno sacrificato con gioia buona parte delle loro vite. Al discorso dominante non interessa se questo genitore (chiamiamolo Franco) deve vaccinare sua figlia (chiamiamola Bianca) con un farmaco che, ti assicurano dall’AIFA, causa solo una miocardite su diecimila iniezioni, e uccide solo una volta su un milione; né se un farmaco – ora ritirato nel nostro Paese – ha probabilmente ucciso la povera Camilla, sospinta a inizio giugno tra le braccia della morte dal fiato cattivo di una propaganda mediatica disgustosa, che l’ha indotta a soli diciotto anni a scegliere un trattamento sanitario sconsigliato per la sua fascia d’età dallo stesso Stato che, acrobaticamente, con l’altra mano continuava a pubblicizzarlo e somministrarlo. A questo discorso non interessa se molti giovani docenti della nostra generazione sono andati pieni di fiducia durante la prima metà dell’anno a fare un vaccino che è stato poi misteriosamente rimosso dal piano vaccinale dello Stato italiano, dopo alcuni grossi scandali legati a probabili correlazioni con eventi gravi e almeno in alcuni sporadici casi fatali (che hanno interessato in particolare giovani donne). Cosa proviamo di fronte a tutto ciò? Perchè non si riesce a parlarne? Perché volerne parlare deve destinare chiunque si senta di farlo a essere squalificato con l’infamante marchio del no-vax?

Gli under 50 che hanno finora rifiutato di vaccinarsi non l’hanno fatto per egoismo, né per paure “egoistiche”, bensì perché sono terrorizzati dall’idea di compiere una scelta obbligata, che potrebbe far mancare il loro supporto materiale e il loro affetto alle persone che amano, alle loro famiglie; paura di non poter più esserci a pagare il mutuo della casa dei loro figli, di non poter più essere lì a prendersi cura di loro. Poco importa se la loro valutazione è scientificamente sbagliata, poco importa se razionalmente sappiamo che il covid è infinitamente più pericoloso del vaccino. Come non vedere che, a livello psicologico, soprattuto per gli under 50, il covid è qualcosa che prendi, che arriva non voluto, mentre il vaccino è qualcosa che ti fanno scegliere di fare: un atto, un tuo gesto intenzionale ma al contempo obbligato, rispetto al quale ti viene richiesto esplicitamente di assumerti rischi e responsabilità.

Le persone non hanno paura del vaccino, della “punturina” in sé, hanno semplicemente paura di compiere (sotto ricatto lavorativo) una scelta che potrebbe compromettere questo agrodolce giro di giostra, queste vite comuni che ci fanno avere voglia di essere qui ancora, di non smettere. È per questo che la campagna vaccinale dello Stato italiano è stata disastrosa, e che a dire il vero è stata letteralmente una non-campagna. Perché ricattando sul loro lavoro le persone con il GP dalla fine dell’estate, lo Stato ha smesso di fare una “campagna vaccinale”, procedendo piuttosto con un obbligo mascherato che ha fatto infuriare tutti coloro che vi hanno letto una confisca della loro libertà di scelta. Il fatto di aver negato questa “libertà” è esattamente ciò che ha indotto molte persone a incaponirsi nel rifiuto del vaccino, e i dati di altri Paesi – come quelli della Spagna, che ha i nostri stessi vaccinati, senza neppure avere l’obbligo per i sanitari – stanno lì a dimostrarlo.

Molte persone “ignoranti”, molti temibili “complottisti”, sanno infinitamente meglio di tanti accademici e grandi giornalisti non soltanto che tutto è vanitas, ma anche che nel ventaglio delle vanità possibili la sola che dia una fragile, autoironica, tragicomica parvenza di senso alla vita è quella di vivere con e per chi si ama; che la vita è un grande romantico, ridicolo gioco da tavolo di cui si rimanda sempre a domani la fine, per la sola gioia di sedersi a giocare insieme un altro pomeriggio, solo un altro ancora. La vita non ha più senso di così. Non dimentichiamocelo mai, è questo il miglior antidoto alla depressione (non l’autocommiserazione, né l’invenzione a tavolino di nemici immaginari). In fondo abbiamo tutti paura, sempre, di tutto, io non meno di altri. Ma vi prego amici, amiche, non seguite le stronzate della propaganda mediatica draghiana, non convincetevi che voi avete le angosce e le depressioni buone e compagne, mentre i poveracci hanno quelle fasciste e cattive. Perché questo, semplicemente, non è vero.

Quando, anche dopo lungo tempo, una persona realizza di aver subito violenza il trauma è vivo, reale, brucia nella carne come se non fosse trascorso che un istante

Ho sempre cercato di capire, di accordarmi col tempo e col mondo in cui vivo, con le tante persone diverse da me a cui pure voglio bene, ma gli ultimi sei mesi sono stati davvero umanamente devastanti. Ho cercato di concentrarmi sullo sport, sui film, sul leggere e scrivere. Ma non funziona, non ci riesco. Non riesco a dimenticarmi di me, di te, di mia figlia, di mio padre, di noi, della nostra generazione che amo alla follia in ogni amico con cui ho condiviso gioie, dolori e fallimenti, del reale politico in cui viviamo, del fatto che siamo davvero in una dittatura neoliberale e nessuno fa niente. Non riesco a parlare d’altro, se devo parlare seriamente.

Non riesco a rassegnarmi all’idea che siamo una generazione scissa tra un’infanzia dorata piena di promesse roboanti e una vita adulta da incubo, in cui un solo errore, una sola deviazione, ti destinano senza colpo ferire a lavori di merda, povertà eterna, vite di solitudine colonizzate e divorate dal lavoro… di cui finisci pure per incolparti. Non posso dimenticarmi che questa era anche la mia vita fino all’altro ieri, che può essere di nuovo così a ogni colpo di vento; che questa è ora – mentre scrivo – la vita di tanti amici e amiche che amo, la vita che sarà di mia figlia e di quelli che spero nonostante tutto avrò in futuro. Tu puoi, tu ci riesci davvero, a non pensarci? Io non ci riesco più.

Non riesco a rimuovere il terrorismo e i ricatti che ho subito da questa società e dai suoi padroni per aver osato contravvenire al comandamento neoliberale fondamentale (“Non fare un figlio da giovane”). Non posso negarmi di essere stato letteralmente frodato dalla preside di una scuola che mi ha fatto perdere un anno di supplenza mentendomi in faccia approfittandosi del fatto che non conoscevo i miei diritti, solo perché le apparivo un tipo divergente; non intendo più nascondermi il fatto che sono stato costretto a lavorare con ogni tipo di malanno, con la febbre, la depressione, con una figlia nata da dieci giorni; indotto ad autosfruttarmi fino a duecentosessanta ore al mese… e sentirmi grato che mi fosse data questa possibilità. Non sono cose personali, tutta la nostra generazione conosce queste violenze, questi soprusi (che abbia figli grandi, piccoli o non ne abbia) – tranne i ricchi, ça va sans dire.

La cosa che mi ha ferito di più in quest’ultimo mezz’anno è stato leggere sulle colonne dei giornali che le persone che hanno dato vita alle proteste degli ultimi mesi – vessate, disperate, umiliate, diffamate come “complottisti” – farebbero propria una posizione vittimistica. Inutile dire che a scrivere queste fregnacce sono spesso potenti maschi, affermati (ex)accademici, celebri psicoanalisti, che non hanno mai conosciuto nemmeno l’ombra, l’anticamera, dello sfruttamento che la nostra generazione vive invece come una seconda natura. A uno qualunque di questi signori mi piacerebbe ricordare che spesso quando si subisce una violenza capita di rimuoverla. Perché? Per poter continuare a vivere, perché a volte rimuovere è il solo modo per andare avanti, per non morire di dolore o di vergogna.

Spesso infatti le vittime reali di una qualunque forma di violenza riescono a prendere piena coscienza di quello che hanno subito solo quando realizzano di non aver avuto alcuna colpa in ciò che è accaduto. Le violenze subite, a volte, possono essere integrate nella nostra personalità cosciente solo quando siamo pronti, quando l’autoaccusa cessa, e riusciamo ad accettare dolorosamente che siamo incolpevoli della violenza che ci è stata perpetrata.

La rimozione cessa quando – tra le lacrime – riusciamo finalmente a vedere che, quasi sempre, la vittima non è che la vittima, che non è sempre anche un po’ complice, come piace dire ai padroni, ai violenti, ai potenti che spesso non si rendono nemmeno conto di infliggere il dolore che siamo costretti a rimuovere per non morire a noi stessi.

La nostra società è un coacervo, un rettilaio di violenze rimosse: per convenienza, per abitudine, per troppo dolore o troppa paura. Quando finalmente ci si accetta come vittime il trauma è lì: è rivissuto “in atto”, è carne ferita che pulsa, ora, nel presente. E le reazioni di fronte a questa presa di coscienza sono imprevedibili, possono essere anche violente e/o deliranti, e a dire il vero ne hanno tutto il diritto.

Certo, c’è una qualche forma di complicità, di collusione: noi siamo vittime della violenza del disciplinamento neoliberale, e al contempo sedotti dall’etica perversa che questo disciplinamento ha sedimentato in noi come un “resto”, uno “scarto”, un “supplemento d’anima” – ne ho parlato a lungo in questa specie di ‘Lettera’. Ma occhio… Non è la stessa cosa se questo discorso lo scandisce un padrone, o se lo denuncia uno schiavo. Il significato delle parole dipende anche da chi le emette. Il nostro problema è che abbiamo disimparato a distinguere la violenza sottile, traumatica e costante del Padrone che ci abita nel dentro e ricatta nel fuori, da quella giusta, disperata e legittima dello Schiavo che (quasi) tutti siamo diventati. Dobbiamo tornare a separare i fili, tornare a vedere esattamente fino a dove arrivano le nostre colpe di “sedotti”, e dove invece possiamo onestamente piangerci come vittime dell’inaudita violenza fisica e psicologica del disciplinamento neoliberale. Non c’è Altro dell’Altro – lo sappiamo caro Jacques, ma questo non deve farci rimuovere che i potenti e la loro violenza quotidiana ci sono eccome, esistono, e che coccolarseli non è mai stato un segno di salute (anzi, semmai è il sintomo che si è – o peggio si aspira a essere – uno di loro).

Una rivolta che non sappiamo dove, né cosa, ci porterà

“Questi non sono [più] i miei cavalli, signore illustrissimo!”, gridò Kohlhaas. “Non sono i cavalli che valevano trenta fiorini d’oro! Voglio riavere i miei cavalli sani e ben nutriti!”
(H. Kleist, Michael Kohlhaas)

Questo hanno fatto alla nostra generazione: ci hanno usato violenza, una violenza invisibile e selvaggia, fisica e psicologica di cui – in origine – non abbiamo colpa. La nostra sola “colpa” piuttosto è quella di non riuscire a piangere, a perdonarci, a scrollarci di dosso questa maledizione con uno scatto di disperata fierezza. Noi accarezziamo e bordeggiamo senza sosta questo trauma, senza strappare troppo, ma non lo affrontiamo mai davvero. Ci autocommiseriamo e consoliamo con l’agrodolce e interminabile post-adolescenza di Zerocalcare quando invece, se solo riuscissimo a ritrovare un briciolo di dignità, dovremmo semplicemente rivoltarci. Rivoltarci come il Michael Kohlhaas di Kleist, come l’Antigone di Sofocle, come la Madre di dio di Sacher-Masoch.

La ribellione di Kohlhaas non è ideologica, ma è spinta dal fatto privato, dalla pretesa di «protezione» per il suo «pacifico commercio». Non vuole ribaltare lo stato, per lui resta sempre una questione di cavalli e di servi malmenati; eppure la sua rivolta nasce dalla contradditorietà del mondo stesso, e quelle parole le rivolge a Lutero in persona (che poi si rivolgerà al principe, e il principe all’imperatore), non rendendosi conto che nessuna azione come la sua può dirsi scevra dall’avere un effetto anche politico; nemmeno quella rivincita finale che riesce a prendersi nei confronti dell’odiato principe di Sassonia, che tanto si era accanito contro di lui. Il nobile infatti alla fine della storia è disposto a salvargli la vita pur di avere un piccolo foglio (una lunga digressione ci racconta come questo sia giunto a Kohlhaas), ma il mercante di cavalli, con un gesto altamente simbolico, ingoia il foglietto poco prima dell’esecuzione. Salvando così il suo onore e la sua memoria da un lato, e dall’altro compromettendo il futuro della casata del nobile.
(G. Nava, La rivolta di un uomo onesto)

Esigere la nostra giustizia, esigerla anche se non sappiamo dove questo potrà condurci. I nostri cavallini saranno curati e ci verranno restituiti in salute, il nostro fratello “criminale” sarà sepolto dignitosamente, la nostra comunità risparmiata. Il debito sarà pagato, o sarà guerra.

[Qui la prima parte della Lettera]

8 Commenti

  1. Ciao Andrea, provo qui ad esporre alcuni pensieri, obiezioni, dubbi, in merito a quanto da te scritto in questa seconda parte della lettera (che, a parare di un non esperto, farei più breve ed immediata, per renderla facilemtne leggibile anche a chi non possiede la terminologia specifica della materia, così da renderla anche più incisiva).
    Amarsi meno, amarsi meglio.
    Concordo.Dato che non sono un sociologo o un medico, ho “aperto” la voce della Treccani sulla parola “narcisismo”. Penso che la definizione data nel campo della psichiatria mi aiuti, e possa aiutare il lettore, a capire meglio la malattia da cui siamo affetti. Si legge: “in psichiatria, il n. è indicato tra i disturbi di personalità (disturbo narcisistico di personalità). Le persone affette da tale disturbo tendono a esagerare le proprie capacità e i propri talenti, sono costantemente assorbite da fantasie di successo illimitato, manifestano un bisogno quasi esibizionistico di attenzione e di ammirazione. Incapaci di riconoscere e percepire i sentimenti degli altri, tendono a sfruttare il prossimo per raggiungere i propri scopi o per poter ingrandire sé stesse.”
    Ecco, tali sintomi sono quelli che io riscontro ogni giorno nella mia esperienza di vita. L’educazione capitalista facendo leva sul nostro istinto di sopravvivenza e sull’egoismo (entrambi necessari alla vita) li dilata a dismisura in funzione della produzione di capitale. Da qui, sempre a mio parere, il mito del successo dell’individuo, di chi, nella giungla della concorrenza del libero mercato, si è fatto strada eliminando, ovvero facendo fallire (il fallimento individuale è parallelo a quello delle società private, delle società-comunità e, in ultima analisi degli Stati-nazione) l’altro in quanto più debole, perché meno dotato dalla Natura o meno spregiudicato.
    L’etica è, dunque, quella dell’individualismo possessivo.
    Il risultato è l’emarginazione sociale (di chi non ha un lavoro o di chi non riesce a raggiungere i risultati di produttività che il capitale impone e che si riflettono nel reddito). Il velo che copre e giustifica la continua produzione di disuguaglianza ed emarginazione è la meritocrazia.
    Questa mia esperienza come può saldarsi alla “contemplazione della nostra immagine appagante”? Cosa intendi per “immagine appagante”? Quella immagine di vincenti che vorremmo per noi stessi?
    Nel secondo paragrafo riprendi e sviluppi la tesi che avevi accennato nella prima parte della lettera, ovvero quella secondo cui “La lotta di classe è soltanto la nostra lotta: egoistica, singolare, e al contempo universale e collettiva” : “La lotta di classe, per esempio, la lotta degli sfruttati contri i propri padroni non è altrustica, non è morale: è la lotta nella cui posta in gioco ne va di un altro significato, finalmente positivo, sano, felice dell’egoismo e dell’individualismo”.
    Concordo sul fatto che la lotta è primariamente un fatto egoista, se non fosse altro per una questione di mera sopravvivenza. Ma sono altrettanto certo che nessuna lotta individuale potrà mai avere qualche risultato duraturo se non è sostenuta e portata avanti da più persone. La più grande rivoluzione è cambiare se stessi, certo, ma se le condizioni esterne a me sono contro la mia libertà di essere me stesso, il cambiamento diventa resilienza alla prevaricazione della libertà del più forte sulla mia. Anche qui si esplica il sottile inganno della propaganda capitalista, nella valorizzazione degli stilemi individualistici delle filosofie orientali.
    Concordo con questa affermazione: “Una generazione fallita, in cui la rimossa violenza del disciplinamento neoliberale è venuta a saldarsi con pressioni sociali e aspettative familiari”.
    Non mi perderei, invece, sul significato da attribuire alle parole “egoismo” e “individualismo”, mantenendole nel loro valore comune, evidenziando, al più la distorsione che rispetto al significato dai più riconosciuto è fatta dalla propaganda capitalista (la maggior parte di noi sa che un minimo di egoismo è importante per sopravvivere e per potersi occupare degli altri).
    Ciò che metterei sotto lente di ingrandimento in quanto bisognevoli di evoluzione sono le categorie concettuali con cui Marx indagò la sua realtà. La nostra è mutata ed ha bisogno di parole nuove o di nuovi significati per parole vecchie.
    L’operazione di delegittimazione dei no-vax, nonché la loro funzione di capro espiatorio, e la loro conseguente emarginazione sociale sono la prova di forza del potere costituito che manifesta la sua impeccabile capacità di governo della collettività mediante una profonda conoscenza della psiche umana, del linguaggio e della proprietà della maggioranza dei mezzi di comunicazione.
    Ti parla una persona vaccinata, che crede nella scienza in quanto portatrice di una verità relativa e sempre falsificabile. Anche qui però mi mancano i fondamentali del pensiero del Novecento.
    Anche io come te “non riesco a rassegnarmi all’idea che siamo una generazione scissa tra un’infanzia dorata piena di promesse roboanti e una vita adulta da incubo, in cui un solo errore, una sola deviazione, ti destinano senza colpo ferire a lavori di merda, povertà eterna, vite di solitudine colonizzate e divorate dal lavoro… di cui finisci pure per incolparti”. Non riesco a rassegnarmi alla cecità della maggioranza di fronte al totalitarismo culturale e giuridico. Non riesco a rassegnarmi all’idea di un mondo esclusivo segnato dall’avidità, dall’invidia, dal possesso, quando la mia infanzia è stata educata all’insegna dell’amore verso il prossimo (sono figlio di un cattolicesimo ortodosso da cui però ho preso distanze siderali).
    I “figli”, come la “famiglia” sono stati strumentalizzati sempre nell’ottica di una maggiore produzione di capitale. Io non ho subito tale ricatto perché, a causa della mia infanzia, di figli non ne ho mai voluto sapere (a cui si aggiunge il discorso: non ci sono le condizioni materiali).
    Mi è piaciuta questa analisi: “Il nostro problema è che abbiamo disimparato a distinguere la violenza sottile, traumatica e costante del Padrone che ci abita nel dentro e ricatta nel fuori, da quella giusta, disperata e legittima dello Schiavo che (quasi) tutti siamo diventati”. Sì, è uno dei problemi che ci affligono.
    Non conosco Michael Kohlhaas ma la storia che tu tratteggi a sommi capi mi ricorda “l’effetto farfalla”. Sì, tutto serve, se non altro a smuovere la coscienza di chi ti sta vicino (ma che fatica!). Però rimangono azioni confinate in un limitato spazio-tempo, che al più potranno trovare condizioni di maturazione in un futuro.
    Come coinvolgere più persone possibili a compiere piccole “rivoluzioni” quotidiane?
    Non è facile perché il ricatto del padrone è pesantissimo.
    Il primario obbiettivo, per me, rimane aprire gli occhi a più persone possibili.
    Una controinformazione che non può che essere per immagini e per ironia.
    Purtroppo appelli come il tuo non saranno letti da nessuno.
    Non diamoci per vinti, però.
    Luca

  2. Caro Luca, grazie delle tue considerazioni, puntuali e interessanti. Si il pezzo è molto lungo, l’ho diviso in due apposta, a volte per affrontare certi temi delicati “l’avvicinamento” è importante quanto e più dei contenuti,… bisogna fare alcuni giri intorno alla “preda”, almeno così l’ho immaginata, questa “Lettera”. Posso chiederti tu di cosa ti occupi, se non sono indiscreto, mi ha incuriosito il riferimento a una controinformazione per immagini e ironica, che mi interessa molto e su cui mi pare tu la sappia un po’più lunga di quanto non dai a vedere (lo dico come un complimento 🙂 )

  3. Ciao Andrea, io sono di formazione giurista e ho lavorato come avvocato. Non mi occupo di comunicazione (se non nella forma scritta tipica degli atti legali). Mi appassiona filosofia soprattutto nella sua declinazione politica e morale. Leggo di questi temi da diversi anni. Abbandonata la possibilità dell’uso della violenza che, messo in secondo piano la problematica morale che essa solleva, risultava (e tuttora risulta) necessitata a fronte dell’assoluta indisponibilità di chi detiene qualsiasi forma di potere alla condivisione dello stesso potere, rimane quale unica arma la parola. Conclusione a cui -per altri motivi- è giunto lo stesso potere (oggi ancora economico)molto prima di “noi”. Tanto è vero che la propaganda è così efficace che nemmeno chi “gioca” con le interpretazioni delle parole come gli avvocati, si accorgono di quello che sta accadendo, o comunque lo ritengo un inevitabile destino. Anche perché la Storia cade nell’oblio delle cose ritenute superflue, perché non produttive di reddito, ovvero di capitale. La inesorabile analfabetizzazione delle masse si riscontra nel fenomeno delle graphic novel (di cui peraltro apprezzo l’estetica)e dei fumetti (e non ho nulla contro tale genere di letteratura, posto che la mia prima lettura è stata Topolino). Meno parole, meno pensiero, meno realtà. Non c’è altro modo che combattere la guerra sul terreno della comunicazione (cfr. Bansky). E a parere mio il campo dei fumetti è terreno fertile che potrebbe dare risultati in breve tempo. Chi non vede che la comunicazione oggi è solo per immagini? Chi lavora non ha tempo nemmeno di leggere un articolo di giornale, figuriamoci i saggi (già tanto se i lavoratori hanno tempo libero e lo spendono per leggere un romanzo). Purtroppo il capitale corteggia e conquista quelli che potrebero rappresentare una minaccia. Fa come la Chiesa ha fatto con i Santi: li depotenzia per renderli innocui. Da soli non possiamo fare nulla. Occorre creare una rete multidisciplinare di cervelli (gli intellettuali quelli socialisti sono scomparsi o se ci sono si nascondono nelle accademie al sicuro sotto l’ombrello dell’alto reddito garantito da papà Stato, lontani dal libero mercato che vorrebbero cambiare). E’ l’unica via. Poi la Storia probabilmente farà da sola, come ha sempre fatto, con enorme sacrificio per la nostra specie poco sapiens.E’ la prima volta che commento qualcosa su internet, e siccome l’articolo mi ha provocato, perché faccio parte di quella generazione, mi sono messo in gioco.

  4. Ho letto il pezzo su un altro sito e non ho resistito a seguire il link per fare i miei più sinceri complimenti ad Andrea Muni!
    La lettera, pian piano, s’aggira nei dintorni per percorsi concentrici e dispiegarsi in tutta la sua emozionante meraviglia!
    Filosofia in fusione con la poesia!

  5. E’ un piacere leggere riflessioni come questa, tante persone della nostra (e anche della precedente) generazione ne hanno scritto ma gli spazi di condivisione sia teorica che di vissuti in questo momento sfortunatamente mancano. Personalmente ho preferito la seconda parte dello scritto che ho trovato più coerente e compatta nei contenuti e nello sviluppo. Una lettura comunque molto interessante, grazie!

    • Ti ringrazio Emanuela, sono d’accordo, la seconda parte “gira” meglio, anche perché è quella in cui si tirano le somme e si arriva al punto 🙂

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